5 giugno 1968: cinquanta anni fa veniva assassinato Bob Kennedy

Pubblicata il 5 giugno 2018

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5 giugno 1968: cinquanta anni fa veniva assassinato Bob Kennedy
Il sorriso da ragazzo. Il passo veloce. I discorsi messi giù in treno, tra una fermata e l'altra. La citazione di Eschilo dopo la morte di Martin Luther King, con “il dolore che cade goccia a goccia sul nostro cuore”. L'idea che ciascuno di noi può lasciare il segno nel mondo, visto che “un giovane generale estese il proprio impero dalla Macedonia fino alla fine delle terre conosciute”: questo era Bob Kennedy, nel ricordo di noi che eravamo ragazzi al tempo della sua stagione.

Due discorsi ci raccontano la sua eredità, dopo che venne assassinato nella notte tra il 4 e il 5 giugno 1968 all'Ambassador Hotel di Los Angeles, in maniera mai chiarita nella dinamica, come accadde per suo fratello John cinque anni prima.

Il primo intervento è quello alla Kansas University di Lawrence il 18 marzo 1968: incantò tutti, chiedendo di superare il Prodotto interno lordo (PIL) quale unico strumento per valutare la “ricchezza” di un paese.
“Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell'indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del Pil. Il Pil comprende anche l'inquinamento dell'aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.
Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l'intelligenza del nostro dibattere o l'onestà dei nostri pubblici dipendenti.”
Molti economisti oggi sono pienamente convinti di quella che allora era solo un'intuizione.

L'altro discorso fu il 21 maggio dello stesso anno, al San Francisco Press Club, in California, uno tra i più belli, più intensi della sua brillante carriera. Perché Bob Kennedy si presenta come un visionario pragmatico: la concretezza e il sogno. Al punto da superare anche le vecchie frontiere destra/sinistra, conservatori/progressisti, repubblicani/democratici.
Ha di fronte un pezzo della meglio gioventù americana, un nucleo di quei ragazzi che inventeranno la Silicon Valley. “Qual è il futuro? Cosa è la nuova politica? Ecco: è la partecipazione del cittadino, il vostro coinvolgimento personale. Dobbiamo arrestare e invertire la crescente accumulazione di potere e autorità da parte del governo centrale a Washington e così riportare la capacità di decisione al popolo americano nelle sue comunità locali”. Ci vorranno anni prima di capire quel messaggio: oggi la partecipazione negata o trascurata porta ai populismi e al sovranismo.

“La soluzione non è un altro programma federale, un altro dipartimento o amministrazione, un'altra schiera di burocrati a Washington. La vera risposta, invece, è il pieno coinvolgimento delle imprese private nella creazione di posti di lavoro, nella formazione, nell'istruzione e nella sanità. Per mezzo di un sistema flessibile e ampio di incentivi fiscali, potremmo e dovremmo incoraggiare l'impresa privata a dedicare le sue energie e risorse ai grandi doveri sociali”.

Le tasse come leva per indirizzare l'impegno delle aziende, il rifiuto del debito pubblico come unica strada per la dignità sociale. E la chiave, quasi l'assillo, vive di tre parole, «gettare un ponte». “Un ponte tra le generazioni è oggi essenziale al Paese perché, in realtà, è anche un ponte verso il nostro futuro e quindi, nel senso più vero, verso il significato ultimo della nostra vita”.
Oggi ancora cerchiamo di fare nostre queste parole, ma come ricordava spesso Benigno Zaccagnini: ora è notte, poi il giorno arriverà!

(Tiziano Conti)

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