Cambiavento

Al gioco del trono televisivo o si vince o si muore

Pubblicata il 7 novembre 2017

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Come in un gioco, i drammi e le commedie per le sopravvivenze di potere di “Games of Throne” richiamano da vicino l'attualità politica “de noaltri” in un avvincente turbinìo di scissioni e sotterfugi, violenze sessiste ed arte del malaffare; l'aspetto più sorprendente della fortunata serie televisiva americana, i cui riflettori da poco si sono spenti, è proprio questa coralità di intenti che uno dei protagonisti ossia il Re di Spade intraprende per venir capo dei suoi tanti “problemi” di potere.

Da un'attenta lettura in chiave odierna balza infatti agli occhi quanto nella strategia del dominio sia determinante il cinismo, come a dire che “Al gioco del trono o si vince o si muore”, metafora mai nei secoli passata di moda di un mondo (poco) immaginario perennemente in conflitto.
La programmazione tv è sempre stata costellata di contributi inerenti storie di casate che si battono per il potere, intrighi da tragedia greca e vendette sanguinarie di matrice shakesperiana ma fin dalla prima stagione le vicende di Games of Throne hanno appassionato perchè questa serie televisiva fantasy è stata zeppa di vicende politico - religiose molto “vicine” al nostro tempo, dove le presenze del passato fanno riemergere paura e terrore verso il futuro ovvero la fotocopia “ingiallita” di ciò che oggi il quotidiano ci propina, fedele specchio di eventi coi quali abbiamo a che fare tutti i giorni.

Come d'altronde gli “attori” che ci vivono, come il giovane Re Jon Snow ad esempio, così introverso quanto carismatico intriso di una rigidità morale maniacale che non lo fa scendere quasi mai a compromessi, che a volte è frustrante; vizioso e intelligente, brutale e veritiero, seguace di percorsi di potere tanto somiglianti agli “schemi” (anche politici) che leggiamo sulla stampa di tutti i giorni, in taluni casi messi su ad arte per guadagnar consensi grazie a complotti, macchinazioni e spinte emozionali.
Giochi di potere televisivi nazional - popolari infine, colpe e (de)meriti di tanti (troppi) spettatori che certificano con le percentuali di gradimento la “bontà” di ciò che scelgono di vedere in tv, vola perciò un Grande Fratello Vip in doppia cifra di share per una noia spaventosa e con protagonisti inesistenti mossi dall'unica smaniosa voglia di apparire; antitesi invece di ciò che potrebbe interessare culturalmente, ossia una specie di gioco delle verità dove si raccontano cose (vere) delle quali ci si è resi protagonisti e non un collage di frammenti, citazioni e banalità prese a prestito.

Per il resto poca roba, Cartabianca a sinistra e Quinta colonna a destra viaggiano con percentuali di share da fanalini di coda senza possibilità di decretare vincitori e vinti, unica nota singolare è l'attualità vista da Makkos (Marco D'Ambrosio) che in Skoll in poco più di un quarto d'ora delizia con il meglio ed il peggio sul “mondo” social network; somiglia molto ad un “Blob” con papere e lapsus ma anche altro, tanto sul tema delle concessioni saudite al permesso per le donne di guidare quanto a scene di bevute in Germania.

Purtroppo mancano i reality di spessore, che si muovano sul doppio binario dramma - commedia, fatti di cose “reali”, attrazione e respingimento, sotterfugio e rettitudine raccontati nella loro coralità da un casting di livello senza paure nè reticenze, con capacità divulgativa e senza mai cedere a lezioni morali; non invece come quelli attualmente in programmazione dove le cui puntate sono significative solo quando i partecipanti cominciano a suonarsele.

(Giuseppe Vassura)

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