Non sempre il concetto di Rinnovabilità va d’accordo con quello di Sostenibilità. Esiste infatti la possibilità che alcuni impianti per la generazione di energia rinnovabile producano più impatti negativi rispetto ai reali benefici in grado di apportare all’intera collettività. Un esempio ormai noto, è quello di alcuni grandi impianti a biomassa che, non riuscendo a trovare a breve distanza sufficiente materia prima per il funzionamento dei loro impianti, importano olio di colza dai paesi tropicali (tipicamente Indonesia e centroamerica). Ma se si va ad analizzare l’intero processo di vita di questo tipo di impianti, si può facilmente constatare come la CO2 emessa per il trasporto di quella materia prima sia di gran lunga superiore rispetto alla reale riduzione di quelle emissioni che in teoria sono la giustificazione dell’impianto stesso.
Qualcosa di simile può accadere anche nel settore del fotovoltaico, un settore che negli ultimi anni ha conosciuto un boom davvero impressionante, sospinto anche dagli incentivi statali più generosi del mondo. Ma, come purtroppo troppo spesso accade in Italia (ma in questo caso non siamo i soli, siamo in compagnia di praticamente tutti gli altri paesi europei), la grande reddittività di questo tipo di investimenti ha portato ad effetti perversi, il più evidente dei quali è l’occupazione di ampie superfici agricole talvolta di grande pregio. Ma com’è stato possibile tutto questo? Ci sono, a mio modo di vedere, due fattori che si sono strettamente intrecciati l’uno con l’altro.
Il primo fattore riguarda l’ormai gravissima crisi dei redditi agricoli. Fare l’agricoltore oggi non è più remunerativo come una volta. In quasi tutte le produzioni colturali i margini di guadagno si sono significativamente ridotti. È stato fisiologico quindi per questo settore produttivo cercare delle forme integrative del reddito. Ed è in questa loro ricerca che hanno incontrato i cosiddetti developer, professionisti (talvolta meri speculatori!) che prendono in affitto per 20-25 anni un terreno agricolo e sul quale costruiscono grandi campi fotovoltaici spesso da diversi MW.
Cos’è successo quindi? È successo che il più delle volte il canone mensile o annuale riconosciuto dai developer ai proprietari di quelle aree agricole, fosse molto più elevato dei redditi agricoli che questi erano in grado di generare mediante la loro tradizionale attività agricola. Normale quindi che un agricoltore provi a massimizzare i suoi guadagni cercando di mettere a disposizione dei grandi costruttor fotovoltaici più terra che potesse, anche al costo di sacrificare colture di pregio ormai dal ridotto valore economico (alberi da frutto, viti, ecc.). Ecco così che si arriva agli effetti perversi di questa logica. Il fotovoltaico che distrugge e cancella paesaggi agrari talvolta anche di notevole pregio paesaggistico ed ambientale.
A questo punto entra in gioco il secondo fattore decisivo per sospingere tale fenomeno in questa direzione. E riguarda la profonda crisi nella quale versa oggi la pianificazione territoriale italiana. Una politica che a tutti i livelli è incapace di gestire quei fenomeni di varia natura che trasformano i luoghi nei quali viviamo. Per quanto riguarda i grandi campi fotovoltaici, i piani urbanistici non sempre hanno avuto la lungimiranza di indirizzare questo tipo di sviluppo verso quelle aree agricole di minore pregio, magari ai bordi delle grandi aree industriali delle nostre città. Va comunque sottolineato che, anche se si fosse proceduto in questa direzione, sarebbe stata negata ad alcuni agricoltori la possibilità di avere una fonte di reddito sicura, con tutti i conflitti che questo avrebbe potuto comportare. Come sempre accade quando si parla di energia, la questione è molto più complessa di come potrebbe apparire ad un primo sguardo.
Molte Regioni sono comunque intervenute sul problema. In Veneto ad esempio, il Consiglio Regionale ha deciso che ogni singolo proprietario terriero non può destinare più del 10% della propria proprietà alla produzione fotovoltaica. In Emilia Romagna invece, meno di un mese fa, è stata resa pubblica una serie di cartografie in cui si individuano le aree non idonee per l’installazione di impianti per la generazione di energia da fonti rinnovabili. Si capisce quindi come il problema sia ormai fortemente sentito dalle pubbliche amministrazioni e si stia cercando in un qualche modo di correre ai ripari.
Come è possibile allora conciliare il necessario sviluppo del fotovoltaico con il rispetto del territorio, dei nostri paesaggi e della nostra storia? Il legislatore nazionale una risposta c’è l’ha data. Integrando i pannelli fotovoltaici all’interno degli edifici già esistenti. Per questa tipologia d’installazione infatti, il Terzo Conto Energia (2010) prevede gli incentivi più alti, con ulteriori bonus per quelle forme di integrazione innovative e di particolare pregio.
Si aprono a questo punto nuove prospettive, prospettive nelle quali il “genio” italiano potrebbe ritagliarsi un suo spazio per recuperare quel tremendo ritardo industriale e tecnologico accumulato rispetto ad altri grandi paesi. Grazie a questi incentivi infatti, si spalanca la porta per un fotovoltaico made in Italy, che, come accade per la moda e tanti altri prodotti italiani, si differenzi da tutti gli altri per la sua qualità, per la sua bellezza, per la sua capacità di dare ulteriore valore a quegli edifici pubblici e privati che ne dovessero fare utilizzo. E non necessariamente bisognerà puntare solo sulla qualità e sui piccoli impianti. Anche la quantità chiaramente giocherà il suo ruolo centrale. Vi sono infatti, solo per fare un esempio, alcuni grandi capannoni emiliani che hanno installato sui propri tetti più di 1,5 MW di pannelli fotovoltaici.
Ricerca quindi, pensare ad un nuovo modo di “essere” del pannello fotovoltaico. Gli esempi in questa direzione sono già molti e sembrano promettenti. Vi sono alcuni gruppi di ricerca privati ed universitari ad esempio, che stanno studiando tecniche per coniugare produzione agricola e produzione fotovoltaica. Già da qualche anno sono in commercio le tegole fotovoltaiche (anche se hanno un costo maggiore rispetto ad un tradizionale pannello fotovoltaico, hanno una minore produttività per metro quadrato e non sempre si integrano perfettamente nel tessuto urbano storico), le celle utilizzate come vetri per solai e serre, i pannelli integrati nelle pareti verticali, ecc.. Basta andare su internet per vedere centinaia di esempi di questo tipo.
Appare evidente pertanto come sia necessario disinnescare la possibilità che il nostro crescente bisogno di energia pulita si trasformi in una nuova giustificazione per portare ulteriore distruzione alle bellezze del nostro paese. Per fare in modo che questo non accada serve il contributo attivo e creativo di tutti quei cittadini che non possono più accettare che lo sviluppo di una comunità passi sempre dalla distruzione di qualcos’altro, il più delle volte l’ambiente e il paesaggio all’interno del quale viviamo e dai quali ciascuno di noi dipende. (Grasso Denis)