Sì, signor presidente, vada in Val di Susa. Sono in tanti, ormai, a chiederglielo. E, per favore, chieda al pilota del suo aereo riservato, di fare tappa a Torino. Sia gentile, ci usi questa cortesia. All'ospedale di Torino è tuttora ricoverato un amico. Fabiano. Un ragazzo garbato, attento agli altri, la mitezza nei modi e nello sguardo. Era con noi in pullman, da Bologna, domenica scorsa. Tra i responsabili, s'è speso, sin dalle prime ore del giorno, per assicurarci un viaggio senza disagi.
L'abbiamo salutato ad Exilles, quando siamo scesi per unirci ai valsusini. Ci ha lasciato il numero di cellulare, in caso di bisogno. Nel pomeriggio l'ho chiamato per chiedere conferma del luogo di ritrovo per il ritorno. Soltanto un'ora dopo ho capito perchè mai, stranamente, m'avesse risposto una segreteria, presumibilmente attivata dalla polizia, dopo averglielo sequestrato, per intercettare altri “terroristi”, i suoi pericolosi amici “black blocs”. E' caduto mentre tentava di sfuggire agli effetti criminali dei lacrimogeni sparati dalla polizia su di noi e sui manifestanti inermi. E' stato ghermito, massacrato, umiliato. Ed arrestato.
Lei, signor presidente, così ammirato per l'equilibrio, l'aplomb, il suo inglese fluente, che tanto ha fatto per resuscitare l'inno di Mameli, in omaggio ad un'Italia che si sarebbe desta e “dell'elmo di Scipio s'è cinta la testa. Dov'è la Vittoria? Le porga la chioma che schiava di Roma Iddio la creò… ” (sic), provi a prestare ascolto anche a quella parte di italiani che si sta destando ora. Quei giovani condannati al precariato a vita, ad una vecchiaia indigente, a dipendere, per un misero impiego, da uno squillo d'agenzia che non arriva. Che non ne possono più d'intrighi, spudorati privilegi, malaffare diffuso, ostentazione d'oscene ricchezze, strapotere immeritato. Il carisma, quell'imperturbabile moderazione vengono da sé quando si vive nel lusso, attorniati da stuoli di domestici, valletti, consiglieri, adulati dai potenti della terra e riveriti da milioni di italiani. Riesce un po' più difficile a chi non ha futuro e sta perdendo ogni speranza.
Vada, vada in Valsusa,  presidente. Ascolti, con umiltà, quei “testardi montanari”. Potrebbero illuminarla circa le ragioni che sospingono un giovane, esasperato da manganelli, lacrimogeni e minacciosi elicotteri ad un palmo dal capo, ad arrabbiarsi ed impugnare il primo sasso che capita d'incontrare sul ciglio della strada. Quegli intollerabili facinorosi, “squadre militarizzate”, che lei ha voluto additare al pubblico ludibrio.
 Infine, signor presidente, mi aiuti a capire, lei così saggio, perchè mai, quando la vedo in tv, alla sua immagine si sovrappone, mio malgrado, quella di Sandro Pertini. Un Presidente che non esitò a partecipare all'angoscia di un popolo intero che tremò, anni addietro, per la tragica sorte di un bambino caduto in un pozzo, a Vermicino.
Lei, verosimilmente, sarà stato tra coloro che lo accusarono di “smodato ed inopportuno sentimentalismo”.
Un Uomo che, durante il ventennio, fu costretto per anni al confino  quale “pericoloso sovversivo”, quasi un antesignano dei moderni “terroristi”. Un Uomo che a me è rimasto nel cuore e che, ne sono certa, in Val di Susa sarebbe già andato. (Laila Cavalcanti)