La (banca) rotta annunciata delle tre sorelle del rating

Pubblicata il 21 ottobre 2018

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Ora che il pessimo giudizio di Moody's è alle spalle c'è (fosca) attesa i prossimi giorni per quello delle altre “due sorelle” del rating mondiale (Standard&Poors e Fitch) sull'affidabilità finanziaria del nostro “sistema” Paese, c'è però da ricordare in verità come in un recente passato i loro giudizi siano stati quantomeno discutibili.

Clamorosa infatti fu la cantonata del 1994 quando Standar&Poors (S&P) valutò positivamente (AA) la ricca contea Usa di Orange Country poi costretta a dichiarare bancarotta, nel 2002 toccò a Worldcom il colosso americano delle telecomunicazioni fallito il 22 luglio 2002 malgrado la stessa S&P mantenne inalterato il rating (BBB) pur valutando le continue perdite; stessa sorte per le beghe di casa nostra ovvero Parmalat che sempre S&P, elaborandone i debiti, considerò “Azienda solida ed affidabile” mantenendo inalterato il rating (BBB) fino a pochi giorni dal crack.

I dubbi su queste intoccabili Agenzie però implosero col crack Lehman quando nel febbraio 2008 proprio Moody's assegnò la tripla A (AAA) con un “outlook stabile” a Fannie Mae, agenzia governativa Usa specializzata in mutui, inappellabile giudizio peraltro (ri)confermato fino all'agosto dello stesso anno (rating A1) in barba all'opinione non positiva del “guru” della finanza a stelle e strisce Warren Buffet che da par suo (pre) vide tutto o quasi; un mese dopo infatti (8 settembre) il primo soccorso statale intervenne a certificare quello che poi portò, in un tragico 15 settembre, al fallimento Lehman che ridicolizzò tutte le valutazioni (sbagliate) delle suddette Agenzie di rating e innescò una crisi finanziaria mondiale.

Da ciò, sebbene i programmi di economia e finanza redatti recentemente dal nostro “esecutivo” non convincano parte dei “tecnici” italiani e (soprattutto) gli investitori stranieri, c'è quindi da ricordare quanto possano essere fuorvianti questi giudizi di rating.

Come la situazione economico-finanziaria italiana evolverà in tal senso nessuno ovviamente lo sa, di sicuro i più rosei proclami pre-elettorali del popolo gialloverde quanto di quello leghista (che oggi guidano il Paese) che propagandavano il sogno collettivo di costruire il paradiso fiscale, economici e sociale in terra qui e subito hanno dovuto subire negli ultimi mesi una forzata correzione come a ricordare quella che tempo fa parve come l'esagerazione di un broker inglese che si permise di discutere sul “default o bancarotta o insolvenza” dei Titoli di Stato italiani, analisi che oggi sembra come non mai (troppo) dietro l'angolo.

Da questo macabro punto di vista la funerea festa di Halloween dei prossimi giorni capita a proposito, ma ci sarà poco o nulla da festeggiare anche il 4 novembre, una data poco significativa per i nostri ragazzi del secondo millennio ma di contro vitale per i loro bisnonni che hanno combattuto nelle trincee.

Mi è sempre piaciuto guardare con affetto, in questi giorni di ricorrenza per la fine della Grande Guerra 1915-'18, l'onorificenza di mio nonno fante dell'esercito italiano e Cavaliere di Vittorio Veneto scampato fortuna sua a quei massacri; ma a lui, come agli altri reduci di quella drammatica follia, quel ricordo giovanile piaceva molto meno perché i nove milioni di vittime tra i soldati ed i sette milioni di morti civili di quella tragedia segnarono per sempre quella generazione di italiani.

Poco da festeggiare quindi il 4 novembre festa simbolo dell'Unità d'Italia, che pose fine al primo conflitto mondiale e per questo festa delle nostre Forze Armate, anche per colpa della discussa (e discutibile) Agenzia Moody's che ha tagliato il nostro rating economicamente più rilevante, relegando l'affidabilità dei Titoli di Stato ad un passo da quella dei famigerati Junk Bond (titoli spazzatura) come investimenti ad alto rischio per gli investitori.

(Giuseppe Vassura)

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