Debiti e speranze di un Paese (in)finito

Pubblicata il 9 febbraio 2018

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Dati ufficiali di solo qualche anno fa da parte di Bankitalia dicevano di un debito pubblico italiano, tradotto in euro, quasi inesistente fino ai primi del '900 ma che già negli anni '30 era attestato a circa 200.000 milioni e così è rimasto fin circa gli anni '70; è dai primi anni '80 che da circa 800.000 milioni di euro queste passività sono balzate a 1.600.000 milioni alla fine degli anni '90 ed all'oggi è diventata questa una cifra talmente alta che lo Stato non riesce ad onorare nemmeno per la quota inerente gli interessi.

Da ciò i rumours che da qualche tempo si sono fatti insistenti nei “corridoi” della Ue: “I problemi finanziari dell'Italia, finchè è aperto l'ombrello della Bce (Banca Centrale Europea) di Mario Draghi, sono destinati ad essere rinviati e non risolti, come ad esempio l'ennesimo spostamento in avanti dell'obiettivo di azzeramento del deficit”.

Da qui la brutale dichiarazione di Jirky Katainer, vicepresidente della Commissione Europea, che ha sostenuto la necessità di mettere al corrente gli italiani sulla loro “vera” situazione economico-finanziaria, avallando l'idea di porre “sotto osservazione” l'Italia del post-voto; l'ipotesi della (non) tenuta dei conti italiani è balzata fragorosamente sulla prima pagina di tutti i quotidiani nazionali, finanziari e non, e potrà a breve implicare la chiusura di quella benevola finestra “europea” della flessibilità a noi finora riservata, per passare ad altro. Siamo perciò destinati alla povertà e prossimi al default? Forse si, anche se “troppo grossi” per fallire.

Ho letto che per evitare ulteriori guai servirebbero riforme strutturali ma per realizzarle ci vorrebbe collaborazione, che non c'è; infatti esecutivo e opposizioni, sindacati e imprenditori sono tutti contro tutti, il Pd coi propri alleati di governo evoca sostegno all'euro mentre la coalizione di centrodestra sostiene l'antistoricità del rapporto Deficit/Pil, da altri schieramenti si auspica il ritorno alla valuta nazionale al pari del Movimento 5 Stelle che vorrebbe addirittura un referendum per lasciare l'Europa.

Non sono un esperto di economia, ho fatto agraria, ma credo che sia da parte dei governanti come da parte dei governati (ossia noi cittadini) ci voglia coraggio, passione e soprattutto fiducia reciproca, che oggi manca in quanto i sondaggi indicano il partito dell'astensione in “pole position”; basterà quindi il prossimo turno elettorale di fine legislatura previsto nella primavera 2018 ad indicare una via d'uscita dal pantano politico, istituzionale e finanziario in cui ci siamo cacciati?

In merito il “consiglio” di Katainer non si sono fatte attendere le risposte rassicuranti del premier Gentiloni che hanno fatto eco ai dati positivi del ministro dell'Economia Padoan, tutte volte a guardare al futuro degli italiani in modo ottimistico per ciò che riguarda il buon governo che verrà, la fine dell'instabilità politica ed il miglioramento dei conti pubblici, anche se ancora molto ci sarà “da fare”.
A detta loro quindi un roseo futuro ci attende, peccato che il presente invece sia fatto di debiti da paura e lasci poco spazio a fantasie (elettorali) su quanto l'Italia sia infinita, piena di capacità, risorse e bellezze.

Trovo quindi inquietante e fuori luogo l'ottimismo paventato in questi giorni dai nostri governanti, dimentichi che è anche colpa delle loro inadeguatezze politiche e legislative che sono nati strumenti che hanno reso improduttivo il “sistema Lavoro” e cupo il nostro orizzonte, specchio di un Paese più “finito” che infinito.

(Giuseppe Vassura)

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