Morti sul lavoro: siamo quelli del giorno dopo

Pubblicata il 18 gennaio 2018

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Sembra quasi un rito. Un rito di passaggio che continua a ripetersi ad onta del mutare delle condizioni e del trascorrere del tempo. Un obbligo. Accompagnato da rabbia, indignazione, pianto. Poi, ineluttabile, torna il silenzio, il silenzio dell'assuefazione, dell'inevitabile. Il silenzio di chi, con la propria ignavia e incapacità (al limite della complicità) evidenzia la propria colpevolezza.

Sono più di mille ogni anno i morti durante il lavoro dalle nostre parti. Quel lavoro che ci consente di partecipare alla costruzione di quella società della quale dovremmo andar fieri, quel lavoro che dovrebbe consentirci di vivere dignitosamente e di poter affermare che anche noi abbiamo fatto la nostra parte. Noi si deve andare al lavoro e ritornare a casa alla sera per ritornare all nostra vita, ai nostri affetti, ai nostri ricordi.

Noi siamo quelli del giorno dopo: bravissimi in questo! I soccorsi, i medici con il camice bianco, i giornalisti con lo scatto pronto e le televisioni che ancora una volta si ripeteranno nell'ovvietà. Seguirà lo sconcerto ed il profondo dolore del rappresentante politico di turno che si produrrà in dichiarazioni obsolete di grande circostanza. Nell'ovvietà della silenziosa complicità.
Ci sentiremo ripetere ancora una volta che disponiamo di una legge tra le più avanzate al mondo, redatta e approvata durante il più classico rigurgito di falsa dignità, ma poi, quasi per dimenticanza, non si è proceduto con i decreti attuativi. Si è costruita l'auto senza volante e senza precise istruzioni al conducente. E il di lui controllo.

Poi seguirà l'immancabile inchiesta, il procuratore di turno, il giudice incaricato: sentiremo ripetere litanie di controlli mancati, di superficiali complicità, di guasti ad apparecchiature obsolete, di riparazioni affrettate e di trascuratezza.
Seguirà l'immancabile costernazione del sindacalista, quel sostenitore dei diritti dei lavoratori, quello che si è da sempre dimenticato di chiamare allo sciopero tutti i lavoratori per una causa, questa sì, sacrosanta. Di richiamare tutti noi, anche i cosiddetti colletti bianchi, al dovere di partecipazione alla formazione di un diritto dell'uomo: non regalare la propria vita alla necessità del lavoro.

Andate, se ne siete capaci, a raccontare tutto questo alle famiglie con, ora, un posto vuoto alla tavola di ogni sera, con il pianto della disperazione, della solitudine. Dell'incredulità.
Io non ne sono capace.
Tutta la mia rabbia.

(Mauro Magnani)

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