Caso Cucchi: tanto bisogna attendere la verità?

Pubblicata il 22 ottobre 2018

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Caso Cucchi: tanto bisogna attendere la verità?
Nove anni. Nove anni di silenzio, di menzogna, di vergogna. Nove anni di limite invalicabile e di vigilanza armata. Nove anni di strisce rosse su tessuto blu. Baffi e righe color argento o d'oro. Nove anni di stellette montate su spalline ben visibili: sembrano dire "Ma hai capito bene chi sono io?". Si, ora abbiamo capito.
Abbiamo capito che all'ombra di quei muri impenetrabili dove nessuno di noi può neppure pensare di mettere piede, nel chiuso di quelle camere inaccessibili e dietro a quelle finestre rigorosamente chiuse viene celata la verità. La nostra fiducia viene tradita e i massimi valori di democrazia e di libertà sono calpestati, ignorati, vilipesi. Chi dovrebbe essere preposto alla difesa diviene, sua colpa e infamia, soverchiatore. E, da ultimo ma non per finire, il silenzio di chi sa, di chi dovrebbe sapere, di chi dovrebbe garantire.

Dopo nove anni, di fronte ad una intima crisi di coscienza, uno dei presenti, o dei colpevoli, o dei partecipanti alla vergogna, sente il bisogno di raccontare ad altri, privi di stellette, la sua verità, il peso che per tanti anni lo denunciava coperto di vergogna ogni volta che di primo mattino si vedeva nello specchio per radersi. E allora racconta, la sua verità e finalmente si toglie il peso di una colpa più grande della sua stessa difesa: ecco ciò che è successo.
Parla di violenti schiaffoni, di calci ad una persona oramai finita sul pavimento, di accanimento. Poi la menzogna, un rapporto che scompare, l'intesa a coprire, a silenziare, a proteggere il buon nome dell'Arma. E pensare che il buon nome dell'Arma, il Suo immenso Valore, il suo prezioso tributo alla società tutta sarebbe, al contrario, stato salvato e rinvigorito dalla volontà e dal coraggio di allontanare da sé le mele marce, quelle che finiscono per fare di tutta l'erba un fascio, quelle che ledono il prestigio e sollevano il sospetto.

Poi il coraggio di una donna, una sorella, sola davanti al muto dell'omertà, al silenzio complice di chi dovrebbe al contrario far luce e chiarezza per difendere i valori nei quali crediamo, nei quali dobbiamo credere, nei quali non possiamo non credere.
Tante volte l'ho vista mentre sollevava ben visibile la foto di un volto tumefatto, nascosto dietro lividi e ematomi cercando di innalzare la voce della sua richiesta oltre il chiasso vuoto: voglio la verità, diceva, e non mi stancherò mai di chiederla, di volerla, di pretenderla. Un viso semplice, occhi chiari e profondi che guardano e vedono lontano. Ora afferma che il muro sia crollato e che sia il tempo della verità.

Forse. Forse sarà così, ma il dubbio resterà dentro di noi e non saranno sufficienti parole altere e sguardi fieri, né assicurazioni circa la giusta pena per i colpevoli, né la perentoria promessa di profonda e consapevole ricerca di verità, né affermazioni circa i grandi valori dell'insieme, da sempre a proteggere i valori della nostra Costituzione.
Sono finite le parole ma resta tanta amarezza.

(Mauro Magnani)

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