Il Giappone non è la Bielorussia. Lo diciamo subito per evitare che qualcuno ce lo ricordi. Detto questo però è altrettanto vero che un disastro nucleare porta con sé conseguenze indipendenti dalla collocazione geografica, dalla ricchezza di un Paese, dalla laboriosità delle sua gente. Conseguenze che colpiscono le persone nella salute, nella psiche, nell’ambiente il cui vivono.

L’esperienza di Legambiente solidarietà
Roberto Rebecchi è stato per tanti anni l’anima del Progetto Chernobyl di Legambiente solidarietà, ed è tuttora il coordinatore per l’Emilia Romagna dei progetti in essere con la Bielorussia. Lui, di Carpi, è uno dei massimi conoscitori della realtà sociale bielorussa, che frequenta periodicamente per verificare lo stato dei progetti. L’abbiamo cercato la settimana scorsa. “Sono in partenza per l’Ucraina e la Bielorussia con una delegazione di Legambiente solidarietà, un viaggio di pochi giorni. Sentiamoci lunedì (il 21 marzo 2011, ndr)”.
“Tra le varie destinazioni siamo andati a verificare lo stato dei lavori nella centrale – ci racconta lunedì -. Nel 2007 è stato firmato il contratto con la società francese Novarka per la costruzione di un nuovo sarcofago che dovrà racchiudere i resti della centrale con tutto il suo contenuto radioattivo per almeno 100 anni. Si parla tanto di costi, spesso però ci si dimentica di quelli necessari dopo l’esaurimento di una centrale. E questi esistono indipendentemente da eventuali incidenti. Ancora oggi, in Italia, a Caorso, vi sono persone che lavorano per mantenere in sicurezza una centrale spenta da tempo. A Chernobyl (che lo ricordiamo è in Ucraina, ndr) lavorano più di 3400 persone, altre 110 sono impegnate nella costruzione del sarcofago, che doveva essere pronto in cinque anni e che, invece, ne richiederà di più. Ad oggi la spesa prevista è di oltre un miliardo di dollari. L’unico aspetto positivo è che l’atteggiamento è un po’ cambiato, c’è più realismo. Mentre prima si tendeva a minimizzare, oggi si riconosce che i livelli di radioattività vicini al sarcofago sono pericolosi. Infatti l’unità operativa che costruisce l’involucro opera ad un chilometro dalla centrale con tutte le precauzioni e i controlli possibili, e si avvicina solo quando è impossibile fare diversamente. La costruzione di un nuovo involucro si è resa necessaria per evitare problemi legati al deterioramento dell’attuale struttura di confinamento di progettazione russa”.
Ma al di là della zona morta, che occupa un raggio di circa 30 chilometri dove è vietata la residenza e qualsiasi attività umana, la tragedia del 1986 ha cambiato radicalmente la vita di gran parte della popolazione bielorussa, a cominciare chiaramente da coloro che vivono nelle zone più prossime alla centrale.
“Con l’Arpa Emilia Romagna abbiamo fatto delle misurazioni dove emerge che vi è ancora un’alta contaminazione in molte zone fuori dal raggio di 30 chilometri. Nella zona morta, teoricamente non abita nessuno, anche se nella realtà vi sono alcuni villaggi dove le persone sono tornate con il tacito consenso delle autorità. Lo scoppio della centrale ha fortemente compromesso la catena alimentare, e la cosa è peggiorata negli anni perché la gente ha continuato ad alimentarsi con cibo contaminato: selvaggina, frutti di bosco, funghi (per chi volesse leggere i dati e saperne di più rimandiamo al sito di Legambiente solidarietà). I controlli sono vaghi e spesso il cibo contaminato viene mischiato a quello sano. Abbiamo visto anche in questi giorni nella zona vicina alla centrale cataste di legno ai bordi delle strade pronte per essere trasportate. Così come caricare camion di sabbia per portarla chissà dove».
Uno dei problemi che accomuna Fukushima a Chernobyl è la mancanza di informazioni. «In Ucraina nei giorni successivi alla scoppio sono mancate completamente le informazioni basilari su come comportarsi: la gente continuava ad uscire e a mangiare i prodotti della zona, è ciò ha avuto conseguenze devastanti negli anni successivi. Vedendo cosa è successo in Giappone ho trovato molte analogie, anche se mi auguro di sbagliarmi. Di fronte a tragedie del genere servirebbero delle equipe di pronto intervento composte da scienziati e tecnici indipendenti, facenti capo ad organismi sovranazionali, che sapessero come comportarsi e capaci di trasmettere informazioni chiare e corrette”.
