Fabrizio De Andrè: vent'anni fa

Pubblicata il 11 gennaio 2019

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Fabrizio De Andrè: vent
Mi viene da sorridere. Sorridere per il rituale ripetersi delle cose. Sempre uguale. Sembra un rito.
Sono trascorsi vent'anni dalla morte di Fabrizio, ma la qualità e la forza della sua musica non sono destinate ad invecchiare, non seguono gli stessi ritmi di noi poveri esseri comuni.
Trascorreranno altri anni, molti, poi qualcuno noterà quel 33 giri in mezzo a tanti altri conservati in disordine e coperti di polvere; lo afferrerà con un pizzico di curiosità, lo porrà sopra al piatto, ne asporterà la polvere con quella sorta di spatoletta ricoperta di raso e porrà la puntina del lettore sulla prima traccia: ancora una volta, quasi senza rendersene conto si sentirà invadere da musica e parole che non potrà dimenticare.

Eppure mi viene da sorridere. Oggi la stampa e la televisione sono piene di parole come "grande musicista", "poeta", "giullare dei poveri, degli abbandonati, dei negletti", ma una cinquantina di anni fa, quando Fabrizio era agli inizi della su avventura musicale i giudizi erano assai diversi: qualcuno si era reso conto della scomodità dell'artista in quegli anni sessanta, capace di fotografare in musica le tracce di un mondo abbandonato, costretto in un angolo dal perbenismo organizzato, dai benpensanti, dall'elite culturale del tempo, dai timorosi del diverso. In quegli anni le radio e lo schermo televisivo gli erano negati e solo pochi fortunati avevano avuto la possibilità di ascoltarlo, di scoprirlo, di apprezzarlo.

Uscì il suo primo 33 e da quel momento la sua ascesa divenne inarrestabile, incontenibile: in molti si accorsero che nelle sue parole si nascondeva una verità che danneggiava molti e che a molti non era gradita. La ballata dell'eroe, la guerra di Piero, Carlo Martello, Il gorilla e tante altre divennero di dominio  pubblico e molto lentamente il velo di silenzio dovette cedere spazio. La sua prima apparizione televisiva, a metà degli anni settanta, se ricordo bene, fu una sorta di rottura e segnò l'inizio di un'ascesa inarrestabile (anche se le i suoi brani più "cattivi" non vennero inclusi nel palinsesto di quella serata).

Il destino mi vedeva allora in quel di Genova, fresco sergente di fanteria, reggimento Sturla (Leoni di Liguria), cravatta rossa, impegnato a far trascorrere il tempo in attesa di qualcosa di meglio.
La fortuna mi aveva affiancato un milanese "arrabbiato e sovversivo" che conosceva Fabrizio per averlo ascoltato in qualche salotto bene di Milano e mi condusse ad ascoltarlo. Allora non era difficile: era sufficiente uscire dalla zona di Presidio, gironzolare nei vicoletti nei pressi di stazione Principe, tra via del Campo e Di Prè, notare qualche assembramento all'interno di una bettola malfamata e riuscire a scorgere, tra le nuvole di fumo e di alcool a poco prezzo, il giovane cantautore genovese con la chitarra a tracolla e l'eterna sigaretta in bocca.
Se fosse entrata la ronda di servizio avremmo pagato un caro prezzo per quelle note e quelle parole che riuscivamo ad ascoltare (ce lo rammentavano le parole dei presenti: " ...tento belin!"), circondati e stretti tra le figure e le caricature che negli anni hanno riempito di colore e di senso le sue canzoni. Vecchi portuali sempre in credito verso la vita, marinai di ogni mare tra un viaggio e l'altro, contrabbandieri di tutto, truffatori di vecchio stampo, donne di ogni età e aspetto che, come scrisse Lui, bastava prenderle per la mano...

Al rientro ci sentivamo più ricchi, tutti presi da un'emozione mai provata: il proibito ci aveva invaso e resi alteri, quasi invincibili, a parte il rientro in caserma cercando di evitare il capitano di ispezione vista l'ora...

Ma la musica e le parole di Fabrizio stavano invadendo gli spazi fino ad allora riservati a parole d'amore, a ritornelli ripetuti all'infinito, a strofe dove era sufficiente spostare una virgola per avere un nuovo testo. Il ghiaccio si era incrinato e non si sarebbe più chiuso nei silenzi del consentito. Seguirono, negli anni, lunghe serie di capolavori quali la Buona Novella, Tutti morimmo a stento, Dialogo di un impiegato e tanti altri ancora. Ancora oggi non rappresentano un ricordo, ma una traccia per comprendere alcune verità scomode, nascoste. La sua musica ci ha resi più consapevoli, curiosi, ansiosi di comprendere, di capire: grazie, Fabrizio, sei ancora tra di noi.

(Mauro Magnani)

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