Cambiavento

L'onda nera

Pubblicata il 7 dicembre 2017

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Fosse, Minnelli, York e uno strepitoso Grey crearono all'inizio degli anni settanta un piccolo capolavoro cinematografico che chiamarono "Cabaret". La vera storia di Cabaret inizia alcuni anni prima, esattamente nel 1966 nelle forme di un musical di Broadway (stesso titolo) e segue le orme (e le forme) dei racconti berlinesi di Christopher Isherwood: una fotografia ben riuscita dei tempi della Repubblica di Weimar (1931) prima dell'ascesa al potere del partito nazionalsocialista di Adolf Hitler.

Nelle immagini del film traspare l'incertezza e la grande debolezza di una popolazione stremata che si ritrova, tra sorrisi e alcool, all'interno di un locale notturno frequentato da ogni sorta di "diversi" dove, puntualmente ad ogni spettacolo serale, un favoloso intrattenitore produce satire irresistibili ed irriverenti nelle quali, con grande colpa, gli spettatori evitano di riconoscersi. Di grande scuola cinematografica e di pregevole fattura la sequenza girata all'esterno di una locanda (se ricordo bene) dove un giovane nazista, con tanto di fascia delle SS al braccio, intona un inno alla Vaterland (la patria germanica) al quale si uniscono in un crescendo di volumi e di toni tutti i presenti fino a raggiungere l'unisono. La pellicola ha raccolto ogni tipo di premi, basti ricordare gli otto Oscar e i cinque Review Award oltre ai due David di Donatello e ai tre Golden Globe.

Mentre le vicende dei protagonisti si intrecciano e si sfaldano, un non certo celato senso di sottovalutazione, quando non di indifferenza, produce nell'attento spettatore un profondo senso di colpa e di paura: la paura del superficiale, del qualunquista, del disattento. Il film di Fosse va ben oltre il musical e traccia un'evidenza che non può sfuggirci: tutto ciò che accade attorno a noi è dovuto a nostre scelte fatte o a nostre scelte non fatte. Sta a noi decidere e, come diceva De Andrè "... continuerai a farti scegliere oppure sceglierai ...".

Nella nostra disastrata realtà, nel cabaret della nostra politica incapace e inetta, nei tanti che di noi si riconoscono e si ritrovano quasi esclusivamente nel piccolo schermo di uno smart o nella fallacità di una notizia internet, nei troppi che hanno raggiunto un debole traguardo di tranquillità nell'indifferenza e nella non partecipazione risulta essere fin troppo facile rivedere gli spettatori in quel fumoso cabaret di Fosse, mentre tra un calice di champagne e il gusto di un buon sigaro anneghiamo la nostra paura nel riconoscerci, nel riscontrarci per quello che veramente siamo.
La rinuncia nell'essere noi stessi.
I ragazzi mascherati o meno, le prepotenze del più forte e l'indifferenza dei troppi sono già comparsi nelle nostre città, nelle sedi dove la carità e la consapevolezza dei bisogni dell'altro hanno ancora il valore che ad essi spetta, nelle sedi dei nostri giornali: ci uniamo al coro crescente delle cicale o finalmente ci rendiamo conto di quanto sta accadendo attorno a noi?

(Mauro Magnani)

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