Cambiavento

L'eclisse

Pubblicata il 3 febbraio 2018

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C'è del buono nel mondo, padron Frodo, e val la pena di battersi per quello. (Il signore degli anelli)


Il sistema mondo é percorso da due movimenti opposti e dialettici: incontro e scontro, unione e divisione, apertura e chiusura, solidarietà e egoismo.
In queste diade c'è tutto ciò che la politica può oggi contemplare.
C'è la collaborazione internazionale, c'è l'Europa unita, c'è la progressività delle imposte, c'è la lotta all'evasione, c'è un salario decente, c'è la cultura, ci sono i doveri, ci sono i diritti, alla vita, alla salute, all'istruzione, al lavoro, all'aria pulita, all'acqua casta, alla terra fertile, al cibo sano.
C'è, avanti a tutto, la dignità eguale di ogni essere umano.
E c'è il contrario.

Aperto o chiuso: la linea di confine che disegna i contorni dei futuri possibili passa di qui.
Se tiri un filo poi lo srotoli tutto.
Non c'è sovranismo senza dazi, nazionalismo senza conflitti , respingimento senza razzismo, egoismo senza sopraffazione.
O stai di qua o stai di là.

Emma Bonino mostra di aver compreso qual é la posta in gioco in questo tornante della storia.
Altri si perdono in piccinerie e personalismi.
C'è sempre una scelta che si impone, che fa passare in secondo piano altri aspetti, pur importanti, che ti induce a vedere le cose in una luce particolare.
È quella che un tempo avremmo chiamato una visione del mondo.
Che, prima ancora, é un'idea della vita.

Valori e principi che appartengono alla storia migliore della sinistra ma non sono una sua prerogativa.
Sono i valori di un'umanità inquieta in cammino, di un arco di forze variegato quanto lo sono le espressioni culturali delle nostre società, di un campo progressista, come l'aveva felicemente definito Pisapia prima dell'infelice esito della sua avventura.
Dentro questo spazio le differenze sono naturali ma diventano davvero preziose quando si confrontano e interagiscono.
Quando confliggono producono danni.
Le persone responsabili si sforzano di attutire gli urti, le altre di amplificarli.

Nei confronti del passato i protagonisti della vicenda politica odierna hanno responsabilità differenti, riguardo al futuro nessuno di loro ha acquisito meriti che garantiscano per lui.
Per rendere il mondo migliore servono tempo, cervello, dedizione, curiosità, generosità.
E meno presunzione.
Lasciatevi servire , tra di voi Roosevelt non c'è.

“L'economia non soggiace a leggi naturali - scrive Gael Giraud- é una disciplina politica e dunque deve rispondere a istanze democratiche. E a criteri di giustizia.”
Fin qui d'accordo.
Di qui in avanti né io né voi sappiamo bene cosa fare.
Il problema non é stabilire se la sinistra abbia dimenticato le diseguaglianze.
Un poco, forse, ma sono ancora portato ad accreditare chi vota PD o LeU di una sensibilità verso gli ultimi superiore a quella di un elettore di destra.

Anche se dirigenti nelle periferie e davanti alle fabbriche se ne vedono pochi e un mese fa nessuno, ad eccezione del Papa, ha pensato di fare qualcosa in occasione della giornata mondiale dedicata ai poveri.
Si sa, ci sono le elezioni e hanno tanto da fare.
La questione mi pare più complicata e va oltre le sensibilità individuali, che pure dovrebbero avere il loro peso nella selezione del personale politico.

La sinistra moderna nasce per segnare “ il cammino che va dal regno della necessità al regno della libertà”.
La sua crisi comincia quando si incrina l'idea di un progresso lineare.
Ma è dal 1989, col crollo del muro e il trionfo dell'ideologia liberista della destra, che incontra crescenti difficoltà ad orientare secondo criteri di giustizia le nuove dinamiche economiche e sociali planetarie che scompaginano la classe media e spingono verso la povertà quote crescenti di popolazione.
Una difficoltà che genera smarrimento e qualche cedimento critico ma che non é mai diventata omologazione.

Mettere progressisti e conservatori sullo stesso piano é una falsificazione della storia.
La sinistra di governo ha certo cose da rimproverarmi ma le si addebitano colpe che vanno oltre le sue reali responsabilità.
Io non credo che il processo di globalizzazione fosse in quel tempo più di tanto contrastabile.
La sua forza era dirompente, carica di promesse che tutti i popoli del mondo hanno accolto come una nuova frontiera di libertà.
Ricordare aiuta a capire.
Le contraddizioni sarebbero emerse più avanti.
E ancora non siamo attrezzati per affrontarle.

La fiumana della storia ci mette di fronte ad una realtà difficilmente padroneggiabile, non certo da piccole Nazioni e modeste formazioni politiche regionali.
Non si tratta solo di imbrigliare la selvaticità degli interessi del capitalismo finanziario ma di ridefinire gli equilibri fra produzione e redistribuzione della ricchezza su cui si é retto il secolo del welfare, in una condizione nella quale la produzione dell'occidente è passata dal 75% al 50% del PIL mondiale.
Irreversibilmente e, se conta ancora qualcosa, giustamente.
Sottovalutare questo fatto epocale genera pericolose semplificazioni.
Su cui crescono la speculazione eversiva dei populismi e la frustrazione impotente della sinistra.

Che non é diventata uguale alla destra ma, più banalmente, non riesce ancora a trovare la “sua” via per cambiare una condizione incompatibile con un'idea di società non dico giusta ma almeno decente.
Illudere gli operai di una multinazionale che vuole migrare verso lidi più lucrosi che la di possa fermare con le ricette dell'on. Scotto (LeU) é orribile.
Se pensate che accada solo in Italia guardate il bel film francese Mercì Patron.
Cerchiamo di essere seri.
Questo mondo sghembo ha più che mai bisogno della sinistra, che gli sciocchi vorrebbero superata, ma le chiede, per esistere, di superarsi.
Nel nostro claustrofobico dibattito tutto sembra terribilmente inadeguato.

Vecchie formule che non trovano più spazi di applicazione e modelli prêt-à-porter che passano di moda senza lasciare l'impronta del cambiamento.
Qualità economica, qualità sociale, qualità ambientale, si diceva un tempo, ma come produrre ricchezza e redistribuirla equamente preservando la salute della terra nel secolo dell'interdipendenza ancora non lo sappiamo.

I proletari, sosteneva Marx, non hanno madre patria.
“Non è mai stato vero del tutto - osserva Galbraith - ma lo è senz'altro per i loro odierni datori di lavoro”.
La riflessione è del 1973, quando la globalizzazione, che avrebbe frantumato il fronte del lavoro ed esaltato la mobilità del capitale, era ancora di là da venire.
La lotta di classe è finita ma catene da rompere ce ne sono ancora.
Anziché abbaiare alla luna si potrebbe provare ad unire gli sforzi.
Voi che ne dite?

(Guido Tampieri)

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