Savona dorme sereno

Pubblicata il 23 ottobre 2018

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Chi sta in alto dice: si va verso la gloria;
Chi sta in basso dice: si va verso la fossa...
Al momento di marciare molti non sanno che alla testa c'è il nemico...

(Bertolt Brecht)


Mentre siamo qui col fiato sospeso per una manovra economica densa di pericoli, il Ministro Savona ci tiene a farci sapere che va a dormire sereno.
Siamo contenti per lui.
Qualche soldino, a giudicare dagli incarichi che ha ricoperto, deve averlo messo da parte e, vista la competenza, investito con sagacia per metterlo al riparo dalle turbolenze.

Ma tutti gli altri, i giovani, i disoccupati, i pensionati, i piccoli risparmiatori, quelli che sono fuori all' addiaccio e vedono l'Europa disintegrarsi, lo spread salire, le banche vacillare(“Dio non voglia”, dice Savona, ma sa bene che se accadrà non sarà per volontà del Signore) come si devono sentire di fronte a questo putiferio?

Perché, vedete, se hanno ragione Di Maio e Salvini, se l'economia crescerà del 3%, se lo spread rientrerà almeno ai livelli del Portogallo, se gli investitori compreranno i nostri titoli di Stato, se le banche che li hanno in pancia non falliranno, se non dovremo crescere le tasse per far fronte ai maggiori interessi, se tutto andrà liscio e, in più, pagheremo meno imposte, andremo in pensione prima, la povertà scomparirà e per ogni anziano che esce dal lavoro verranno assunti tre giovani a tempo indeterminato, ne saremo felici e, per quel che mi riguarda, indosserò il cilicio e li ringrazierò.

Ma se, Dio ci scampi, avessero torto, che non si può nemmen dire dato che non siamo stati eletti e, sostiene Mieli, una vera opposizione, che sarebbe interessante sapere in quale punto della galassia ne esiste una così, non dovrebbe criticare ma indicare dove prendere i 22 miliardi di euro per coprire i costi della manovra del Governo, se succedesse il disastro che Grillo, nella lettera a Napolitano del 2011, profetizzava di fronte alla crescita dello spread, cioè tutte le brutte cose che i suoi biforcuti seguaci esorcizzano oggi e, alla fine, l'Italia precipita dalle parti di un default, in questo caso, dopo aver stramaledetto l'ONU, l'Europa, la NATO, la FIFA, i francesi, i tedeschi, i lussemburghesi, le agenzie di rating, i fondi di investimento, Banca Italia, l'INPS, la squadra di pallavolo femminile di Ravenna, tutti, eccetto la Cgil che se c'era dormiva, alla fine chi paga?

Il proverbio dice chi rompe paga e i cocci sono suoi, ma qui vedrete che chi rompe non pagherà e i cocci saranno nostri.

Dopo aver disonorato gli accordi e attaccato mezza Europa invocano uno scudo, chiedono alla BEI di svolgere quella funzione di ultima istanza che i nazionalisti hanno sempre osteggiato, pretendono che altri coprano la loro dabbenaggine.
Di sé dicono che sono coraggiosi.
Ma che coraggio è se a rischiare siamo noi?

C'è un detto dialettale, volgarotto e poco corretto, da cui mi dissocio in anticipo ma così calzante che non posso fare a meno di proporvelo: “i fa i fnoc cun i nostar cul”.
Non c'è contadino che non protegga i propri frutti con reti antigrandine.
Perfino al circo gli acrobati non si esibiscono senza rete di protezione.
Il Governo “del cambiamento” ci fa fare un salto nel vuoto bendati.
Ogni esecutivo compie scelte giuste e sbagliate ma questo viene meno al primo compito della politica che é di tenere in sicurezza il Paese.
Più vulnerabile di altri perché gravato di debiti che ne limitano i movimenti.
Le azioni dei padri, nel bene e nel male, ricadono sempre sui figli.

