No dell'Europa al Def, cosa può succedere all'Italia?

Pubblicata il 25 ottobre 2018

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Risulta ricorrente, e non potrebbe essere altrimenti, il dibattito sul Def (Documento di economia e finanza) al momento in fase di presentazione alle autorità monetarie europee dalle quali, puntualmente e come preavvisato ampiamente, è ritornato un documento di apprezzamento assai negativo. In maniera altrettanto tempestiva, gli attuali responsabili del governo italiano, hanno fatto sapere che dalle posizioni assunte non intendono recedere e che la sovranità del popolo Italiano è inattaccabile, quindi non vengono accettai "ultimatum" europei.

La discussione al riguardo risulta essere molto accesa e c'è chi, in sede europea, ha utilizzato parole e gesti non conformi ad un comportamento educato: ognuno è responsabile delle proprie azioni e noi siamo responsabili delle scelte effettuate democraticamente al momento del voto.
Da un lato la linea ricorrente sembra essere quella di attesa: se si arriva alle elezioni europee, previste per il mese di maggio, tutto lo scenario politico dell'Unione potrebbe mutare vistosamente e, di conseguenza, le decisioni prese potrebbero assumere carattere ben diverso dall'attuale.

Molti analisti politici evidenziano tuttavia una linea diversa sostenendo che se le linee politiche "populiste" dovessero assumere proporzioni maggioritarie in sede di Consiglio europeo, la situazione Italiana potrebbe assumere gravità maggiore: al momento uno dei maggiori oppositori alla strategia finanziaria Italiana risulta proprio essere l'Austria e di questo governo tutto si può dire tranne che stia seguendo una linea di sinistra o anche solo di una social-democrazia moderata. Estendendo l'analisi ad altre situazioni europee (Polonia, Ungheria e la stessa Francia) il risultato sembra essere il medesimo: si tratta infatti di economie non particolarmente floride e comunque non in posizioni da potersi permettere finanziamenti al Tesoro italiano in quanto bisognose esse stesse di ricerca di liquidità.

Dall'altro lato, ovviamente, quel che resta della sinistra italiana (se di sinistra si può parlare) si sbraccia in critiche senza riserve e paventa evoluzioni pericolose, se non disastrose, in modo particolare per le famiglie e ceti disagiati. Sarebbe interessante chiedere agli esponenti Pd se hanno fatto un'analisi seria del perché ci si sia trovati in questa situazione e quali possano essere le ricette e i sistemi tramite quali uscirne: troppo facile gridare al lupo in assenza di opportuna cura. Patetico il comportamento del residuo Forzista: da un lato affiancati a livello di consultazione locale con esponenti di governo, elevano scudi e lanciano patemi per le decisioni prese a livello nazionale. Difficile credere che uno possa comportarsi correttamente a seconda della situazione in cui viene a trovarsi.

Nel bel mezzo il ministro Tria inizia ad evidenziare, come poi sempre ha fatto, qualche dubbio: sembra che l'attuale spread esistente tra i titoli tedeschi e quelli italiani (sul lungo periodo) ampiamente sopra i 300 punti non sia sostenibile. Lo segue a ruota il Primo ministro, Giuseppe Conte, che dopo aver trovato nel Presidente russo un valido alleato finanziario (sarebbe poi interessante conoscere la disponibilità finanziaria del governo russo, la relativa liquidità e la quantificazione di intervento possibile: non sembra che la situazione economica russa sia tra le più brillanti...) assume toni prudenti.

Effettivamente il tasso a lungo temine (BTP a 10 anni) troppo alto determina appesantimento nell'approvvigionamento di liquidità agli istituti bancari (maggior onere da corrispondere) in aggiunta al verificarsi di minore valorizzazione di bilancio: l'immediata traduzione sta nell'aumento del costo del denaro (imprese e famiglie) e nella necessità di approvvigionamento di liquidità (richiesta agli azionisti di elevare la partecipazione posseduta) oltre alla difficoltà nel sostenere la richiesta di credito.

Alcuni analisti sostengono che il possibile errore risieda non nella tipologia di intervento, ma nella natura dell'approvvigionamento derivante: si può essere più o meno concordi circa il reddito di cittadinanza, la tassazione ad aliquota unica o similare, ma non è possibile ottenere tutto ciò da un aumento di un debito che già risulta essere eccessivo.

Alcuni sostengono che sia giunto il momento di una tassazione, anche pesante, sui maggiori accumuli finanziari: è di pochi giorni fa la pubblicazione di uno studio che valuta in 4.000 miliardi di € la giacenza finanziaria ascritta a cittadini Italiani (si noti bene la caratteristica di "finanziaria", quindi investita in liquidità e non in investimento produttivo) e prosegue nel calcolare che 5.000 famiglie Italiane possiedano la bellezza del 10% della ricchezza nazionale: una tassazione a scopo non li ridurrebbe certo in difficoltà. Lo studio prosegue poi nella necessità di tassare i colossi del web e di seguire, finalmente, una seria linea di risparmio nella spesa pubblica, nelle dispersioni di efficienza ed efficacia e nell'indirizzo di scopo.

Un suggerimento da prendere in considerazione?

(Mauro Magnani)

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