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IL POST DA ROMA: “Liberi e uguali”, il listone di Grasso prende il largo

Pubblicata il 7 dicembre 2017

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IL POST DA ROMA:“Liberi e uguali”, il listone di Grasso prende il largo
E' domenica mattina. Poco prima delle 13, prende la parola Pietro Grasso, inaspettato leader della sinistra di fine 2017. Muove di conseguenza i primi passi la nuova lista “Liberi e eguali”. Tocca a lui chiudere l'assemblea che lancia per ora una lista, mentre di partito unico poi si vedrà. Il capannone denominato “Atlantico”, luogo di solito adibito a concerti rock nel quartiere romano dell'Eur, è pieno: quattromila persone, tra cui millecinquecento delegati eletti nelle assemblee periferiche di Sinistra italiana, Mdp, Possibile e varie associazioni. Enrico Rossi, presidente della Regione Toscana, deve aver studiato la storia del capannone perché annuncia: “Terremo un'assemblea pop”. Non ci sono però “quelli del Brancaccio” capitanati da Anna Falcone e Tomaso Montanari, surclassati dalle logiche di partito. Cerimoniere è Luca Telese, giornalista de la7.

“Qui non ci sono né rancore, né nostalgia. Noi pensiamo al futuro”, mette subito in chiaro Grasso, presidente uscente del Senato che non pronuncia mai le parole “Matteo Renzi” e non polemizza frontalmente con il “nemico” Pd, nonostante l'amministrazione pddina gli abbia ricordato che deve versare 83.250 euro entro dicembre, equivalenti alle quote che ogni parlamentare versa al partito. Preferisce spiegare la sua scelta con la coerenza delle proprie idee in materia di diritti, Costituzione e libertà. Il tono è rassicurante, da buon padre o zio di famiglia, non da barricadero. Niente a che vedere con le sferzate e il sarcasmo vendicativo di Massimo D'Alema, il quale dichiara ai cronisti che l'obiettivo di questa lista unitaria sono le due cifre a dispetto di quello che indicano i sondaggi.

Il Grasso-pensiero è semplice, non fa analisi dotte o di fase su scala europea: “Fare politica è un onore, non una vergogna. C'è in gioco il futuro dell'Italia e questa è la nostra sfida: battersi perché tutti, nessuno escluso siano liberi e uguali, liberi e uguali”. Continua il neoleader, di cui non è ancora chiaro se il suo ruolo sarà di garante-immagine o candidato premier: “Serve un'alternativa. Tocca noi offrire una nuova casa a chi non si sente rappresentato, difendere principi e valori che rischiano di perdersi su lavoro, scuola, diritti e doveri. Tasse più giuste e progressive, una vera parità di genere. Per tutto questo io ci sono”. Obiettivi all'apparenza minimi, pronunciati tuttavia con piglio: “Il nostro è un progetto più grande di come finora lo hanno raccontato e se ne accorgeranno presto. Non facciamo scoraggiare di chi parla di rischi di sistema, favori ai populismi, voto utile. L'unico voto utile è chi costruisce speranze”. Solo in un passaggio Grasso parla di sé e della separazione dal partito che lo ha eletto sullo scranno più alto del Senato: “Dare le dimissioni dal gruppo Pd è stata una scelta politica e anche personale, frutto, di un'esigenza interiore. Ho ricevuto tante telefonate, mi hanno chiesto di fermarmi un giro, fare la riserva della Repubblica: mi spiace, questi calcoli non fanno per me”. Poi ancora riscalda i cuori della platea: “Ho scelto ottimi compagni di viaggio, ma tanti altri arriveranno. Il nostro progetto è aperto e accogliente. Costruiremo una nuova alleanza tra cittadinanza attiva, sindacati, forze intermedie”. Grasso, nel finale, conferma la sua immagine di integerrimo magistrato e di democratico doc: “No a inaccettabili intimidazioni: mi ha colpito la rabbia di quei quattro fascisti. Fascisti, diciamolo. C'è un'onda nera che monta. A partire dalle periferie delle nostre città. E allora è da lì che dobbiamo tornare, è da lì che dobbiamo ripartire”.

Molto più polemico di Grasso è Pippo Civati, di Possibile. Il bersaglio è Giuliano Pisapia, colpevole di non aver scelto la stessa compagnia di giro: “Altri stanno allestendo coalizioni da incubo, in cui c'è dentro tutto: Minniti con Bonino, Merkel con no euro. Noi saremo rigoroso Il mio appello è: Giuliano, dove campo vai”. Quanto alla mancata unità del centrosinistra, è D'Alema a incaricarsi di rispondere con ottimismo: “Gli appelli sono tardivi e non accompagnati da scelte politiche e programmatiche conseguenti. Renzi non aveva detto che noi eravamo elettoralmente irrilevanti? Recuperiamo persone che altrimenti non voterebbero per il Pd”.

Nicola Fratoianni, leader di Sinistra italiana, cita un preoccupante fatto di cronaca: la bandiera neonazista rinvenuta in un ufficio dei carabinieri a Firenze. “La destra - dice - si è lanciata nella costruzione di una rivoluzione liberista, quella dei Reagan, della Thatcher e oggi dei Trump. Ma hanno concimato il terreno su cui oggi crescono i fascisti”. Roberto Speranza, Mdp, rivendica il divorzio dal Pd: “Siamo quelli della difesa della Costituzione. Siamo quelli del referendum del 4 dicembre. C'è chi ha dimenticato la lezione di quel giorno e presto ne avrà un'altra”. Pier Luigi Bersani non rinuncia alle sue metafore e pronuncia la parola “governo” in solitudine: “Bisogna rimettere in campo le forze della sinistra e del centrosinistra che sono nel bosco. Voglio credere a una coalizione di sinistra che sia plurale ma orientata al governo su una piattaforma basata sul lavoro”. Prende il largo una nuova avventura.

(Aldo Garzia)

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