Cambiavento

Vertenze aziendali, inizia una stagione tutta nuova

Pubblicata il 1 dicembre 2017

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Bologna. Stanno partendo i contratti aziendali e abbiamo deciso di fare il punto della situazione con Vincenzo Colla, della Segreteria nazionale della Cgil.
Quali gli elementi di novità e quanto inciderà la questione delle nuove scelte tecnologiche, quelle che ci fanno parlare di industria 4.0.
“E' evidente che siamo di fronte a una stagione totalmente nuova perché dobbiamo contrattare un cambio di paradigma; noi siamo passati da una stagione di contrattazione di difesa molto importante, molto forte (non è che dal 2008 oggi non abbiamo fatto la contrattazione aziendale, acquisitiva, ma è stato possibile solo in poche imprese) e nella crisi abbiamo contrattato la cassa integrazione, abbiamo evitato gli esuberi e garantito la coesione sociale (non dimentichiamoci mai che abbiamo gestito 1 miliardo di ore di cassa integrazione all'anno, dal 2008 ad oggi). Ora si apre una nuova fase perché in realtà non siamo più nella crisi dobbiamo invece governare un processo di innovazione che ha due caratteristiche: una velocità senza precedenti ed una diffusione globale. Non è mai avvenuto, nelle rivoluzioni industriali che abbiamo vissuto anche nel passato, di confrontarci con una tecnologia così diffusa e così pervasiva e veloce nel cambiamento.
Quindi noi alla contrattazione aziendale dobbiamo dare un'anima, la capacità di governare questo processo produttivo e far sì che quando l'impresa inserisce quella tecnologia che genera maggiore produttività si apra il confronto su come dividiamo questo risultato”. Su come contrattare il valore aggiunto.

E a cosa pensate, più precisamente?

“Non possiamo fare una contrattazione polarizzata per pochi lavoratori, quelli che operano nelle imprese che adesso vanno bene (perché stanno sui mercati globali e hanno fatto investimenti). Se abbiamo altissimi livelli di produttività dobbiamo riscoprire una nuova idea di solidarietà contrattuale perché il nostro tessuto produttivo ha una morfologia fatta di piccole imprese (non dimentichiamo che il 90% delle nostre imprese arrivano fino a 15 dipendenti). Quindi, quando contrattiamo quella produttività, dobbiamo mettere dentro i lavoratori che sono nella filiera (e in questo modo qualifichiamo l'impresa per farla stare al passo rispetto all'innovazione e facciamo stare al passo gli stessi lavoratori rispetto alle competenze che servono per la capacità di governare l'innovazione). Non subirla.
Questa è la nuova sfida della contrattazione, noi non abbiamo grandi imprese e per avere imprese che stanno alla pari dei loro concorrenti nel mondo dobbiamo prendere queste medie imprese che già ci sono e avere una filiera che si qualifica, e solo allora facciamo grandi imprese che sanno competere a livello globale
Così l'impresa riscopre la sua capacità di saper fare sistema nell'innovazione, ma è evidente che deve riscoprire una nuova solidarietà; un pezzo di quella grande produttività di queste imprese deve tornare ai lavoratori, e i lavoratori più forti devono decidere come includere altri lavoratori, perchè altrimenti rischiamo di avere anche qui la polarizzazione; questa innovazione, se non governata, è divisiva, crea le élite e tanti poveri e sta scardinando il ceto medio; se guardiamo bene, quel ceto medio non esiste più, questa tecnologia lo sfalda e polarizza anche le vecchie professioni, quindi il governo di questa rivoluzione è fondamentale. Penso che sia necessario avere un gruppo dirigente imprenditoriale consapevole di queste novità, perché abbiamo bisogno di lanciare una nuova idea di partecipazione e di lavoro responsabile.
Inoltre dobbiamo condividere un sistema territoriale innovativo, condizione necessaria per lo sviluppo economico."

