Ladri di futuro

Pubblicata il 9 ottobre 2018

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Troppe vie che non conducono in alcun luogo, troppe cifre che, a sommarle, non danno alcun totale. (Marguerite Yourcenar)


Al netto della propaganda le cose stanno così: loro festeggiano oggi la crescita del debito, noi, domani o forse stanotte stessa, ne pagheremo il conto.
É bastato l'annuncio, nessuno in Europa aveva detto bau, e già le imprese quotate in Borsa hanno perso capitale e dunque forza competitiva, mentre chi ha o deve prendere un mutuo é più povero di prima.
Salvini annuncia che chiederà i danni ai responsabili.
Farà bene a procurarsi un buon avvocato.
Il costo reale di questa manovra é incalcolabile ma già ora, per la sequela di idiozie che ha fatto salire lo spread, è molto superiore a quello annunciato.
Gioirne sarebbe stupido ma tacerlo é criminale.

Se si pensa che nei prossimi tre anni l'Italia dovrà rifinanziare la metà del proprio debito senza sapere se qualcuno lo comprerà e a quale prezzo, ci si rende conto del rischio cui questa gente ci espone.
La sciagurata manovra di Schettino, al confronto, sembra ispirata alla prudenza.
La gente, più che valutare i provvedimenti e la loro sostenibilità, sembra apprezzare la coerenza: l'hanno detto e l'hanno fatto.

Era coerente anche mio cugino Beppe, che si é andato a schiantare nella curva di via Antico Squero, dopo la Capitaneria di porto, dove qualcuno, un po' cinicamente, ha poi scritto “e svegna in t'la muraia” (liberamente tradotto: fai pure lo sborone, che vai a sbattere nel muro).
Beppe aveva letto sui social che la legge sull'impenetrabilità dei corpi é una fake dei poteri forti, “io vado a tutta canna, diceva, il muro se ne farà una ragione”.
Era un bel tipo, gli volevo bene.

Il grande Petrolini, disturbato da uno spettatore, l'apostrofò con queste parole: non ce l'ho con te ma con quello che ti sta accanto che non ti mena.
Sarà lo smarrimento, sarà il risentimento, sarà che siamo fatti così, sembra che gli italiani non si rendano conto che i soldi sui quali si disputa sono i nostri, e quel debito che “non conta niente” grava in realtà sulle spalle dei nostri figli.
I figli del popolo.
E nessuno, tanto più se l'Europa andrà in frantumi, lo rimetterà loro.

Dovranno pagarlo o soccombere nella lotta per il benessere con i figli di altri popoli che possono gareggiare senza lo zaino colmo di pietre che da mezzo secolo riempiamo.
Un Paese che non ha a cuore il futuro dei propri figli non ha futuro.
Noi, con questa manovra, ne stiamo compromettendo un altro pezzo.
I nodi prima o poi vengono al pettine.
Non si può continuare a fare debiti, questi debiti, per settant'anni.
Non é così che si favorisce l'economia.

Il cuneo fiscale, che toglie alle imprese e agli operai, serve a pagarli, e così le accise sulla benzina e tutte le altre.
Se il deficit producesse PIL saremmo il Paese più ricco della galassia.
Siamo maestri nella spesa clientelare e improduttiva.

La natura dei provvedimenti e la statura dei protagonisti non incoraggiano a credere che il nuovo indebitamento darà risultati migliori degli altri.
Questa manovra ha un aspetto familiare.
È solo l'ultimo anello di una catena che pochi hanno cercato di spezzare.
Nessuno al mondo eroga un sostegno pubblico di quell'entità a sei milioni di cittadini per periodi di reimpiego al lavoro (che non c'è) di due/tre anni ( nel nord Europa sono due mesi).
In contrade dove spesso il lavoro nero é fuori controllo e il mancato pagamento dei contributi INPS viene perdonato dal fisco amico.
Non parliamo di questa mezza flat tax, che crea ulteriori discriminazioni fra chi lavora.

