Molteplici temi hanno caratterizzato la settimana appena conclusa: la situazione giapponese con l’alternarsi di ottimismo e pessimismo sulla gravità della crisi nucleare; l’aggravarsi della crisi libica dopo che Gheddafi non si è adeguato al “cessate il fuoco” che formalmente aveva accettato e gli ulteriori sviluppi sul fronte dei conti pubblici dell’Area euro con il programma di aiuti dell’Unione europea ai paesi in difficoltà.
Riguardo al Giappone, con il trascorrere dei giorni si affinano le stime dei possibili effetti sulla crescita del terremoto e conseguente tsunami. Secondo il governo nipponico, i danni ammonterebbero a circa 185/305 miliardi di dollari, il che collocherebbe questi eventi catastrofici al primo posto per perdita di ricchezza. La valutazione non terrebbe conto del rallentamento dell’economia nel resto del Paese dovuto al razionamento dell’energia elettrica e sconta il fatto che la crisi alla centrale di Fukushima rientri in tempi brevi e con conseguenze limitate. Se il razionamento dell’energia elettrica si concluderà entro aprile, come è stato pianificato, si stima per l’economia nipponica una contrazione nel primo semestre di quest’anno seguita da una fase di crescita alimentata dalla ricostruzione e dalla ripresa dei “normali” ritmi di produzione e resa possibile anche dal fatto che non si avrebbe in queste circostanze un forte deterioramento della fiducia di consumatori ed aziende. L’impatto della recessione giapponese sul resto del mondo dovrebbe essere piuttosto limitato in quanto il Pil del Giappone rappresenta circa il 6,0% di quello globale: se i numeri del Paese nel 2011 dovessero essere quelli sopra riportati, la crescita globale verrebbe intaccata dello 0,2%. Ovviamente queste stime potrebbero risultare completamente sbagliate per svariati motivi in questo momento di difficile valutazione, come, ad esempio, l’eventuale calo della fiducia dei mercati finanziari.
La situazione libica si conferma estremamente complicata ed aggiunge incertezza all’interno di un quadro già difficile, contribuendo a mantenere elevate le quotazioni del greggio. In settimana si sono acuiti anche i disordini nello Yemen, che fanno temere per la produzione petrolifera nella penisola araba. Nel breve termine le preoccupazioni per la situazione geopolitica hanno la meglio sulla tendenza ribassista dovuta alla rarefazione della domanda proveniente dal Giappone, terzo consumatore mondiale di petrolio: in settimana sia il Brent che il Wti si sono riportati sui massimi di periodo. Questo rafforza la preoccupazione delle Banche centrali che la salita dei prezzi, per ora ritenuta temporanea perché dovuta essenzialmente alle quotazioni delle materie prime, possa trasferirsi all’intera struttura dei prezzi, assumere connotazioni permanenti ed intaccare quindi le aspettative di medio periodo sull’inflazione. Sui mercati questo si traduce in un’alternanza di avversione al rischio più o meno accentuata e fa maturare la convinzione che le Banche centrali, Bce e BoE per prime, attueranno una stretta monetaria in tempi brevi.
Ultimo elemento rilevante i conti pubblici nell’Area Euro e gli sviluppi del programma di aiuti dell’Unione europea ai Paesi in difficoltà. In settimana si è raggiunto l’accordo sulla creazione dell’Esm, il meccanismo europeo permanente di stabilizzazione dell’euro: si tratta di un organismo intergovernativo che sarà operativo dal luglio 2013, il cui compito sarà quello di emettere prestiti per assicurare l’assistenza finanziaria ai Paesi in difficoltà, ma a condizioni molto severe. Non si è invece ancora conclusa la vicenda dell’Efsf, il fondo di salvataggio temporaneo che verrà sostituito dall’Esm: mancano ancora i dettagli tecnici per aumentare il capitale effettivo dagli attuali 250 miliardi ai 440 concordati; su questo si lavorerà a partire dalla prossima settimana. La reazione dei mercati è stata di parziale delusione e lo testimonia l’allargamento dei differenziali tra Paesi “core” e periferici, molto accentuato per l’Irlanda e per il Portogallo che ha anche subito il declassamento del rating di due gradini sia da parte di Moody’s che da parte di Fitch.
Per quanto riguarda il mercato azionario, si chiude una settimana di recupero dai minimi registrati la scorsa ottava. Restano la cautela e la prudenza in presenza di preoccupazioni legate alla crisi nucleare in Giappone ed alle tensioni geopolitiche in Medio Oriente, ma a prevalere sembrano essere per ora sempre di più le previsioni ancora positive sul ciclo economico che potrebbero favorire la crescita dei risultati societari. Lo S&P500 si è riportato sopra i 1.300 punti, il Nasdaq sopra i 2.700, il Dax prova ad avvicinarsi ai 7mila punti. Il Nikkei chiude la settimana non molto distante dai massimi degli ultimi giorni sulla scia dell'interesse degli investitori esteri per i titoli oggetto di realizzo la scorsa settimana. Vediamo le variazioni della settimana dei principali indici: FTSE Mib +3,72%, FTSE Italia All Shares +3,58%, ESTX50 +4,25%, S&P500 +2,70%, Nasdaq Composite +3,76%, Nikkei +3,58%. Questi i principali appuntamenti attesi per questa settimana: lunedì 28 vendita abitazioni negli Stati Uniti; martedì 29 fiducia consumatori negli Stati Uniti; mercoledì 30 fiducia consumatori Area Euro; giovedì 31 prezzi al consumo Area Euro, disoccupazione e indice Direttori Acquisti di Chicago negli Stati Uniti; venerdì 1 aprile indice PMI manifattura e disoccupazione in Area Euro, indice PMI manifattura in Gran Bretagna, indice ISM manifattura negli Stati Uniti

