Nella fossa dei leoni (da tastiera)

Pubblicata il 13 ottobre 2018

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Ci eravamo appena liberati, per motivi principalmente anagrafici, dell'annosa diatriba sul modo in cui il controllo dei mezzi di comunicazione di massa “tradizionali” (stampa e TV) abbia favorito l'ascesa politica di Silvio Berlusconi, che già ci ritroviamo immersi nell'enorme mare della comunicazione 2.0, rapidissima, liquida, multiforme e plurifonte: un'estensione e “democratizzazione” non solo dell'accesso ai contenuti, fenomeno ormai ventennale, ma anche della produzione e diffusione dei contenuti stessi, con una proliferazione di dati ed informazioni che ha reso sempre più difficile il controllo delle fonti e la conseguente verifica della loro attendibilità.

L'esempio più visibile, per quanto certo non l'unico, è costituito da quella piattaforma su cui è iscritta quasi metà della popolazione mondiale, e che nel suo inarrestabile sviluppo ha fatto esplodere le contraddizioni insite in un accesso universale ed incontrollato alla Rete.
Facebook è diventata tutto ed il contrario di tutto, un gigantesco carnevale virtuale in cui ognuno può indossare, se vuole, una maschera ed assumere nuove identità, un luogo dove trovare anche molte testimonianze vere su temi poco toccati dalle principali testate d'informazione, però sempre mischiate nello stesso contenitore con le peggiori bufale e notizie false.

La percentuale spaventosa di analfabeti funzionali, unita ad un algoritmo che censura il seno nudo di una statua ma non pagine che trasudano odio ed intolleranza ad ogni post, ha fatto sì che la piattaforma di Mark Zuckerberg sia ormai diventata il principale sfogatoio delle frustrazioni dell'Italietta, in cui vomitare il proprio astio in condizioni di impunità pressoché totale (le denunce alla Polizia delle Telecomunicazioni sono un infinitesimo di quelle teoricamente possibili). E non è forse un caso che questo, insieme a Twitter, sia divenuto il principale canale utilizzato dalla comunicazione politica per raggiungere gli elettori. “Raggiungere” assai più che “interagire” poiché, come nei mezzi di comunicazione di massa, assai di rado si ha un'effettiva interazione con il politico di turno, depotenziando in questo modo il medium di uno dei suoi aspetti teoricamente più positivi.

Ma la mossa del lanciare l'amo e godersi le reazioni dei propri followers appare di gran lunga quella preferita.
Da quest'ultimo punto di vista, piaccia o no, Matteo Salvini è il leader indiscusso. Il capo della Lega, ministro dell'Interno e Presidente del Consiglio de facto ha capito perfettamente le dinamiche psicosociali dietro il successo di Facebook e lo usa (al pari di Twitter) con una scaltrezza e un cinismo che neanche Silvio con tutto il suo apparato. Insieme ai suoi irrinunciabili social media manager, sa selezionare come nessun altro le notizie in grado di dar ragione alle sue posizioni, presentarle nel modo a lui più consono, utilizzare i toni e i termini in grado di vellicare la pancia del suo elettorato, e ovviamente omettere quelle di segno opposto, anche le più macroscopiche, col presupposto che, se non compaiono nella timeline di nessuno, allora sono condannate all'irrilevanza e all'oblio.
E poi c'è lui, Matteo da Milano, narcisista al pari di Renzi e Berlusconi: ogni suo singolo gesto è amplificato dai social e diventa megafono della sua politica. E' riuscito a dar contro ai migranti persino quando si è fatto fotografare mentre donava il sangue. Ovunque gli faccia comodo, lui è già lì. Per forza che all'Europarlamento prima, e al Viminale ora, lo vedano così poco. Lui è dove i suoi fedeli immaginano che sia, a dire e a fare quello che si aspettano, e a ripeterlo mille volte senza mai stancarli, anzi, convincendoli vieppiù di stare dalla parte del giusto.

