Vendita azioni Hera, si anima il dibattito

Pubblicata il 7 agosto 2018

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Vendita azioni Hera, si anima il dibattito
Bologna. La decisione del sindaco di Bologna, Virginio Merola, di vendere parte della quota azionaria di Hera preoccupa e non poco. Nel dibattito interviene il segretario generale Cgil Emilia Romagna, Luigi Giove, per precisare che il presidio “non era organizzato dalla Cgil Emilia Romagna; lunedì scorso erano presenti lavoratori e delegati di Hera e le categorie sindacali che li rappresentano. Pare quindi inopportuno il riferimento alla Cgil regionale, proprio perché la contestazione è di lavoratrici e lavoratori giustamente preoccupati per il futuro della propria

azienda e per il proprio posto di lavoro”. E il segretario della Cgil ribadisce “che la Cgil Emilia
Romagna sta con le lavoratrici ed i lavoratori, le delegate e i delegati Hera. Senza il loro contributo in questi anni non avremmo potuto arginare la vendita di azioni della multiutility, non avremmo un protocollo di relazioni industriali così evoluto, non avremmo neppure un protocollo appalti che consente di garantire diritti e tutele a quelle migliaia di lavoratrici e lavoratori che operano nelle attività affidate a terzi. Queste maestranze e la loro professionalità garantiscono servizi di qualità ai cittadini emiliano romagnoli, la Cgil Emilia Romagna”.

Nel precisare le situazioni, però Giove conferma l'avversità della Cgil alla vendita delle azioni pubbliche ed alla nascita di eventuali società in house: “Se queste ed altre operazioni simili dovessero concretizzarsi cambierebbe la natura di Hera, e cioè della più importante azienda a controllo pubblico della regione, quale soggetto di politiche industriali e di sviluppo di questa regione. Inoltre, se la strada diventasse da un lato il disimpegno, dall'altro la riedizione di tante piccole aziende municipalizzate che gestiscono i servizi in house, si metterebbe in discussione il modello di questa regione che noi invece vorremmo tenerci ben stretto. D'altro canto questo modello è unico in Italia, basterebbe guardare altrove per capire abbastanza facilmente quali prospettive e quali scenari si aprirebbero”.

Nel dibattito interviene anche Legambiente Emilia Romagna: “Da più parti, a cominciare dalle rappresentanze dei lavoratori, si è lamentato che tale scelta costituisca un arretramento del controllo pubblico su queste aziende. Certamente l'evento costituisce l'attestazione che le azioni siano piuttosto un tesoretto da utilizzarsi per questa o quella necessità di bilancio che uno strumento di controllo delle aziende”.

Tuttavia Legambiente sottolinea come anche l'attuale modello vada rivisto “perché caratterizzato da una serie di ambiguità e problematiche che non aiutano né la trasparenza né l'interesse pubblico. Problematiche che si sono dimostrate plasticamente in alcune delle scelte prese dai vertici delle aziende in questi anni, frutto di strategie meramente finanziarie che nulla avevano a che vedere con il bene dei cittadini. Lo si è visto alla luce delle possibilità introdotte dall'articolo 35 dello Sbloccaitalia, con cui sia Iren che Hera hanno richiesto - e ottenuto - di ampliare le potenzialità di loro impianti di incenerimento apparentemente senza consenso delle amministrazioni. Ultima la richiesta di aumento dell'inceneritore di Parma a 190.000 t/anno contro le 130.000 tonnellate dell'autorizzazione pubblica. Lo si è visto nel 2014 con la partecipazione di Hera al progetto di costruzione di una centrale a carbone a Saline Joniche (RC), progetto poi decaduto per le incertezze economiche. Mentre in Emilia Romagna gli enti pubblici si opponevano alla confinante centrale a carbone di Porto Tolle sul Delta Veneto, Hera - la principale azienda a controllo pubblico della regione - supportava progetti similmente dannosi in altre regioni d'Italia. Una chiara dimostrazione della mancanza di possibilità (e volontà) delle amministrazioni pubbliche di controllare le aziende e indirizzarle verso i reali bisogni e le aspettative della collettività”.

Due i problemi fondamentali secondo l'associazione: l'ambiguità dei sindaci al tempo stesso controllori e azionisti e l'impossibilità di un controllo pubblico reale e organizzato.

“Da una parte le multiutility vengono presentate come aziende 'del territorio', al quale si impongono secondo una logica, di fatto, monopolistica. Dall'altra, essendo quotate in borsa, devono risponde primariamente alle esigenze di creazione di profitto per gli azionisti. Questa contraddizione si riverbera nella figura dei sindaci azionisti che dovrebbero essere soggetti controllori e regolatori (sia nel proprio comune che nei Consigli di Atersir, che disciplina i servizi pubblici di acqua e rifiuti), ma allo stesso tempo attingono alle risorse delle multiutility quotate sia coi dividendi azionari che grazie alle sponsorizzazioni. La contraddizione tra proprietario e regolatore è stata sollevata peraltro di recente anche da gruppi privati interessati alla recente gara sul servizio rifiuti tenutasi per il bacino di Parma”.

Per quanto riguarda le quote di controllo pubblico poi, “seppur queste siano formalmente sopra il 50%, di fatto una regia unitaria risulterebbe comunque difficilmente applicabile: la proprietà risulta frammentata in numerose Amministrazioni di aree geografiche e orientamento politico diverso che hanno esigenze e visioni profondamente differenti. “Riteniamo quindi urgente un vero dibattito sui modelli di governance di questi servizi, e prendere decisioni affinché il pubblico possa tornare ad esercitare ruoli di indirizzo e controllo veri e soprattutto indipendenti. Soluzioni ambigue che mischino controllori e controllati non sono utili”.

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