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"Il pianeta mangiato": un libro doloroso, ma necessario

Pubblicata il 7 dicembre 2017

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"Il pianeta mangiato": un libro doloroso, ma necessario
Consentitemi una recensione discorsiva un dialogo con chi legge. Forse pensate (io sì) che i petrolieri e i “nuclearisti” non facciano bene al pianeta. Magari avete paura – come me - della chimica (o meglio del suo eccesso industriale perché “chimica” è tutto) e del mix asfalto più cemento che dilaga. Ma se ora vi dico – con Mauro Balboni – che un pericolo ancora più grande arriva dall'agricoltura temo che molte/i scuoteranno la testa. Per questo "Il pianeta mangiato" - Dissensi: 248 pagine per 18 euri - è doloroso ma necessario: a suon di informazioni, smentisce uno dei castelli di carte sui quali ci stavamo arrampicando.

Già il sottotitolo è decisamente controcorrente e preoccupante: "La guerra dell'agricoltura contro la terra". E ora leggete qui: "Si chiama agricoltura. Oggi è un'industria dai molti danni collaterali: ha inventato una pandemia, la globesità; si beve il 70% dell'acqua dolce del pianeta; ha sconvolto cicli geochimici planetari; è tra le cause del riscaldamento. Dobbiamo cambiarla. Ma non sappiamo come, combattuti tra l'ottimismo dominante della crescita continua (ribattezzata all'occorrenza 'sostenibile') e l'idealizzazione del cibo pre-industriale (che sfamava 1 miliardo di persone, ma forse non i 10 miliardi del 2050) Mentre incombe la sfida finale, all'incrocio più pericoloso della civilizzazione umana: produrre cibo su un pianeta caldo e ostile, con sempre meno terra fertile ed acqua per irrigare. Dove il grano per la pasta potrebbe arrivare dall'Artico, i pomodori dai tetti del vostro quartiere e le proteine sintetiche dai batteri di un laboratorio".
Parole che a molte persone suoneranno cupe ma se avete letto gli ultimi appelli degli scienziati sul cambiamento climatico o se sapete qualcosa dell'"Earth Overshoot Day" non vi giungeranno inaspettate.

Come sempre è in gran parte questione di informazione. C'è chi mangia il "salmone al mais e al maiale" e non lo sa. Di esempi così nel libro ne troverete purtroppo a decine, forse centinaia. Dunque quel sottotitolo non è sensazionalistico: "continuando il ritmo di degradazione degli ultimi 40 anni, entro i prossimi 60 anni saremo fisicamente rimasti senza terra fertile per coltivare" e lo dice la Fao, cioè la massima autorità in materia.

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