E' il nuovo Kane, insensibile agli scandali (da quelli più ridicoli, come il caso-Isoardi, a quelli peggiori, come le ruberie del suo partito), se non addirittura in grado di rivolgerli a proprio favore, come dimostrano i sondaggi più recenti. Il foglietto con l'hashtag #decretosicurezza, sventolato in favore di telecamere insieme al sedicente premier Conte, ormai relegato a suo uomo sandwich, è stato finora l'apoteosi mediatica di Salvini.

L'altro vicepremier, Luigi di Maio, non sembra altrettanto in grado di padroneggiare lo strumento, pur partendo da quell'impressionante bocca di fuoco che è stato il blog di Beppe Grillo. Sempre più spesso di Maio utilizza questo blog per i suoi comunicati, nonostante quest'ultimo appaia notevolmente depotenziato rispetto ai giorni migliori, quando la mano di Gianroberto Casaleggio era evidente. E' chiaro come, almeno in questi primi mesi di governo gialloverde, l'ex steward paghi pesantemente la bulimia mediatica di Salvini: nei suoi post appare più diretto, meno filtrato, colloquiale fino alle frequenti sgrammaticature, ma nei suoi slogan si percepisce una sorta di filtro, di controllo preventivo, come se il Movimento e il suo apparato di verifica dell'ortodossia lo avessero posto sotto tutela.
Per quanto più controllato di altri colleghi, come Toninelli, che spesso e volentieri sbracano, Di Maio non appare affatto, come invece Salvini, un leader che detta la linea al partito, quanto piuttosto un catalizzatore di consenso, chiamato a governare dopo un'investitura mediatica che deve essere tenuta viva. Due aspetti accomunano, comunque, i due vicepresidenti del Consiglio: la sostanziale tolleranza verso i post dei propri colleghi di partito, inclusi i più deliranti, xenofobi o mal informati (“E' la libertà di espressione!”), e all'estremo opposto un'assoluta intolleranza verso qualsiasi forma di dissenso, che nei post pentastellati si traduce in una costante rimozione degli interventi dissonanti, e in quelli leghisti anche in frequenti shitstorm (ossia catene di insulti e minacce da parte degli altri utenti) verso gli stessi.

E il Pd, in tutto questo? Non pervenuto. O, meglio, pervenuto nel modo meno efficace. Già sotto Renzi, persona con un ego incontenibile, i risultati del governo venivano comunicati malissimo, con la totale assenza di una linea comune e un'anarchia sul web che rifletteva impietosamente quella reale, col risultato di colossali cantonate, vedi il Fertility Day della Lorenzin o il tweet di Renzi sui migranti ripreso identico dalla Lega, con tanto di ringraziamenti.
Anche adesso, con il Pd all'opposizione, i social media manager del partito appaiono ancorati a schemi logori e di scarso impatto: elenchi puntati come nelle peggiori slide aziendali, infografiche non sempre comprensibili, uso del colore imbarazzante, confronti statisticamente improponibili (come tra i governi Renzi-Gentiloni e il quinquennio precedente, segnato da una delle più gravi crisi globali del Dopoguerra). La situazione migliora un po' solo quando si evidenziano le contraddizioni del presente governo, ma anche qui niente di nuovo: a sinistra la pars destruens ha sempre avuto la meglio su quella construens. Non a caso i più duri critici di questi post sono spesso gli stessi elettori o ex elettori del Pd, sintomo di una perdurante crisi di credibilità che i social amplificano.

In conclusione, se pure non la orientano di per sé, i social network sono comunque uno strumento in grado di fornire uno spaccato verosimile dell'opinione popolare, e chi sa captare meglio quest'ultima è in genere colui che saprà offrirle forma e contenuti più consoni. Viceversa, lo scollamento tra un partito e la sua base elettorale di riferimento provoca un disorientamento che si traduce nell'incapacità di offrire codici appropriati e messaggi convincenti. Una differenza di approccio che fa presa anche sugli indecisi. Come già per Berlusconi e i mass-media (niente, alla fine si ritorna sempre qui), l'utilizzo efficace dei social media da parte dei partiti del ventunesimo secolo per amministrare il consenso, è un po' come la pazzia per Shaw: non basta, ma di sicuro aiuta.

(Mainardo Colberti)

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