l'Ibis sacro ha invaso il Delta del Po

Pubblicata il 8 maggio 2018

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Ibis sacro
Di sacro ha rimasto solo quell'aggettivo che segue il nome, ma a tutti gli effetti l'ibis sacro sta creando notevoli problemi nei luoghi dove è presente. E tra questi vi è anche il Delta del Po.
A segnalarlo sono Legambiente e Ispra che ne hanno parlato in un convegno che si è tenutpo nei giorni scorsi a Comacchio (FE).

Un tempo, l'Ibis sacro era molto diffuso in Egitto, dove era addirittura venerato ma, nel secolo scorso, si è estinto; oggi, è ampiamente distribuito in Africa sub sahariana ed è presente in Iraq sud orientale. In Italia e nel resto d'Europa (Francia, Belgio, Paesi Bassi, Portogallo, Grecia), tuttavia, questo uccello di palude, caratterizzato da un piumaggio uniformemente bianco e zampe, becco e coda nere, è considerato una specie aliena invasiva, a causa degli impatti su altre specie di uccelli. Per questo motivo, è stato inserito nella lista delle specie invasive di rilevanza unionale, che ha introdotto l'obbligo di controllo per tutti i Paesi europei, compreso il nostro.

“In Italia è entrato da poco in vigore il Decreto Legislativo 230, che adegua il nostro sistema al regolamento europeo 1143 sulle specie invasive, e descrive nel dettaglio ruoli e responsabilità”, ha spiegato Alessandro Bratti, direttore generale dell'Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) nel corso del suo intervento. “Ispra ha un ruolo chiave nell'applicazione delle nuove prescrizioni e stiamo lavorando con il massimo impegno per dare supporto a tutti gli enti coinvolti. Non si può non affrontare il problema: come sanno bene regioni e parchi, le specie invasive causano anche gravi problemi alla salute e alle attività economiche dell'uomo. Uno studio realizzato anche da ricercatori dell'Ispra ha infatti stimato un costo, per l'Europa, superiore ai 12 miliardi di euro l'anno”.
Gli Ibis sacri, il cui nome scientifico è Threskiornis aethiopicus, sono predatori onnivori; si nutrono di anfibi, crostacei, piccoli roditori, molluschi, pesci, lombrichi, insetti nonché uova e pulcini di altre specie di uccelli nativi come sterne, garzette, anatre, uccelli marini e uccelli di palude. Sono, pertanto, una seria minaccia per la fauna autoctona. Introdotta localmente per fini ornamentali (parchi e giardini zoologici), questa specie si è poi naturalizzata a seguito di fughe o rilasci.

Ancora una volta è stato l'uomo il responsabile della sua diffusione: la corretta informazione in merito ai rischi legati all'introduzione di specie non autoctone rappresenta, comprensibilmente, il cardine di vari progetti europei dedicati, tra cui il Life Asap (Alien species awareness program), coordinato da Ispra, in collaborazione con Legambiente, Federparchi, Regione Lazio, Università di Cagliari, Nemo Srl, Tic Media Art e con il cofinanziamento del ministero dell'Ambiente e della tutela del territorio e del mare e dei Parchi nazionali dell'Arcipelago toscano, dell'Aspromonte, dell'Appennino lucano e Gran Paradiso.

Complessivamente, nell'area del Delta del Po ne sono stati marcati 74 (39 nidiacei e 35 soggetti volanti) in cinque diverse località. I primi sei nidiacei inanellati in Italia sono ibridi interspecifici con spatola africana (Platalea alba).

La maggior parte delle osservazioni sono state effettuate a breve distanza dalla colonia di origine ma non mancano osservazioni di medio raggio (150 km) e di spostamenti di oltre 400 km dalla costa adriatica a quella tirrenica laziale.

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