UN PARCO STORICO E UN AUTODROMO VINTAGE: "La vita del Ginkgo e quella delle Acque Minerali"

Pubblicata il 22 novembre 2013

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Acque Minerali, passeggiata autunnale
Finalmente è arrivato un po’ di silenzio.
Sarà perché è autunno avanzato o perché dopo nove mesi di attività l’autodromo imolese va in letargo, alle Acque Minerali alberi e cespugli festeggiano mutando colore. Il grande Ginkgo maschio, a pochi metri dall’asfalto della pista, vicino alla piccola statua pensosa di Ayrton Senna, si appresta a Festa di colorisfoggiare la sua veste più bella. Chi almeno una volta l’ha visto in questa stagione splendere come oro puro, non lo dimentica più. Poco importa se poi il vento, la pioggia o altre circostanze l’anno dopo ci impediranno di essere testimoni del prodigio, quell’accensione dorata rimarrà impressa nella nostra memoria visiva: una macchia luminosa tra il verde persistente delle conifere e dei Lecci, il marrone-giallo di Platani, Càrpini e Querce, il rosso Cornus alba Sibiricainfuocato dei Liquidambar e dei cespuglioni di Corniolo siberiano (Cornus sibirica) le cui foglie rosso porpora tra poco, cadendo, metteranno a nudo folti rami di puro corallo.


Ginkgo bilobaSe ne sta, questo Ginkgo maschio, un po’ isolato rispetto ad altri più giovani individui della medesima specie. Solo qualche decina di metri più in là, un Ginkgo femmina esibisce i suoi frutti come grappoli di ciliegie confondendo i propri rami con quelli di due più esili maschi ai quali si accosta. Altri Ginkgo sono addossati ad alberi di specie diverse e intrufolano i loro eleganti ventaglietti bilobati tra foglie d’ogni forma: lanceolate, palmate, aghiformi.
Ginkgo biloba, o anche Salisburia adiantifolia: albero strano, albero antico. Ha oltre 200 milioni d’anni! Noi non c’eravamo. 200 milioni d’anni senza mutamenti: un fossile vivente. Esserci ai tempi della Pangea, prima della deriva dei continenti, molto prima delle Alpi e degli Appennini... Prima di ogni prima. Quali specie presenti sulla Terra possono dire la stessa cosa? Il Ginkgo è parente stretto delle conifere, e gli aghi dei suoi ciuffetti si sono un tempo saldati tra loro a formare foglie dalla superficie piatta e smerlata che conosciamo. Il suo portamento (un nome difficile: monopodiale) assomiglia a quello dei cedri del Libano. I frutti, quando sono maturi, sono fetidi, un odore esagerato, come di Camembert.


L’albero ha una grande storia. Si dice che il suo nome venga dal cinese yin-kuo e significa “frutto d’argento”, che gli Europei lo notarono per la prima volta in Giappone, che fu portato nel nostro continente, precisamente in Olanda, attorno al 1730, che un esemplare piantato attorno alla metà del Settecento nei giardini di Kew vive ancora... Dopo il bombardamento atomico di Hiroshima, tra le macerie e la morte, grande fu la sorpresa di vederne ancora in piedi alcuni esemplari: ora sono un vero monumento, cioè un monito, per noi umani che con tanta disinvoltura attentiamo alla vita e alla bellezza degli alberi. Clicca qui >>>>   


LiquidambarIl parco, dunque, ora che fa freddo è diventato silenzioso. O meglio: si avvertono solo le voci della natura. Nessun rombo sporca più i suoni dell’aria, del vento, degli uccelli, dei nostri passi... Il rumore che fa la città è una velatura lontana. Camminiamo sul tappeto colorato delle foglie dei Liquidambar, il piede vi affonda, mentre risalgono dal fondo della mente le immagini di stagioni passate.


