"AAA: Autodromo, Ambiente, Acque Minerali. Conclusione provvisoria"

Pubblicata il 10 gennaio 2014

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Autodromo di Imola
Vista da sopra la curva della Tosa, l’area su cui si snoda l’autodromo Enzo e Dino Ferrari mostra in una visione d’insieme alcuni punti passibili di più o meno aspre critiche.
Il parco delle Acque Minerali, che una volta ci sembrava grande, appare quasi rannicchiato in un angolo dentro il vasto anello del circùito che lo costeggia in diversi tratti. Il fiume, che scorreva in assoluta continuità con le formazioni rocciose (di cui condivide il passato geologico) e con l’area verde, ne risulta ora separato dalle barriere che “proteggono” l’autodromo: da un lato reti malamente tappezzate di bandoni, dall’altro - verso l’interno del parco - alti reticolati. Ai bordi della pista spiccano le vie di fuga per i bolidi, e sono come “morsi” bianchi che invadono porzioni di campagna o aree un tempo appartenenti alle Acque. La città di Imola è proprio a ridosso della riva sinistra del fiume e lo travalica, con un agglomerato di abitazioni ormai annose, presso la curva della Rivazza.

La convivenza tra Autodromo con case e scuole a pochi metril’autodromo e le Acque Minerali, tra l’autodromo e gli imolesi dovrebbe essere, a nostro parere, tra le preoccupazioni di chi amministra la città. Per ora invece gli sforzi ideativi e finanziari sembrano piuttosto concentrati unicamente a mantenere in vita il circùito. Eppure, in una bella ricerca collettiva intitolata “Imola e il fiume”, promossa dal Comune di Imola e dall’Università di Bologna con la partecipazione di geologi, storici e pedagogisti, il nodo affiorava già: «Il problema più spinoso è sicuramente dato dall’autodromo così a ridosso del fiume nel tratto urbano. Pensando sia poco credibile, almeno nell’immediato, una sua soppressione, si possono ipotizzare modifiche di tracciato e di utilizzo» ( R. Bacchilega, M. Landini). E venivano indicati alcuni interventi volti ad ampliare il parco e ad allestire, negli spazi adiacenti, attività ricreative non inseribili nel parco storico. Nel bel disegno che sintetizzava le idee messe in campo, spuntava anche il recupero delle sorgenti sulfuree. Studi, speranze... Ma che anno era mai? Marzo 1994, ovvero qualche mese prima dell’incidente in cui morì Senna, dal quale conseguirono ben altri interventi: non l’auspicato ampliamento del parco, ma la sua mutilazione.

Gli anni tra Novecento e Duemila furono quelli in cui il cemento si installava con ingombranti, per nonAcqua, verde e cemento dire insultanti, presenze sia sul traguardo sia lungo il percorso della pista. Pensando che le masse avrebbero continuato ad accorrere al richiamo dei grandi eventi motoristici, enormi scalinate grigie sorsero Eleganti paraventi sul Lungofiume nascosto a ridosso delle colline: presso la Tosa, presso la Rivazza e persino sui pendii prospicienti uno degli angoli più suggestivi delle Acque. Scandaloso a nostro avviso è poi il fatto che non molti anni fa, all’epoca di un governo Berlusconi, il Comune di Imola chiese e ottenne dalla Protezione civile ben 10 milioni di euro, per rifare i box; a questi si aggiunsero altri 3 milioni concessi dal successivo governo Prodi. Lo stesso Comune stanziò un ultimo milione. E fan quattordici!

