Imola. Da qualche tempo a questa parte, sui giornali e i siti internet della zona di Imola e Bologna, si fa un gran parlare di eolico. Al di là delle singole posizioni, la cosa che balza più di tutte all'occhio è la radicalità delle visioni che si contrappongono. Da un lato coloro che vedono il macro eolico come una sorta di grande mulino a vento a impatto zero e in grado di cambiare radicalmente la situazione energetica italiana, dall'altro coloro che vedono in quelle pale mosse dal vento la fine della naturalità e della bellezza dei paesaggi all'interno dei quali verranno realizzati, la causa prima di radicali e irreversibili trasformazioni che cambieranno per sempre il modo di vivere delle genti di quei luoghi. Questa radicalità delle visioni e queste posizioni ideologiche quasi “fideistiche” sono tuttavia una costante in tutte le aree del mondo in cui si costruiscono impianti eolici di grandi dimensioni. Entrambi gli atteggiamenti, si basano su considerazioni più o meno scientificamente provate, su cui si sono versati (e si continueranno a versare) fiumi di inchiostro e di parole.

La Sindrome di Ninby
Alle numerose discussioni e ai ragionamenti che sono stati portati avanti negli ultimi tempi sulla stampa locale e nazionale, vorrei portare due ulteriori spunti di riflessione. Due riflessioni che si potrebbe affermare contrastano l'una con l'altra. In parte è vero. Ma questo non vuol dire essere schizofrenici o non voler assumere una posizione precisa, ma significa ragionare criticamente e liberamente su un tema di grande complessità, in cui non sempre i dati permettono di trovare una “Verità”.
Da un lato credo bisogni attenuare alcune delle considerazioni portate avanti dalla “Rete di resistenza sui crinali”, posizioni che spesso sembrano essere determinate dalla nota “Sindrome di  Nimby” (Not in my back yard, costruite dove volete basta che non lo fate nel mio giardino). Come prima cosa non c'è dubbio che l'impatto visivo e paesaggistico di un parco eolico sia notevole. Bisogna però considerare che sono impianti con circa 20 anni di vita utile, al termine dei quali l'impianto può essere rimosso senza quasi lasciare traccia sul territorio. Per il ripristino dei luoghi la legge prevede infatti che il realizzatore del parco eolico accantoni ogni anno una quota necessaria, alla fine della vita utile dell'impianto, per il ripristino delle condizioni naturali preesistenti. Pertanto le piazzole su cui le pale sorgono potranno essere riboscate e le strade sterrate appositamente create, se non più necessarie, rinaturalizzate anche esse.

Violazione dei Piani paesaggistici
Altra tesi portata contro l'eolico riguarda la presunta violazione dei Piani paesaggistici e dei Piani strutturali comunali (Psc). Anche qui la questione è più complessa di come possa sembrare. La tutela del paesaggio e la necessità di ricorrere a fonti energetiche pulite e rinnovabili, sono due valori costituzionalmente riconosciuti e pertanto entrambi perseguibili in deroga a tutte le altre normative di livello amministrativo inferiore. Cosa vuol dire questo? Vuol dire che è assolutamente costituzionale che con l'Autorizzazione unica si vada in deroga alle norme urbanistiche regionali, provinciali e comunali.
Infine invito chiunque legga queste riflessioni a recarsi a Casoni di Romagna a vedere il più grande parco eolico del nord Italia. Alcuni lo considerano bello, piacevole da vedere, altri uno scempio senza precedenti. Per quanto mi riguarda posso portare solo questa mia personale esperienza. Mi capitò più volte di percorrere a piedi il percorso dell'antica Flaminia Minor prima che il parco eolico fosse realizzato. Pochi escursionisti e tanto silenzio. In seguito alla costruzione del parco eolico mi è invece capitato di incontrare negli stessi luoghi intere famiglie che portavano i propri figli a vedere quei manufatti così insoliti, un po' come i nonni che a decine portano i propri nipoti a vedere i treni che passano in Stazione.
Pertanto ritengo alcuni dei punti presentati dalla “Rete di resistenza sui crinali” nelle linee guida presentate alla Regione Emilia Romagna nel dicembre 2010 pregiudiziali ed in alcuni casi addirittura errate.
 
Le ragioni della “Rete di resistenza sui crinali”
Detto questo, capisco però perfettamente ed in buona parte anche condivido le ragioni profonde delle riflessioni e delle opposizioni all'eolico portate avanti da gruppi come quello di “Rete di resistenza sui crinali”. Credo infatti che, liberi da ogni pregiudizio, il largo seguito e lo spazio assunto da questo Comitato sia un valore aggiunto per il nostro territorio e il segno concreto di una popolazione che non subisce passivamente le decisioni politiche ed economiche assunte altrove, ma si pone invece in modo costruttivo e propositivo davanti ai problemi. Ma è anche il segno del disagio di una popolazione che si vede catapultata con le proprie case e le proprie proprietà all'interno di progetti per i quali non sono mai stati consultati in modo serio. Si ritrovano al centro di decisioni prese in un ufficio tedesco o nella sede di un grande fondo d'investimento senza che questi si siano domandati se quel sito fosse effettivamente il luogo più idoneo nel quale realizzare un impianto di così grandi dimensioni.
Quando i residenti vengono coinvolti, il più delle volte le decisioni sono già state prese e i margini di dialogo non sono molto ampi. Può così accadere che i residenti, impotenti e abbandonati, elaborino la loro rabbia in una serie di motivazioni d'opposizione talvolta futili e infondate come gli uccelli che verrebbero affettati dalle pale o le onde elettromagnetiche emesse dalle pale che fanno venire i tumori. Credo che un'opposizione vera e costruttiva si debba basare su altri tipi di riflessione, riflessioni di natura economica.