E così anche sugli aspetti sanitari, il nucleare non guarda in faccia a nessuno: “Le conseguenze sulla salute delle persone, una volta contaminate, non cambia da paese a paese. Malattie e tumori alla tiroide, leucemie, mutazioni  e malattie del sangue sono tra le conseguenze dell’esposizione alle radiazioni, così come il rischio di malformazioni alla nascita. A parte studi sulle malattie tiroidee con la vicenda di Chernobyl si è persa l’occasione per fare studi più approfonditi sulle conseguenze delle radiazioni nucleari sulla salute delle persone, soprattutto di fronte ad aumenti esponenziali di malattie di questo tipo. E oggi purtroppo assistiamo ad una sorta di  tentativo di rimozione dell’accaduto. Le autorità tendono a minimizzare le conseguenze nel lungo periodo, non c’è mai stata una sorta di educazione al comportamento, soprattutto nelle zone più vicine alla centrale. Insomma si cerca di superare la sindrome di Chernobyl anche per un problema di ordine economico: riconoscere la radioattività e le sue conseguenze, significa dover riconoscere alla gente che abita in zone contaminate tutta una serie di benefici che lo Stato non vuole o non può permettersi”.

Imola e Chernobyl
La realtà imolese è stata vicina alle popolazioni colpite dallo scoppio della centrale di Chernobyl. Nadia Visani era la responsabile imolese del Progetto Chernobyl e per tanti anni è stata a contatto con i bambini che sono arrivati a Imola, con le loro famiglie, con le accompagnatrici. “Quello che abbiamo notato facendo visite pediatriche ai bambini è che man mano che ci si allontanava temporalmente dallo scoppio, arrivavano bambini sempre più gracili e con problemi di crescita, mancavano i segni normali dello sviluppo che si notano attorno ai dieci anni. Poi vi erano i problemi di tiroide che molti avevano, in alcun casi, purtroppo, anche tumori. Tutti avevano problemi a denti e in questo caso la contaminazione si aggiungeva al degrado sociale che impediva un’alimentazione sana ed equilibrata. Cercare informazioni tra le accompagnatrici era però difficile. C’era una certa remora a parlare della tragedia”.
“Insieme per un futuro migliore” è un’associazione imolese che ancora oggi ospita bambini dalle zone contaminate della Bielorussia. Subito dopo il disastro giapponese è entrata in contatto con un’associazione per offrire il proprio aiuto ed è pronta a muoversi quando le condizioni lo permetteranno. Oggi però Arena Ricchi, presidente dell’associazione, ci racconta la sua esperienza nei territori bielorussi. “Le persone dicono che è difficile, ma allo stesso tempo facile, convivere con le radiazioni, perché non si vedono, non si sentono, non provocano dolore nell’immediato e si tende a dimenticare gli effetti che possono avere. Nella realtà però il ricordo c’è e permane se non altro perché ogni due mesi devono fare analizzare il latte, perché sarebbe vietato mangiare i frutti del sottobosco, perché tutto il territorio circostante te lo fa ricordare. Salvo poi non rispettare queste prescrizioni. E forse anche perché le radiazioni non si vedono è così facile negarne le conseguenze. Fin dall’inizio si è minimizzato e quando si sono decisi a dire qualcosa alle popolazioni era già troppo tardi. Ancora oggi si tende a negare l’influenza della radiazioni sui bambini nati focomelici o con malformazioni, anche se ci sono dati e studi che lo dimostrano. Il dramma è che le conseguenze le avverti oggi più di ieri, quando a fare figli oggi sono coloro chi sono nati poco prima  e subito dopo la tragedia. Le madri possono allattare i bambini solo fino al terzo mese, dopo devono fare con il latte artificiale”.
I segni delle radiazione le persone li portano addosso: “Sulle malformazioni non ci sono riscontri ufficiali, negli ultimi due anni sono stati molto di più gli aborti che le nascita, poi nella realtà ora vedi più bambini con malformazioni rispetto al passato. In generale sono più debole, più fragili perché lo stronzio si sostituisce al calcio e continua nel tempo a far sentire i suoi effetti. Il ricordo di Chernobyl riappare quando persone tra i 40 e i 50 muoiono velocemente per un tumore o una leucemia. Oggi si fanno più visite e controlli sui bambini, ma, pur essendoci maggiori informazioni e più consapevolezza, la gente continua a vivere nelle zone contaminate spesso perché non ha alternative, in altri casi perché è troppo forte l’attaccamento alla propria terra, cercando di convincersi che non capiterà a loro. Continuano a coltivare i campi e a mangiarne i prodotti. Per i loro figli però vorrebbero una vita migliore e spesso sperano che se ne vadano”.
