L'altra Italia

Pubblicata il 11 settembre 2018

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E che avvenga, che avvenga pure; ma io non l'accetterò mai, non voglio accettarlo!
Che si congiungano pure le linee parallele davanti ai miei occhi: lo vedrò e dirò che si sono congiunte, ma non lo accetterò ! Ecco la mia essenza. (Dostoevskij, I Fratelli Karamazov)


Alex Zanardi mi emoziona.
È un'ammirazione che confina con la commozione.
Per quello che fa, per le cose che dice.
Per quel che di buono suscita nell'animo di chi lo ascolta.
Un ristoro interiore, una tregua tra i bombardamenti, l'idea che, con un po' di buona volontà, potremmo essere migliori di quel che siamo.
Più comprensivi, più padroni delle nostre paure, meno indulgenti coi nostri affanni, che siamo soliti dilatare e addebitare agli altri.
Non so se sia di sinistra e a dire il vero non mi interessa,
È una bella persona e tanto basta.
C'è bisogno di persone belle dentro.
Nella vita di ogni giorno e nei posti di responsabilità.
Soprattutto in questi momenti difficili.

Donne e uomini sensibili, intelligenti, che credono nella politica come impegno di civiltà, dedizione al bene comune.
Che si adoperano per soddisfare i bisogni dei contemporanei senza chiudere le porte del futuro.
Senza supponenza, con rispetto delle persone e delle idee.
Questa politica può sbagliare, può perdere una battuta, ma non é mai sconfitta.
Perché ha a che fare con la speranza.
I valori non si dimostrano, si mostrano.
È di riferimenti di vita esemplari che hanno bisogno i nostri ragazzi, un'ora di educazione civica a scuola è una cura palliativa.

Sollecitato a entrare in politica Zanardi ha declinato l'invito.
È una grande responsabilità, ha detto, serve competenza per prendere decisioni da cui dipende il domani dei nostri figli e poi oggi se non hai il megafono in mano e non ci urli dentro forte non ti sentono.
È così che vanno le cose.

Politica e informazione sembrano aver stretto un patto tacito per dissuadere i migliori dal prendersi cura della cosa pubblica.
Invocano il merito ma non si adoperano per favorirne l'affermazione.
Forse davvero, come scrive Dostoevskij, l'uomo ama vedere la caduta del giusto.
Il problema è che dove non ci sono cavalli corrono gli asini.
Il dilagante analfabetismo funzionale non è solo di natura lessicale ma civile, Istituzionale, etica perfino.
Abbassa la soglia di comprensione dei fenomeni.
Rappresenta una regressione culturale.

La tecnologia influenza sempre le nostre relazioni ma qui c'è di più, c'è una perdita di sensibilità umanistica che pare voler sovvertire il monito di Dante: fatti non foste per viver come bruti.....
È come se si fosse smagnetizzata la bussola che ha orientato il cammino dell'umanità..
Non mi riferisco all'analfabetismo di chi non ha la possibilità materiale di accedere a più alti gradi di conoscenza, quello che spinse milioni di persone nel dopoguerra a seguire avidamente in tv le lezioni del maestro Manzi, per inseguire un sogno di emancipazione, una speranza di riscatto sociale o anche solo per aprire le porte della mente, per varcare le frontiere della bellezza sbarrate dalla miseria.
Per chi, come mia madre, aveva un'istruzione modesta, ogni parola, ogni nozione nuova rappresentava una conquista, ogni sapiente era oggetto di ammirazione.
Desiderava conoscere l'universo delle parole e delle cose come loro, voleva migliorare se stessa, non far regredire gli altri.
Anche le sue aspettative sociali, di sinistra, erano dello stesso segno: pensava, come Olaf Palme, senza conoscerlo, che la sinistra combatte la povertà, non la ricchezza.