È strano veramente che i progetti per spargere cemento e asfalto camminino con velocità e voracità, mentre invece le iniziative che riguardano la cura e l’arricchimento degli spazi verdi procedano con fatica. Eppure piantare e curare alberi, allestire prati e aiuole, piste ciclabili, attrezzare oasi Biodiversità al Castellaccio. Tra muschi, erbe e licheni è nata una quercia...naturalistiche, sono lavoro. È lavoro valorizzare un ambiente “naturale” come un parco, mantenerlo, creare accoglienza, inventare eventi adeguati. E lavoro è porre attenzione agli equilibri del territorio, anziché distorcerne la natura e sfruttarlo per trarne nell’immediato un profitto che va principalmente a soggetti privati, generando nel lungo termine costi alla collettività e lutti. Inutili ed ipocrite, in ogni caso, le lamentazioni al cielo che costituiscono il leitmotiv di ogni autunno-inverno, quando piogge e piene danno luogo a frane e smottamenti.
Non certo da oggi ci accorgiamo di come la disinvolta violenza con cui siamo intervenuti negli assetti idrogeologici venga regolarmente pagata da improvvisi (ma non imprevedibili) disastri.

Fino a cinquant’anni fa abbiamo saccheggiato le sabbie e le ghiaie dei fiumi - anche del “nostro” fiume - in omaggio alla pur necessaria ri-costruzione di case e strade. Ormai da tempo siamo usciti dal Le antiche ghiaie del Santerno, oggi scomparsedopoguerra, e adesso il futuro che ci sta davanti ci impegna in un’altra ricostruzione: quella di un’alleanza con l’ambiente, sistematicamente ignorato in questi ultimi decenni. Lo impongono la sicurezza degli esseri umani e quella dei loro beni. Lo esige il bisogno emergente di un benessere diverso, dove veramente la parola “qualità”, di cui si fa tanto spreco a livello politico, abbia un contenuto “umano”, e non solamente economico e materiale. Come abbiamo cura delle biblioteche, delle raccolte d’arte, dei teatri, altrettanta dovremmo averne per il retaggio storico del parco delle Acque Minerali, e in generale degli spazi di verde e di campagna che ancora rimangono nel nostro territorio.

Siamo al termine di una lunga stagione di sciupìo. Da un documentato studio di Legambiente Emilia Romagna (“Il valore del suolo”, novembre 2012), risulta che la nostra è una delle regioni italiane in cui si è più edificato. Non è bastato avere delle giunte di “sinistra” con la presenza di forze “verdi” per impedire la micidiale deriva di una crescente urbanizzazione, continuata oltre ogni reale esigenza. «Il suolo agricolo è bene finito, non rinnovabile, che genera un valore collettivo: idroregolazione delle piogge, supporto necessario per ecosistemi e biodiversità, bellezza e memoria storica, capacità di produzione agricola [...]. Anche dopo l’emanazione della legge regionale 20/2000 i trend di urbanizzazione in regione sono rimasti pressoché invariati» (Lorenzo Frattini). C’è voluta la crisi del tanto vituperato “mercato”, con tutte le conseguenze traumatiche che viviamo in questi giorni, per rallentare, in modo del tutto insensato e casuale, un tipo di crescita altrettanto insensata.

Con quanta sensibilità i padri costituenti avevano riconosciuto il paesaggio come un bene collettivo da tutelare (Costituzione della Repubblica, art. 9, secondo comma), con altrettanta tranquilla e colpevole indifferenza chi ci ha amministrato ha trascurato di assecondare con coerenza gli interessi della collettività: «questo è accaduto anche grazie a un contesto culturale segnato dalla mancanza di Sentieri del parco in gennaiovalore attribuito agli spazi comuni e alla bellezza, quando questa esce dallo spazio del privato» (Lorenzo Frattini).
Alla conclusione, diciamo provvisoria, di queste nostre riflessioni vogliamo sia ben chiaro a quanti leggono, che le cose dettateci dall’affetto verso le Acque Minerali - un luogo a noi familiare fin dall’infanzia -  non vogliono essere un cedimento a un sentimento paralizzante come la nostalgia, ma un momento della battaglia per una cultura diversa.




LE PUNTATE PRECEDENTI

L'autodromo vintage: vivere di gloria >>>>
La vita del Ginkgo e quella delle Acque Minerali >>>>
Belle époque al Parco >>>>

(Mario Cacciari e Giuliana Zanelli. Foto di Mario Cacciari e Mauro Magnani

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