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Parlando del 2 agosto, tu chi difendi Enzo?

Pubblicata il 15 agosto 2012

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Parlando del 2 agosto, tu chi difendi Enzo?
Un bellissimo editoriale quello pubblicato da Luca Bottura sul suo blog del Corriere giovedì scorso.
Si intitola “Il mio amico Raisi”. Bottura dice al suo amico di facebook parlamentare: “Cercherò di essere chiaro, dritto, leale: c’è, nel tuo batterti per riscrivere la verità giudiziaria, l’accanimento di chi sa che la Mambro e Fioravanti appartengono al proprio album di famiglia. E quindi desidera che non s’infanghi una storia comune. Bene: è un atteggiamento ultrà. E’ la difesa a oltranza della propria squadra del cuore, anche quando le evidenze dimostrano il contrario.”
Bottura come ognuno di noi ha una sua storia politica e lui, da persona di sinistra legato al Pci, ricorda altrettanto bene il periodo in cui il Partito Comunista parlava di “sedicenti Brigate Rosse”, perché la linea del partito di quel periodo (primissimi anni settanta…) si sforzava di affermare che erano “Nere le Brigate Rosse”. Nulla a che fare col movimento operaio e con la sinistra, con l’album di famiglia appunto.
Poi Luca conclude: “Ma forse il punto non è neppure questo. Il punto è che, mettendoti a contestare la legittimità di Paolo Bolognesi, hai virtualmente messo una bandiera politica ai morti. Pensa: è la stessa accusa che tu e i tuoi tifosi riversate proprio sull’Associazione delle vittime. Però c’è una bella differenza: i parenti delle vittime difendono la memoria, la sete di giustizia, l’urgenza ineluttabile di cercare tutta la verità ora e per sempre. Difendono loro stessi, e i loro cari.”

Tu chi difendi, Enzo?
Premetto che non ho alcun motivo di detestare Raisi, anzi. Lo conosco da tempo e pur con idee opposte lo rispetto, ma le sue ultime esternazioni mi hanno sbalordito. E più lo vedo attorcigliarsi in questa situazione più me ne dispiaccio per lui. Raisi presenta la sua battaglia come una lotta per la verità. Si può discuterne. Su una cosa sono d’accordo: non ci deve mai essere nulla che pregiudichi la ricerca della verità in favore di tesi preconfezionate. Ma è proprio  “la verità” la sua stella polare? La ricerca della verità deve sempre essere accompagnata dal dubbio. Cercare invece ossessivamente la pista alternativa che ci piace, possibilmente la più lontana al proprio album di famiglia, mi pare la sua personale ossessione. Raisi non accetta che la strage venga permanentemente ricordata come un efferato attentato “fascista”. Però, nel cercare la “verità”, non si appassiona a tutti i possibili moventi. Sono tantissime le ipotesi fatte in questi trent’anni: compresa quella di un 2 agosto come  “Strage di Stato Internazionale”, organizzata per sviare l’attenzione dalla strage di Ustica di un mese prima.

Anche quello scenario, prospettato per la prima volta dal defunto capo della polizia Parisi (scenario peraltro assai ipotetico e mai confermato da riscontri oggettivi) è forse troppo insidioso per il deputato finiano, poiché essendo storicamente comprovate le commistioni tra la manovalanza fascista, i servizi, e le organizzazioni “atlantiche” costruite e finanziate per contrastare il comunismo,  potrebbe sempre scapparci la responsabilità materiale di qualche fascista nell’azione stragista. L’ipotesi che piace a Raisi dunque è quella che porta il più lontano possibile dal suo album di famiglia e monda i fascisti da ogni responsabilità. La pista palestinese è quella perfetta: la ciliegina sulla torta però sarebbe un coinvolgimento dell’estrema sinistra.

Ecco allora uscire dal cilindro di Raisi (con tanto di interpellanza parlamentare) una vittima che potrebbe diventare un carnefice: il povero Mauro Di Vittorio, 24enne romano, simpatizzante del movimento autonomo di quegl'anni, saltato in aria a Bologna mentre tornava da un viaggio a Londra. Di Vittorio viene retrospettivamente “arruolato” tra gli autonomi romani di Pifano che collaboravano con l’Flpl palestinese nel traffico di armi.  Nulla collega quel ragazzo al gruppo di Autonomia del Policlinico, ma certo la tesi è ghiotta, un altro mattoncino alla “pista rossa”, e infatti gli fa da sponda Giusva Fioravanti che dalle pagine del Giornale rilancia subito la palla: “le persone ragionevoli (scrive proprio così: ragionevoli…ndr) si ricordino che solo pochi mesi prima, a Ortona, tre capi dell'Autonomia romana erano stati arrestati mentre trasportavano un potente missile terra-area per conto di un dirigente dell'FLPL che abitava a Bologna. Viene spontaneo alle persone semplici domandarsi se per caso, come era successo pochi mesi prima nelle Marche, anche il 2 agosto a Bologna dei giovani romani stessero aiutando i loro amici palestinesi a trasportare un carico di armi".

Piaccia o non piaccia al deputato bolognese, lui e Fioravanti sono ormai accomunati dallo stesso obiettivo. In parole povere il teorema Raisi/Fioravanti si sintetizza in questo slogan: sono “rosse” le stragi “nere”, i fascisti sono innocenti… L’operazione di Raisi è funzionale, ovviamente, anche alla riverginificazione storica di Fioravanti, che ama ricordarsi come un giovane arrabbiato e rivoluzionario, spontaneista e idealista, né più né meno di tanti altri giovani che in quegli stessi anni militavano sul fronte opposto.

Nell’oblio di memoria imperante nel nostro paese, di Fioravanti e dei Nar si ricordano ormai a mala pena gli omicidi politici (il giudice Amato) e quelli contro le forze dell’ordine.

Prendo a prestito le parole di Mario Adinolfi però per continuare a ricordare chi era (chi è?) Giusva Fioravanti. “…Giusva Fioravanti ha ucciso Roberto Scialabba, ventiquattro anni, con un colpo di pistola alla testa a freddo, senza alcuna provocazione o alterco precedente, mentre era seduto su una panchina con la ragazza, solo perché aveva i capelli lunghi e sembrava di sinistra. Ha sparato anche a lei, poi, mancandola. Roberto Scialabba. Qualcuno di voi ne ricorda il nome? Giusva Fioravanti ha assaltato la sede di Radio Città Futura nel giorno di conduzione delle donne, le ha fatte stendere a terra, le ha colpite con una sventagliata di mitra e poi ha dato fuoco ai locali. Quattro ferite, di cui due gravi. Poi ha attaccato la sede del Pci dell'Esquilino, con bombe a mano e revolver, ferendo venticinque persone e rammaricandosi perché non c'erano stati morti. Qualcuno di voi conosceva queste prove di strage?…”

Giusva Fioravanti, giovane rivoluzionario, spontaneista arrabbiato, in lotta col mondo: bella autobiografia, ma falsa.
Giusva Fioravanti che spara a un giovane solo perché "sembra di sinistra" e alle femministe indifese che stanno conducendo la loro trasmissione in radio assomiglia molto di più, drammaticamente, all’Anders Breivik della strage di Utoya. Breivik toglie sistematicamente la vita a ragazzi poco più giovani di lui, di sinistra, per la loro fede politica e perché li accusa di essere multiculturalisti al soldo dell’islamizzazione dell’Europa. Difende la sua idea di Europa etnicamente pura. Li condanna e spara scientificamente uccidendo 77 persone.
Torniamo così alla domanda iniziale posta da Bottura.
Tu chi difendi, Enzo?

(Paolo Soglia)

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