La politica senza perchè

Pubblicata il 14 settembre 2018

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La carriera dell'uomo politico inizia con l'indurlo a tenere a freno la lingua e finisce, con il tempo, a fargli tenere a freno i pensieri.
Ben presto non dire niente diventa un'abitudine.
Esserne fuori permette almeno la soddisfazione di infliggere agli altri la verità. (Galbraith)


Il PD è stato punito oltre i suoi demeriti.
Che tuttavia ci sono.
Occultarli dietro il confortevole alibi dell'incomprensione comunicativa somiglia a quella abitudine attribuita erroneamente agli struzzi.
Solo gli esseri umani sono così stupidi da mettere la testa sotto la sabbia nella convinzione di nascondersi alla vista di chi osserva.
Guardarsi allo specchio aiuterebbe a capire molte cose.
Anche al netto delle deformazioni che l'umor nero del Paese proietta sulla realtà, le ragioni del malessere sono autentiche.

L'Italia non è stata governata bene.
Si può fondatamente affermare che la destra l'ha governata peggio ma quelli di centro sinistra non sono stati i governi che avevamo sognato.
Non il governo Renzi, se non nel campo sottovalutato dei diritti civili.
I risultati economici sono stati modesti e in gran parte legati alla ripresa internazionale, mentre le innovazioni hanno generato una conflittualità sociale spropositatamente alta rispetto ai benefici.
I due esecutivi dell'Ulivo, d'altro canto, hanno amministrato assennatamente, con tutti gli indicatori economici positivi, ma non hanno prodotto riforme significative, impediti a farlo da coalizioni disarmoniche e rissose.
Sono stati un argine al degrado, non un ponte verso il cambiamento.
Il passato va onorato con onestà.
Specie quando crollano ponti malamente manutenuti.
Anche quando i tuoi avversari ci speculano su.

Ai nostri connazionali che si illudono di trovare risposta alle loro ansie nel ripristino di una condizione di sovranità nazionale ottocentesca e si affidano a ciarlatani che si aggirano per l'Europa garantendo a tutti che saranno i primi, non puoi limitarti a dire che sbagliano e che i falsi profeti li porteranno alla rovina, anche se è la verità.
Dovrai convincerli che tu sai come uscire dal labirinto o che, almeno, sei lì assieme a loro per cercare di farlo, visto che il filo di Arianna non ce l'ha in mano nessuno.
È questo il fossato da colmare per riconquistare la fiducia di un popolo.
L'opposizione, certo, intransigente, preferibilmente intelligente, per mettere a nudo gli inganni di questo Governo.
Ma poi, per andare oltre, bisognerà capire perché elettori e militanti ti hanno abbandonato e milioni di persone sostengono un governo, come dice Carofiglio, sospeso tra farsa e fascismo.
Altrimenti sembriamo un Paese di matti.
Oddio...

Il punto di partenza di una riflessione che si proponga di risintonizzare la sinistra sulla lunghezza d'onda dei cittadini è che, nel grande rivolgimento del mondo, per altro appena iniziato, la gente non capisce cosa gli capita e perché, e non sa come stare dentro quello che gli capita.
Il bisogno di protezione, che solo dopo il tonfo elettorale abbiamo cominciato a percepire, va ben oltre la quota cento delle pensioni, mescola in un unico calderone cambiamenti climatici e migrazioni, terrorismo e disoccupazione, scienza e superstizione, crisi dell'occidente e sfaldamento dell'Europa, ingiustizia sociale e egoismo individuale, espropriazione decisionale e voglia di padrone, desiderio di comunità e alienazione di una società di massa.
So di ripetermi ma é necessario farlo per non caricare sui singoli decisori il peso di una responsabilità insostenibile, che logora le basi della democrazia e allontana la soluzione dei problemi: come produrre ricchezza e ripartirla equamente fra 8 miliardi di esseri umani, preservando l'armonia fra i popoli e la salute della terra, é l'equazione più difficile che l'umanità sia mai stata chiamata a risolvere.
Quella di oggi è, per molti aspetti, un'economia senza l'uomo.
Provare a metterlo al centro non sarebbe una cattiva idea.
Finora la sinistra, tutta, in ogni dove, non ne é stata capace.