La questione economica
Ritengo infatti che le ragioni profonde di questo malcontento generalizzato sull'eolico e la conseguente nascita di movimenti d'opposizione, si fondi sulla mancanza di una vera risposta a due domande fondamentali: A chi vanno in tasca i profitti di questi grandi impianti? Cosa veramente ci guadagna la comunità locale da questi progetti? Sulla rinnovabilità e sulla sostenibilità della fonte e sulla loro necessità non c'è, a mio avviso, molto da discutere. L'eolico serve al nostro paese e i siti con condizioni di ventosità adeguate per la realizzazione di questi impianti non sono numerosi. Quello su cui bisogna invece riflettere porta direttamente al cuore della discussione sul tema della globalizzazione.
La risposta alle due questioni sollevate è piuttosto articolata e richiederebbe una lunga trattazione. Riassumendo porto solo alcuni dati. Dei soldi destinati per l'eolico prelevati dalle bollette elettriche degli italiani meno del 30% va ad alimentare una filiera produttiva italiana. Tutto il resto sono ricchezze che passano direttamente dalle nostre tasche a quelle dei grandi produttori di macchine eoliche (prevalentemente Gamesa e Vestas, una spagnola, l'altra danese).
La parte di filiera produttiva dell'eolico con i maggiori guadagni non si trova in Italia ma fuori. Questa è la conseguenza di una politica energetica ed industriale nazionale non lungimirante che ha deciso di investire sulle rinnovabili troppo tardi, quando i colossi esteri orami si erano già strutturati. Per questo motivo il ritardo accumulato è ormai incolmabile, rendendo inevitabile una fuga di ricchezza dall'Italia ogni qualvolta si investe sull'eolico. Ora una domanda lecita può essere: perché devo sacrificare la bellezza paesaggistica della terra in cui sono nato per far fare profitti ad industrie straniere? Certo si riducono le emissioni di Co2, il sistema Italia non pagherà le sanzioni per il non rispetto degli impegni di Kyoto, io consumatore avrò una piccola riduzione della bolletta elettrica ecc. Ma il sacrificio che faccio accettando un grande campo eolico vicino alla mia tranquilla casa di montagna ne vale la pena?
Si arriva così alla seconda parte della risposta. Quando si parla di eolico si parla di grandissimi investimenti, milioni di euro per ogni MW installato. Nessun privato locale, forse, avrebbe l'opportunità di fare un investimento di questa portata. Solo le grandi banche e alcuni fondi di investimento possono gettarsi in questo tipo di operazioni.
Vi sono tuttavia dei casi, soprattutto in Nord Europa ed in Inghilterra in cui anche la popolazione locale può guadagnarci qualcosa dall'installazione di grandi campi eolici vicino alle proprie case. In questi Stati infatti, gli impianti vengono spesso realizzati mediante la costruzione di “Cooperative eoliche” in cui i singoli cittadini, in base alle loro disponibilità economiche, possono investire nella realizzazione del campo eolico ottenendone in cambio un ritorno economico annuo garantito, una sorta di Bot rinnovabile. Investire in un impianto eolico diventa quindi un investimento per sé stessi e per i propri figli, contribuendo allo stesso tempo alla riduzione delle emissioni di Co2 in atmosfera. Non è un caso a mio avviso che il consenso in questi paesi nei confronti dell'eolico sia molto alto e le opposizioni ridotte su pochi punti significativi. Questo in Italia non è mai accaduto e l'opposizione di buona parte della popolazione italiana all'eolico ne è la naturale conseguenza.

Per concludere, ritengo quindi che una comunità locale sia propensa ad accettare alcune rinunce (un paesaggio meno naturale, un leggero rumore legato al movimento delle pale, l'abbattimento di alcuni alberi per realizzare le piazzole) solo nel momento in cui ne abbia un reale ritorno economico. É inutile focalizzarsi sull'impatto paesaggistico o sulla perdita del valore turistico di un'area montana. Gli impianti eolici possono piacere oppure no, ma il più delle volte queste sono considerazioni  soggettive difficili da valutare “scientificamente”. E quando veramente un impatto paesaggistico c'è, le Sovraintendenze sono molto preparate per contenerlo o impedirlo.
Ritengo pertanto che solo coinvolgendo maggiormente i singoli abitanti nel processo di progettazione fisica e finanziaria del progetto si potranno superare le ragioni profonde delle resistenze della popolazione locale e inaugurare così un vero rinascimento delle rinnovabili in Italia. Fino ad allora continueremo a consegnare il nostro paesaggio ed il nostro ambiente naturale a speculatori il cui unico obiettivo è massimizzare i loro profitti e non il benessere di una popolazione che spera e lavora per un futuro più sostenibile. (Denis Grasso)