Quale futuro per la Fca?

Pubblicata il 13 dicembre 2018

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Riccione. Il congresso della Fiom nazionale si è aperto con un evento davvero significativo: la presentazione della ricerca che il sindacato, in collaborazione con la fondazione Di Vittorio e la Fondazione Sabattini ha svolto fra i lavoratori della Fca.
Si tratta di circa 10.000 lavoratori coinvolti che, grazie alla militanza dei delegati Fiom (che, non avendo firmato il contratto aziendale hanno una scarsissima libertà di movimento) hanno consegnato al sindacato e alla politica uno straordinario bagaglio di informazioni.

Prima della presentazione dei dati finali, Francesco Garibaldo, direttore della Fondazione Sabattini ha illustrato il contesto, vale a dire che cosa sta succedendo nel mondo della produzione di automobili.
Un primo elemento da sottolineare è che il settore è ancora in evoluzione e che nuovi elementi, dalla questione dei dazi agli accordi fra case automobilistiche (si sta parlando di un accordo Ford Volkswagen) possono drasticamente intervenire nel comparto.

In questo quadro come si colloca Fca? E' certamente l'anello debole di questo settore per una serie di motivi, a partire dal crescente disinteresse della famiglia di riferimento (Agnelli) verso il settore auto, in particolare quello italiano. Marchionne durante la sua gestione ha scorporato parti importanti del gruppo (oggi, per essere chiari, la Ferrari è un'azienda a se stante e come tale su mercato) e i conti del gruppo sono sostenuti soprattutto dalla produzione americana.

Inoltre, ma questo è un elemento più generale, Fca è arrivata buona ultima in due ambiti destinati a segnare il furo dell'auto. Da un lato abbiamo un mutato orientamento dei consumatori, che preferiscono acquistare un servizio e non il mezzo, e, soprattutto, Fca ha tardato a prendere una decisione sul furo modello di propulsione e solo da poco ha optato per l'elettrico con la 500.
Quindi, per ricapitolare, Fca è tutta spostata sulla produzione negli Usa, e ne consegue che l'Italia è marginale nelle logiche del gruppo, che in ogni caso pare la situazione più debole del comparto automobilistico.

Questo, in sintesi, il quadro nel quale si muovono gli attori imprenditoriali, se poi guardiamo come i lavoratori leggono quel che sta succedendo nell'azienda vediamo che viene sonoramente bocciata l'attuale organizzazione del lavoro, nonostante le belle parole spese da Marchionne sulle novità introdotte, a partire dalle squadre di lavoro che dovevano garantire meno sprechi e più qualità.

La realtà che emerge dai questionari arricchiti spesso da interviste è ben diversa: la prima considerazione che balza agli occhi è che l'azienda ha cercato, in tutti i modi di rendere produttivo ogni singolo momento che il lavoratore passa in azienda. La conseguenza è facilmente intuibile, e infatti i due terzi degli intervistati hanno definiti i tempi di lavoro come “insostenibili” o “poco sostenibili”. La maggioranza dei lavoratori considera insufficienti le pause e per coloro che hanno tre momenti per tirare il fiato di 10 minuti ciascuno oltre il 70% esprime un giudizio negativo.

Più fatica, più compressione senza venire almeno ricompensati in modo giuso, soltanto il 20% lo considera soddisfacente il salario e quasi tutti vorrebbero un aumento legato ai nuovi modelli.
Abbiamo fin qui cercato di illustrare solo una piccola parte del risultato di questo lavoro (sul quale dovremo ritornare) ma è certo che pone domande alle quali sarà indispensabile rispondere in maniera credibile.

(Michele Zacchi)

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