Un ultimo aspetto che Arena vuole sottolineare riguarda particolari figure: i liquidatori. Coloro che nei giorni successivi e poi anche dopo hanno lavorato nella centrale e nelle zone contaminate, spesso senza adeguate protezioni, per aiutare la gente ad evacuare o per insegnare loro cosa fare e come comportarsi. “Quelli che erano nella centrale sono già tutti morti, degli altri ne sono rimasti una decina, che vivono con il senso di colpa di esser sopravvissuti. Loro alcune  informazioni le avevano, ma erano impotenti. Una delle cose da fare era lavare subito le persone contaminate, ma lo facevi con acqua altrettanto contaminata. E questo senso di impotenza lo avvertono ancora oggi».
“La sensazione peggiore che ho ricavato dai viaggi in Bielorussia – aggiunge Francesca Perdisa, un’altra componente di Legambiente solidarietà di Imola – era che, accanto alla difficoltà di parlarne, ci fosse anche una scarsa informazione da parte delle autorità, per non dire una minimizzazione o il tentativo di tenere nascosta gran patte della verità. Quando si girava nei villaggi con l’ambulatorio mobile di Legambiente per fare le visite ai bambini risultava chiaro che molte famiglie non erano consapevoli dei problema che il nucleare aveva creato. Anzi c’era chi normalmente andava a raccogliere cibo nella zona proibita. Il secondo aspetto che mi ha colpito riguarda la salute delle persone, in particolare dei bambini. La somministrazione di iodio andava fatto subito, invece, quando ci fu, avvenne con grande ritardo. E oggi le conseguenze di questo e l’esposizione alle radiazioni si paga in termini di nascite deformi, di bambini più deboli e più sofferenti”.
“Abbiamo visto soprattutto il disagio dei bambini aggravato da una situazione di estrema miseria – racconta Roberto Bacci che, con la moglie Eva Noccioli, entrambi del Comitao Chernobyl di Imola, hanno visitato le zone limitrofe alla centrale -. Negli orfanotrofi capisci veramente gli effetti della tragedia. Bambini fisicamente deboli o malati, orfani dei genitori, molti dei quali morti di tumori. Abbiamo avuto l’impressione di una tragedia senza fine. In giro tra i paesi si coglieva il tentativo delle autorità di nascondere il problema, a Kirov, ultimo paese prima della zona vietata, perfino le dirigenze scolastiche volevano convincere che non vi era problema a mangiare ciò che veniva raccolto nella campagna circostante. Le famiglie ci hanno raccontato che vivevano mangiando in gran parte ciò che veniva coltivato nella campagna e raccolto nei boschi della zona, anche in quella vietata. Abbiamo avuto la sensazione di una assoluta inconsapevolezza, conseguenza di una mancanza di una conoscenza che doveva venire da campagne di sensibilizzazione che non ci sono mai state». (Valerio Zanotti)

Leggi la lettera di una mamma

COSA DICE LA SCIENZA
Gli scienziati prevedono che 30 anni dopo la catastrofe il livello di contaminazione del suolo da Cesio-137 si dimezzerà per il naturale decadimento dell’isotopo. E solo in 300 anni questo indicatore scenderà sotto i 37 chilobecquerel per metro quadrato, tranne che nella zona di esclusione dei 30 chilometri attorno alla centrale nucleare di Chernobyl e in alcuni luoghi della Polissie, dove il livello di contaminazione é lo stesso che nella zona di esclusione. Queste terre diventeranno sicure molto più tardi. Una simile situazione si presenta per lo Stronzio-90: il periodo di decadimento é più o meno lo stesso (29 anni).
Questi radionuclidi sono molto mobili, quindi la loro circolazione nel terreno e la conseguente migrazione sono difficili da prevedere. E il plutonio, a differenza dei precedente isotopi, é assorbito pesantemente dalle piante, così da poter entrare nell’organismo umano in quantità anche significative attraverso la catena alimentare. Questa sostanza altamente pericolosa penetra minimamente nel terreno, rimanendo sul luogo ove si é verificata la ricaduta da fallout radioattivo.
E ancora, il Plutonio-241 “lascerà il campo” in un secolo – quando sarà sostituito dal più mobile Americio-241, ad emivita più lunga. Gli esperti temono che questo isotopo, in grado di percolare nel terreno, contaminerà le acque sotterranee e si spanderà dalle zone contaminate verso i territori puliti per diverse migliaia di anni.