“Tu sei nobile, intelligente e pieno di talento: e sia, che Dio ti benedica. Ti rispetto ma so che sono un uomo anch'io. E rispettandoti senza invidiarti io ti dimostro la mia dignità di uomo “ scrive Dostoevskij.
È con questo spirito, fra mille difficoltà e contrasti ma nel rispetto, che i poveri hanno trovato dignità nel lavoro, i loro figli hanno potuto studiare e l'Italia é nata a nuova vita dopo due terribili guerre “sovraniste”.
Niente a che vedere con un pauperismo vendicativo che colpevolizza il passato, ferisce le competenze, frena l'emancipazione e con ciò pietrifica le disuguaglianze.

Quello che sgomenta non é l'analfabetismo di chi non può, che accusa le classi dirigenti, ma quello di chi non sa e non vuole, apprendere, capire, confrontarsi, perché crede già di conoscere, di aver compreso, di bastarsi da sé.
L'analfabetismo di chi conosce solo le parole che gli aggradano, parole di clamore e di disunione, cariche di rancore, suscitatrici di odio.
L'analfabetismo degli istruiti ignoranti, che speculano su un disagio sociale che loro non hanno mai vissuto e di cui però pretendono la rappresentanza esclusiva.
In nome del popolo, contro le élite.
Una farneticante montatura nella quale un medico con una pensione di 4.000euro diventa un privilegiato da combattere, mentre i veri ricchi conservano intonsi i loro patrimoni, si vedono dimezzate le tasse e condonate le evasioni.
In spregio alla Costruzione.

Di operai ed emarginati nei gruppi dirigenti di questi “rivoluzionari” non c'è traccia.
“Maledetta la loro rabbia, perché violenta, e la loro collera, perché crudele” recita il libro della Genesi.
Da questo seme non germinerà grano.
Prima ancora di una politica diversa serve una differente ispirazione.
Per uscire dal l'isolamento in cui ci siamo chiusi, respingendo gli altri uomini ed essendone a nostra volta respinti.
Per tornare a credere nella solidarietà umana, negli uomini e nel l'umanità, per sentirci comunità, locale, nazionale, europea, mondiale.
Assieme.

Una appartenenza universale.
Una cittadinanza planetaria.
Tante case, tante patrie.
Non una contro l'altra ma una dentro l'altra, come una matrioska.
“Prima che ognuno di noi non si faccia davvero fratello di tutti, scriveva Dostoevskij, là fratellanza non comincerà”.
L'Europa non starà insieme.
Il nord non aiuterà il sud.
Il profitto non verrà diviso secondo giustizia.
Chi prende in mano questa bandiera ideale?
E, assieme, quella di una politica che la traduca in progetto.
Aperto, coraggioso, credibile perché lo sono i suoi interpreti e i suoi contenuti.
Capace di rianimare la speranza.
Crederci é una necessità.

C'è un'altra Italia.
Nelle periferie e ai Parioli, nelle fabbriche e nelle professioni, di ogni età e condizione.
L'Italia decente, che non guarda il mondo con gli occhi di Salvini.
Che fa valere i diritti e onora i doveri.
Adirata, quando c'è motivo, ma non violenta.
Indignata per come vanno le cose ma non crudele.
Critica ma non rancorosa.
Insoddisfatta ma non vittimista.
Ambiziosa e solidale.
Coraggiosa e prudente.
Generosa sempre.
C'è ma non parla, non si muove.
Cosa aspetta a farlo?
Se l'opposizione attuale non la rappresenta, perché non si rappresenta da sé?

“Manca ai migliori ogni convincimento mentre i peggiori sono pieni di appassionata intensità” ha scritto il poeta Yeats.
C'è una asimmetria temporale fra le scelte pericolose che il governo sta per fare e la costruzione di una alternativa convincente.
Quando in autunno il Paese, ferito nei suoi interessi, ricomincerà a guardarsi attorno non troverà in campo ciò che serve.
In quel momento dovremo almeno restituirgli la speranza che un altro futuro è possibile.
Ne riparliamo presto.

(Guido Tampieri)

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