Possiamo essere più precisi?
“Mi spiego meglio: se devo governare quella complessità tecnologica, il tema della partecipazione dei lavoratori a questo processo è un dato fondamentale. Forse nella contrattazione dobbiamo lanciare la responsabilità sia dell'impresa che del lavoro, in una nuova dimensione. Storicamente il sindacato ha sempre contrattato dall'individuo per il collettivo, secondo me bisogna ribaltare il meccanismo e cioè creare un perimetro collettivo e lasciare le libertà individuali al governo dei singoli soggetti.”

Per esempio?
“Prendiamo il caso degli orari di lavoro: non è più possibile blindare gli orari in forma trasversale, ho sì bisogno di una cornice di flessibilità ma l'individuo può scegliere tra fare e non fare dentro quel perimetro di cui ho parlato.”

In molti contratti recenti vediamo un aumento di richieste legate al welfare, ma non c'è anche qui il rischio di avere due welfare, uno per lavoratori di aziende forti e un altro tutto a carico dello stato?
“Quel modello è sbagliato e dobbiamo dirlo anche agli imprenditori non possiamo appoggiare il welfare sull'impresa perchè l'impresa ha un'altra mission che quella ovviamente di fare prodotti di qualità, di fare valore aggiunto è di fare occupazione; se appoggiamo lo stato sociale sull'impresa, appena quell'azienda avrà dei problemi salta per aria il sistema. Aggiungo che non vedo nulla di nuovo, anzi vedo quanto di più vecchio, in America il sistema di welfare è nato così nei grandi gruppi, così quando spariva l'impresa volava via il sistema di protezione (che là, comprende anche la pensione); noi invece dobbiamo riscoprire un'altra cosa, che è quella di fare contenitori di welfare con il valore aggiunto dell'impresa che abbiano dimensione territoriale. Anche qui torna il tema della filiera se c'è una impresa con margini molto ampi, con quella produttività posso introdurre protezioni più forti per i lavoratori più deboli delle piccole imprese della filiera nel territorio e possiamo mettere a disposizione parte di quel valore aggiunto per la programmazione pubblica ad esempio un asilo, una scuola, un intervento sulla non autosufficienza, insomma un'idea anche nuova di impresa nella società che quindi deve riscoprire un tratto di nuova solidarietà. Se noi non governiamo l'incremento di produttività di questa innovazione anche dentro i sistemi di protezione sociale e territoriale è evidente che viene messa in discussione la tenuta dalla coesione sociale e l'innovazione da condizioni di sviluppo diventa fattore di emarginazione”.

Per finire la nostra conversazione non poteva mancare una domanda sulle difficoltà che la Fiom ha incontrato nelle ultime elezioni interne alla Gd di Bologna che hanno visto la vittoria della Usb guidata proprio da un ex delegato della Fiom. Come leggere questo evento (peraltro non isolato)?

“Io non credo che lì ci sia stato un problema di radicalità delle proposte, e lo vedo anche da alcune valutazioni dei lavoratori e anche di nostri iscritti. Credo invece che ci sia stato un problema non solo di rapporto ma anche di un nuovo modo di esercitare la democrazia nel momento in cui mi attivo per dare vita alla contrattazione per far condividere la mediazione. Nel passato abbiamo avuto quel grande consenso perché avevamo esercitato un modello di democrazia, che non è solo per i ricchi o solo per i forti, la democrazia è di tutti e vale anche nella contrattazione. Se la esercito è perchè coinvolgo in forma preventiva (non è solo un voto, è consapevolezza, conoscenza, consenso); dobbiamo riscoprire questo passaggio, con umiltà, perche il messaggio è netto e chiaro e il gruppo dirigente della Fiom ha tutte le qualità ed è in condizione di recuperare quel sistema di rapporti; poi è ovvio che dal punto di vista contrattuale dobbiamo capire quali sono stati i punti critici. Un po' l'ho già anticipato, noi dobbiamo inserire le nostre richieste in un contenitore collettivo e lasciare libertà individuali perché ormai in queste imprese sulla gestione degli orari e delle competenze i lavoratori hanno già un' autonomia personale, che è la loro forza, e noi la dobbiamo conoscere e salvaguardare.”

(m.z.)

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