Un virus si aggira per l'Europa

Pubblicata il 5 giugno 2018

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Gli storici per i nazionalismi rappresentano ciò che i coltivatori di papaveri del Pakistan sono per gli eroinomani.
Forniscono materia prima.
(Eric Hobsbawn)

Sarà che la lettura dei classici ti lascia dentro il senso del tragico.
Sarà che in questi giorni sto leggendo il racconto di un parricidio, I fratelli Karamazov.
Sarà che i continui richiami alla Germania nazista mi sembrano un idiozia, non foss'altro che noi, brava gente, non eravamo vittime ma complici delle sue mire, come oggi lo siamo per le nostre disgrazie.
Sarà che non ce la faccio più ad ascoltare il pensionato d'oro Freccero raccontare che il debito é carta straccia quando in gran parte (1.700 miliardi di euro su 2.300) sono i soldi dei nostri risparmi e non delle banche tedesche come in Grecia.
Sarà che io questa gran sollecitudine verso i bisognosi in un programma che prevede un intervento a favore dei poveri di 15 miliardi di euro e un regalo fiscale si ricchi di 70, faccio fatica a vederla.
Sarà, infine, che quando si lascia la strada vecchia per una nuova mi hanno insegnato a guardare bene dove si mettono i piedi.

Ed ecco spiegata la mia repulsione, antropologica prima ancora che politica, verso questo avventurismo populista, questo rigurgito nazionalista, questo vittimismo deresponsabilizzante, questo virilismo da parata, questa insofferenza alle regole, questi patetici ruggiti del topo.
Che annunciano sempre il peggio.
Ad ispirare l'invasione della Russia con scarpe di cartone non fu l'amor di patria ma la follia criminale di chi non teneva in alcun conto la vita dei suoi figli.
Se c'è qualcosa di buono in questi momenti tormentati é che rinnovano anche in un irriducibile cittadino del mondo come me il sentimento di un patriottismo antiretorico, che si manifesta nel puro, semplice disinteressato amore della terra in cui sei nato e alla quale appartieni.

L'Italia é l'Italia e l'inno nazionale é l'inno nazionale, ma negli occhi di Azeglio Ciampi mentre lo cantava, andando forse col pensiero ai suoi compagni caduti a Cefalonia, brillava una luce che vanamente cercheresti nello sguardo di gente avvezza a cambiar bandiere come le felpe.
In Ciampi, nel suo patriottismo si poteva avere fiducia.
Il presidente di Federalimentare, un tipo cazzuto come deve essere oggi un vero capo, plaudendo alla linea dura con cui spezzeremo le reni a Bruxelles, ha detto che non c'è da temere perché “se finisce l'Italia finisce l'Europa”.
Non lo sfiora il dubbio che se si realizza la premessa, la conseguenza non sarebbe di gran consolazione.
E soprattutto sembra inconsapevole di quel che acccadrebbe se si inverte l'ordine dei fattori : senza l'Europa per gli altri si fa dura me per l'Italia é la fine.
Qualcuno dovrebbe dirglielo, perché dall'UE si può uscire anche senza volerlo.
L'aspetto grottesco, per uno nella sua posizione, é che quello tedesco é il maggior mercato delle nostre produzioni alimentari.
Chissà se da bambino gli hanno insegnato che non si scherza col fuoco.

“I conflitti nazionali distruggono i popoli e il progresso economico e sociale - scriveva Galbraith, che quelle vicende le aveva vissute, che conosceva la storia e l'economia meglio di Savona, che era allievo di Keynes e collaboratore di Kennedy, uno, per dire, che non aveva bisogno di arricchire il curriculum- a tal proposito é necessario che si affermi in futuro una concezione nuova del potere sovrano di ogni nazione, ritenuto fino a oggi sacrosanto. In questa forma questo principio é servito da scudo a conflitti socialmente devastanti, tutti intrapresi in nome del diritto alla sovranità nazionale”.
La lezione della storia non è servita.
Stiamo distruggendo la sola cosa che ci può salvare.