Ci sono stati anni in cui i ragazzi di Imola, d’estate, andavano al parco tutte le mattine per scendere in pista sulle loro quattro+quattro ruote: quelle degli “scàttini”. Non certo la pista dell’autodromo, che non aveva ancora nome ed era appena nato, ma la pista da ballo, ricoperta dalle esagonette rosse di gres, dove i meno abili di noi franavano, non senza qualche conseguenza. I nostri pattini che, con un inglesismo, si pretende che chiamiamo schéttini, non avevano le ruote allineate come i rollerblades di oggi, ma poste agli angoli di una specie di base metallica su cui si appoggiava il In vacanza al parco, anni 50 - 60piede. Ce li allacciavamo alle scarpe, e via, a “scattinare”! Sono state diverse le generazioni di imolesi che hanno conosciuto questa pratica così semplice, non troppo costosa (c’era sempre un amico che gli “scattini” te li poteva prestare). L’incanto di quelle ore è stato rievocato in alcuni racconti di Roberta Giacometti, Massimo Gianstefani, Gabriella Bassani, ed era così “tipico” questo divertimento giovanile che compare persino nelle cartoline per i saluti da Imola: un nitido quadro in bianco e nero, un’istantanea della vita del parco.


In quegli anni alle Acque Minerali (che erano più grandi) c’era animazione a tutte le ore del giorno, soprattutto d’estate, quando i ragazzini non andavano più a scuola e il pensiero di qualche esame di riparazione era al momento del tutto accantonato. Funzionava un bar, funzionava anche la fonte di acqua sulfurea, e un jukebox. Ma spesso era il gestore stesso a mettere gratuitamente “on line” un Frankie Laine di “Ballata selvaggia”, Johnny Ray con il suo singhiozzato “Cry”, Armstrong che cantava “La vie en rose.” Erano le canzoni a scandire i passaggi temporali: chi gettonava Frankie Laine, chi Elvis Presley, chi già Paul Anka… Sì, tra quei giovani andava forte l’Amerika. Ma la merenda si faceva con la piadina: quella grossa, del forno. Lire 20?


C’è stato anche un momento in cui era diventato rituale, il 31 maggio - ultimo giorno di scuola In vacanza al parco nei pressi del Tamburellocon “lectio brevis” - andare fino alle Acque insieme ai compagni di classe e ancora coi libri legati dalla cinghia, come allora si usava. Arrivati al ponte sul Santerno, qualcuno gettava giù i quaderni dei compiti: un gesto liberatorio. Il parco era già lì, a poche centinaia di metri, e la passeggiata era un preludio alla lunga stagione estiva di giochi e incontri che ci attendeva.
Adesso le Acque ci piace di più frequentarle in autunno e in inverno. Non è solo perché intanto sono passati diversi decenni e i gusti sono cambiati. A tenercene lontani nella bella stagione è l’idea irritante che la pace che cerchiamo possa venire a un tratto violata dal passaggio di auto o motori sulla pista, il timore che il beneficio di camminate e soste tra prati e alberi venga compromesso dall’irruzione dei motori che scorrazzano lì vicino.


Ora per qualche settimana avremo una tregua. E mentre percorriamo strade e sentieTrasparenze diverseri (alcuni, i più suggestivi che si arrampicano sul monte Castellaccio, stanno franando) non pensiamo tanto al passato delle nostre Acque, quanto al suo futuro. Le nostalgie, i ricordi, sono ripiegamenti sterili se non ci aprono a idee per gli anni a venire. Siamo anche convinti che il futuro acquisti senso e spessore se lo si prefigura in un più ampio quadro, comprensivo del passato. Altrimenti nasce con gambe deformi.
Passato. Il parco è antico, e nel tempo fu più volte meta di gioiose manifestazioni, vere e proprie scampagnate con grande partecipazione di cittadini e forestieri. Un secolo fa, per esempio, una domenica 17 agosto 1913, Imola e le Acque furono invase dai Ciclisti Rossi. Di quella pittoresca festa Belle époque vi daremo foto e cronache prossimamente su questo schermo.

(Mario Cacciari e Giuliana Zanelli)

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