Tassi: previsti tassi in rialzo
Come noto, ad inizio marzo la Bce aveva mandato forti segnali di un rialzo dei tassi ad aprile, ma il terremoto ed i numerosi fattori di incertezza a questo legati hanno portato molti operatori ed analisti a chiedersi se la Bce non stesse prendendo in considerazione l’ipotesi di ritardare la manovra. Ad oggi, a due settimane dalla data dell’incontro in cui si prenderà una decisione, sulla base di numerose dichiarazioni di esponenti della Bce sembra di poter dire che molto probabilmente il tasso repo sarà ritoccato al rialzo di 25bp. Il mercato si sta preparando il tal senso, tanto che i tassi interbancari, che erano leggermente scesi la scorsa settimana, sono tornati a salire. All’ultimo fixing della settimana la curva Euribor ha fissato allo 0,91% sulla durata ad un mese, l’1,20% su quella a tre mesi, l’1,51% sulla scadenza semestrale ed infine l’1,96% su quella a dodici mesi.
Una posizione più accomodante sembra essere quella della Fed per la quale una parte del mercato ipotizza addirittura una terza fase di “quantitative easing” dopo che la seconda fase si sarà completata il prossimo giugno; la Fed ha comunque smentito tale ipotesi. Resta il fatto che in base alle quotazioni dei future sui fed fund le probabilità di un rialzo dei tassi entro fine anno sono intorno al 35%.
Sul mercato dei titoli di Stato ha prevalso un trend di marginale rialzo per i rendimenti sui titoli benchmark, più marcato sui titoli statunitensi. Nel dettaglio, i Treasury concludono la settimana allo 0,73% sulla scadenza biennale ed al 3,44% su quella decennale; sulle stesse durate, il mercato tedesco esprime rendimenti pari rispettivamente all’1,73% ed al 3,28%. Nuovi massimi storici invece per i rendimenti dei governativi di alcuni Paesi periferici: in Portogallo il biennale scambia poco oltre il 7,0% ed il decennale al 7,80%, ma il picco dei rendimenti è sulla scadenza a cinque anni, dove si scambia l’8,45%; l’Irlanda ha toccato i nuovi massimi del 10,70% su biennale e del 10,20% sul decennale prima di ritracciare di qualche manciata di punti base.

Cambi: ampie oscillazioni dell’euro
Sul fronte valutario, la divisa unica ha oscillato in modo ampio: in alcune fasi si è indebolita sulle notizie delle dimissioni del Governo portoghese che potrebbero costringere Lisbona a ricorrere al sostegno finanziario dell’Unione europea, in altre si è rafforzata per le prospettive di rialzo dei tassi. Lo yen è in assestamento, mentre stupisce il dollaro australiano che, favorito dal fatto di rappresentare un Paese ricco di materie prime, resta sui massimi degli ultimi 29 anni contro il biglietto verde. Nuovi massimi per il cross Eur/Gbp che conferma il trend rialzista ormai in atto da metà febbraio.

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