Per questo deve ripensare i suoi inadeguati pensieri.
“Se riesci a vedere l'azione - garantisce il tennista Agass i- poi riesci a eseguirla”.
Quel che serve é una nuova teoria dello sviluppo, che investa i rapporti fra economia e ecologia, fra capitale e lavoro, fra tecnica e umanesimo.
Una teoria ispirata al valore guida della giustizia, capace di abbracciare il sistema mondo e, insieme, di declinare in modo aperto e dinamico il tema delle identità nazionali, che oggi rischia di sprofondare in un pozzo oscuro e maleodorante.
Forse é il caso di cambiare lo spartito.
Di concentrare la riflessione sull'oggetto della politica, il governo del cambiamento, più che sui soggetti deputato ad attuarlo, i partiti.
Di soffermarsi sulle cause più che indugiare senza costrutto sulle colpe.

Se la sinistra governa solo in Canada, se la destra illiberale avanza anche in Svezia, dove l'integrazione dei migranti è certo più attenta, se perfino la ricca Germania, a nostro dire unica beneficiaria dell'Europa unita, vacilla, se fra tante acute critiche al mito scaduto della globalizzazione non si trovano tuttavia spunti di riflessione intelligente che aiutino a correggerne le distorsioni senza riportarci indietro, dovrà ben esserci qualche ragione un po' più robusta della psicosi autodistruttiva di Renzi, della non vittoria di Bersani, dell'arroganza di D'Alema, della mediocrità e dell'opportunismo dei gruppi dirigenti della sinistra di governo.
E del narcisismo della sinistra imparata, inizio e fine di tutte le vicende terrene.
Ci sono cose che dipendono da noi, diceva Epitteto, e cose che non dipendono da noi.
È ancora così.

Passi per chi ci vuole male ma rappresentare la condizione ingiusta del mondo come il risultato di un quarto di secolo di inerzie, errori e complicità della sinistra è una bestialità.
Non scherziamo.

Il capitalismo finanziario che ha colonizzato il mondo é figlio dell'ideologia della destra.
Furono Reagan e Bush a togliere le redini al cavallo.
Che oggi la “nuova destra” sostiene di voler imbrigliare.
Una vicenda familiare.
Deregulation era la loro parola d'ordine non la nostra.
La nostra non c'è.

È dal 4 novembre 1989 che la sinistra è priva di un progetto.
Da quando “l'evento provvidenziale” della caduta di un muro, mentre restituiva libertà e opportunità a miliardi di persone, ha però sovvertito i rapporti fra capitale e lavoro che hanno stabilizzato l'Occidente nel secolo del welfare.
Ingenerando lo smarrimento in una sinistra incapace di proporre una propria visione del mondo, impotente a contrastare la dirompente energia di un processo alimentato dal miraggio di una diffusione planetaria della ricchezza.
Che in nome della libertà avrebbe umiliato la giustizia.

Non è vero che la sinistra si é dimenticata degli ultimi: la riforma sanitaria l'ha fatta Obama, e i “più ultimi” sono nel terzo mondo, il prossimo non ha confini.
È vero, invece, che ci siamo accorti con ritardo di quel che cambiava sotto i nostri occhi, che le politiche buone per una società in cui due terzi della popolazione era soddisfatta delle propria condizione andavano riparametrate sui bisogni di una società impoverita, di opportunità e di risorse.
Oggi le contraddizioni sono ingigantite.

I rapporti di forza nel mondo sono cambiati e quella che noi insistiamo a chiamare delocalizzazione è in realtà una multilocalizzazione: la Cina e gli altri Partiti emergenti hanno capitali, tecnologie e cervelli propri, non hanno bisogno dei nostri.
Affrontare queste problematiche in ordine sparso é impossibile.
Non c'è più nemmeno un organismo, un luogo, un'occasione per mettere a confronto i pensieri della sinistra europea e mondiale.
In Italia questo compito non può essere delegato a un PD stanco e a dirigenti che hanno già dimostrato di non padroneggiare la realtà.
Non sarebbe nemmeno giusto.

I tanti progressisti che non si sentono rappresentati non possono appagarsi della loro insoddisfazione, limitandosi a registrare che il PD non c'è la fa a diventare quel che dovrebbe essere.
Noi democratici in quiescenza non siamo i giudici del PD, siamo altrettanto responsabili dei destini di questo Paese.
Serve qualcosa che non c'è.
Serve un PD consapevole dei suoi limiti attuali che si apre a un rapporto rigeneratore.
E serve una società che si mette a disposizione del Paese e diventa protagonista della politica.
Una costituente dell'Altra Italia.
Momenti e occasioni di incontro informale.
Per ravvivare la ricerca, il confronto culturale.
Per dire che ci siamo.

(Guido Tampieri)

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