Con quel debito che nessuno é obbligato a comprarci, il sud a pezzi, un sistema produttivo con grandi sofferenze, una bassa percentuale di laureati, imprese che non li utilizzano o li pagano malamente, infrastrutture arretrate, se c'è un Paese in cui la classe dirigente dovrebbe impiegare il suo tempo non solo a criticare, quando è il caso, ma a rafforzare tutti i fattori culturali, istituzionali e funzionali di un'Europa più unita e solidale, quello è l'Italia.

La follia che secondo i vincitori dovremmo assecondare perché “così vuole il popolo” è che, al contrario, stiamo diventando la nazione capofila di un processo antieuropeo.
Non seguirai la maggioranza per fare il male, é scritto nella Bibbia.
Non prendiamoci in giro.

“Siamo per l'Europa però...”
“Vogliamo l'Europa dei popoli...”
Come se coloro che ancora credono nella sua riforma volessero, invece, l'Europa di Qui Quo Qua.
Fumo negli occhi.
Parlano di Europa dei popoli ma vogliono l'Europa delle nazioni.
L'Europa é un'idea, ha scritto il grande medievalista Le Goff.
Non si realizza da sola.

Non c'è un solo stato che si riconosca una responsabilità per il suo stallo.
Per andare avanti bisogna rovesciare la rappresentazione che attribuisce tutte le colpe ai funzionari di Bruxelles.
Riportando al centro la vera questione che é sottesa, fin dall'inizio, a questa costruzione così bella, così necessaria, così contrastata e così difficile.

Che Galbraith, nel 1994(Cose viste) inquadra con lucidissime parole: “La prima delle dialettiche del mondo contemporaneo é tra la spinta diffusa verso una più stretta Unione politico-economica e il ruolo sociale ed economico dello Stato moderno, che si esprime secondo differenti linee macroeconomiche (tasse, spese, deficit ecc.) : i diritti della sovranità nazionale contro i vantaggi di un'unione più stretta. Un vero e proprio conflitto fra i fautori dell'unità sovranazionale e i fautori dell'autonomia delle singole nazioni.... L'unità sovranazionale presuppone un coordinamento delle politiche economiche, sociali e fiscali”.

Che gli Stati non hanno voluto, perché chi li governa non intende cedere pezzi di potere.
Si è innescata così una spirale grottesca : le Nazioni impediscono all'Europa di diventare quel che dovrebbe essere e poi lamentano che non lo sia, addebitando alla tecnostruttura la responsabilità di scelte politiche che sono loro.
Risiede qui l'inganno dei sovranisti che, per nobilitare un pensiero reazionario, si rappresentano come difensori delle vecchie prerogative nazionali e, contemporaneamente interpreti delle più alte aspirazioni europeiste.
Filo-europei per convinzione, antieuropei per costrizione.
Ma le cose non stanno così.

Lo potremmo anche credere se le critiche che muovono all”UE sospingessero verso l'integrazione.
Ma non é questo che fanno: attaccano l'Europa perché ne vogliono la dis-integrazione.
Sapevamo tutti che l'edificio era incompiuto, che l'unione monetaria è fragile senza l'unione politica.
Che avremmo dovuto conquistarla passo dopo passo.

Ma se volete davvero anche voi una casa comune più bella perché non vi adoperate per costruirla, perché non proponete un percorso, dei tempi, delle strutture che la rendano più vicina alle aspirazioni dei popoli?
Anziché correre nella direzione opposta, suonare la ritirata, invitare alla resa.
Noi non ci siamo arresi al presente.
Siete voi che disertate la battaglia per costruire il futuro.
Che vi imboscate nelle retrovie.
Lasciandoci alla mercé della speculazione, di Putin e dei dazi di Trump.
Siete voi, se mai quella stupidissima categoria che avete riesumato dalla pattumiera della storia avesse un senso, responsabili di alto tradimento.

(Guido Tampieri)

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