La ricchezza privata e il debito pubblico sono facce della stessa medaglia.
Altri sono stati capaci di dare il benessere ai loro cittadini senza svuotare le casse dello Stato.
Ma questo ormai riguarda solo la storia.
La nostra Rodi è qui, ora, e tocca a noi saltare per raggiungere incolumi l'altra sponda.
Dopo dieci anni difficili (austerità vera non c'è mai stata e i sacrifici non sono stati per tutti, né per tutti quelli che saranno condonati) si respira il desiderio di mollare le briglie.
Ci sono guasti sociali che vanno assolutamente riparati ma dietro ai poveri, che sembrano oggi in cima ai pensieri di tutti, si annidano vecchie pratiche, antichi privilegi, formule fallimentari.
I veri ricchi non sono sfiorati da questa manovra “giusta”, né lo sarebbero da un tracollo.
Ognuno ha diritto di avere opinioni ma non ha diritto di cambiare i fatti.

Oggi sono in molti a pensare che la formula magica della rinascita dell'Italia risieda nel disfare la tela un po' logora intessuta dal dopoguerra riprendendoci gli spazi di decisione che abbiamo via via condiviso.
Per essere liberi di fare la cosa che sappiamo fare meglio: i debiti.
Che in lire sembrano più leggeri.
E che non contraiamo per l'ambiente, la scuola, la sanità, il lavoro ma per condonare gli evasori e “salvare” l'italianità di Alitalia, un'altra volta.
Dietro un patriottismo da burletta sbandierato da chi ancora ieri predicava la secessione altro non c'è.
Non esiste problema, a partire da quello migratorio che trovi soluzione in chiave nazionalistica.
Non si può ridurre una questione cruciale come la sovranità a feticcio
In un mondo interdipendente non può esserci una sovranità integrale ma solo un esercizio intelligente della sovranità che mette in comune con altri le decisioni utili a rendere efficace l'azione di governo.
Altrimenti velleitaria.
Quando siamo stati “padroni a casa nostra” il popolo non stava meglio.

L'Italia fa parte dell'UE dal 1950 e i soldi del piano Marshall erano il prezzo di una dipendenza politica, giusta o sbagliata che fosse.
È in questo quadro di rapporti che il Paese ha conosciuto la sua stagione migliore.
Prima c'era il fascismo e i tedeschi anziché comandare a Bruxelles spadroneggiavano a Roma.
Ancor più addietro, all'inizio del '900 eravamo un popolo di contadini e braccianti che facevano la fame.
La nostra sovranità non l'abbiamo ceduta all'Europa coi trattati, l'abbiamo svenduta ai mercati con lo sforamento infruttuoso del rapporto -PIL.
Che ci ha legato le mani e i piedi, mettendoci alla loro mercé.
Un delitto preterintenzionale, reiterato, protratto, con poche coraggiose dissociazioni.
Applaudito ad ogni passaggio.
Come questa volta.

Salvini e DiMaio imprecano alla pioggia al riparo dall'ombrello europeo.
Il giorno in cui lo chiudessimo saremmo esposti a condizionamenti certo più grandi di quelli attuali.
Il sovranismo in luogo di rafforzarla indebolisce la sovranità dei Paesi meno forti.
Che non possono affrontare da soli le turbolenze del mondo.
La più sovrana delle scelte è decidere a chi affidiamo, in caso di bisogno, le chiavi di casa.
Se ai vicini di pianerottolo più o meno simpatici, che frequentiamo da sempre.
Oppure a degli sconosciuti venuti da Mosca o da Pechino.
Se fosse un film ci potremmo mettere comodi in poltrona a vedere come va a finire.

Ma è tutto terribilmente reale e bisognerà essere bravi, più bravi del passato, bravi come voi non siete, per manovrare la nave in questo bacino stretto senza sfasciarla contro le banchine.

(Guido Tampieri)

Ps. Stefano Cucchi è stato preso a calci in faccia prima e dopo la morte.
Difficile dire chi sia stato più infame.
Grazie a Ilaria per tutto quello che ha fatto per noi.

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