Era meglio utilizzare quelle risorse per creare posti di lavoro veri, agendo sul cuneo fiscale, sostenendo l'innovazione, favorendo la competitività, che è il vero problema di tanta parte dell'apparato produttivo.
Il lavoro sociale che viene ipotizzato somiglia troppo ai vecchi “cantieri Fanfani”, nei quali si scavavano e riempivano inutili buche, per rimuovere l'impressione di un gran pateracchio.
Vincere la povertà dovrebbe essere un impegno comune, sottratto alle speculazioni.
Riuscirci in modo definitivo é difficile, richiede una economia forte e una società strutturata.
Neppure Cristo ne annunciò l'eliminazione in terra.

La sinistra ha faticato a metterne a fuoco le nuove caratteristiche e ha dato risposte insufficienti.
Il proposito del M5S di accrescere l'impegno va apprezzato ma il modo scelto rischia di innescare, al di là dei costi, dinamiche sociali sbagliate e, alla fine, di far del male a tutti.
Una patrimoniale ispirata a criteri di solidarietà sociale avrebbe meglio corrisposto alla duplice esigenza di includere gli ultimi e di alleggerire il debito.
Tutti i Paesi civili ce l'hanno ma la parola é stata bandita dal lessico politico.

La conclusione è che tutto quel che c'è resta, 80 euro e agevolazioni varie, perché portano pur sempre voti, e si aggiunge, si aggiunge.....
È di altro che hanno bisogno i giovani per affrontare l'incertezza del futuro.
Le priorità le indicano loro, sono il lavoro, la sua precarietà , i bassi salari, le incerte prospettive previdenziali, che la quota cento di Salvini non intacca.
Tutte cose che non hanno cittadinanza in questa manovra.

A Jonas, che avrà vent'anni nel 2038, non importerà se sia stato peggio Renzi o Salvini, vorrà sapere perché all'ennesimo bivio della storia chi ha governato in questi anni ha scelto di privilegiare il consenso del momento sacrificando il suo futuro.
“Guai ai nipoti” è l'espressione che meglio simboleggia lo spirito egoista del nostro tempo che ci impedisce di vedere a un palmo dal naso.
“Il regno dell'assoluto immediato” lo chiamava Beniamino Placido.
Sacrificio è diventata una parola rifiutata come la morte.
Eppure é grazie ai sacrifici dei nostri genitori che noi abbiamo conosciuto una vita migliore.

La crisi é venuta dopo, il fenomeno è cresciuto nel ventre della civiltà dei consumi, che esige che la ruota giri anche quando manca l'energia per muoverla.
È così che è esplosa la bolla finanziaria, coi prestiti facili che invogliavano a fare altri debiti.
Non è questione di destra, di sinistra o di non so ché, siamo in presenza di una caduta di responsabilità generazionale collettiva.
La stessa che ci impedisce di affrontare la questione che tutte le contiene, la questione ecologica, inibita anch'essa, come il debito, da una sconnessione degli assi temporali.
Che ci chiede di porre limiti al nostro sconfinato arbitrio oggi in vista di benefici che ricadranno sui nostri nipoti.
Ci chiede di piantare alberi di cui non mangeremo i frutti.

Fateci caso, nei giochi del bambini non ci si domanda più se sia meglio l'uovo oggi o la gallina domani: tra poco non ci sarà più il pollaio.
Non si esce da questa trappola del tempo se non si acquisisce coscienza di questa contraddizione, se non si recupera una coerenza di comportamenti capace di reggere gli urti delle congiunture negative, delle suggestioni devianti, delle battute d'arresto e degli insuccessi che costellano il percorso verso un futuro migliore.
Non è in corso nessuna rivoluzione.
Si ritorna all'antico.
Compresi i balconi e i pellegrinaggi a Pietralcina.
La devozione del Terzier Conte non basterà a trasformare l'acqua in vino.
Strano quest'uomo che dispensa garanzie per tutti quando é lui che ne avrebbe più bisogno.
Dicono che hanno vinto.
Ma non dicono contro chi.
In quella stanza c'erano solo loro.
Il futuro non ci ha mai messo piede.

(Guido Tampieri)

Ps. Piccola pedagogia per piccolissimi ministri: i “buonisti” stanno col sindaco di Riace.
I “carognisti” stanno con le carogne.
Ancora e sempre.

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