Gli interessi nazionali possono essere di vario genere: strategici, geopolitici, economici, commerciali, ecc. Concentriamo, per un momento, la nostra attenzione su nostri interessi economici nazionali per vedere se da questa disavventura libica abbiamo o avremo vantaggi, come Italia, oppure no. Anche perché un osservatore come Fabio Mini, molto acuto, concreto e spesso caustico, esperto di problemi relativi alla difesa, ci fa pensare, spiegandoci che “L'azione militare in Libia non è soltanto umanitaria: è un tentativo di riscrivere la mappa degli interessi energetici in Nord Africa… Lo sviluppo può essere una stabilità con nuovi equilibri (od equilibristi) o una balcanizzazione dell'area. Francia e Gran Bretagna hanno approfittato dei moti popolari e delle provocazioni di Gheddafi pensando di trarre vantaggi da entrambe le conclusioni” (la Repubblica, 23.03.2011: “Le verità nascoste tra soldi e petrolio”).
Se diamo un'occhiata un po' velocemente ad alcuni aspetti dei rapporti commerciali ed economici esistenti tra Italia e Libia, prima e immediatamente dopo l'inizio della guerra, notiamo che oltre 100 ditte italiane vantavano una presenza stabile in Libia. Sarebbero presenti e attive anche in maggior numero se non fossero sopravvenuti i bombardamenti della Libia. Con l'esplosione della crisi, molte commesse di imprese italiane sono state messe in discussione per un valore stimato di più di quattro miliardi di euro. Ne faceva un primo, provvisorio ed incompleto elenco il quotidiano “la Repubblica” del 28 febbraio 2011: Danieli – costruzione acciaieria; Impregilo – costruzione di 3 università; Ferretti – costruzioni meccaniche; Eni – partenza gasdotto; Eni – estrazioni petrolifere; Maltauro – costruzione autostrada; Bonatti – servizi petroliferi; Conicos – bonifiche agricole; Trevi – opere civili; Ansaldo STS – segnaletica ferroviaria; Agusta Westland – elicotteri; ecc.
Il presidente del gruppo Finmeccanica, di cui fa parte Ansaldo STS, accennava alla possibilità, sulla scia dei successi recentemente conseguiti (più di un miliardo di euro di ordini), di avere in futuro un migliore accesso ad un mercato commerciale da 20 miliardi di dollari. Oltre alla ferrovia Bengasi – Sirte in costruzione da tempo ad opera di una collaborazione tra Rzd-Ferrovie Russe e Finmeccanica non si può dimenticare il grande progetto da tre miliardi di dollari dell'Autostrada dell'Amicizia, lunga 1700 km, che dovrebbe unire la Tunisia all'Egitto attraversando tutto il litorale libico. Si sapeva, alcuni mesi fa, che vi erano interessati nostre grosse ditte italiane come Impregilo, Astaldi, Cmc di Ravenna, Cmb di Carpi, ecc. Sono molte le imprese italiane, grandi e piccole, specializzate e capaci di affrontare i mercati internazionali. L'Italia ha bisogno, per riprendere la via della propria crescita e sviluppo, di offrire lavoro ai propri giovani e anche ai molti che giovani non sono più, di produrre e di esportare. E si esporta dove esiste pace, stabilità e risorse. La Libia aveva e ha grandi risorse. Non solo il suo Pil pro-capite era superiore a quello di tutti i vicini, non solo i libici non emigravano ma il paese dava da lavorare a due milioni e mezzo di lavoratori stranieri. “Un milione e mezzo erano egiziani, decine di migliaia tunisini, bengalesi, turchi, cinesi, thainladesi, filippini, pakistani” (Alberto Negri, il Sole 24 Ore 13.04.2011). In gran parte sono fuggiti, non avendo più lavoro; sono tornati a casa e, qualcuno, forse, sta cercando, ora, di sopravvivere qui da noi, in Europa. L'Italia aveva con la Libia un rapporto particolare, più intenso e articolato di quello degli altri paesi dell'Unione Europea, dei paesi alleati e di quelli amici. Era privilegiata, era egemone nel settore idrocarburi e non solo. Importava la parte più consistente del petrolio (32% dell'export libico) che in Libia è di grande qualità e del gas naturale. Forse qualcuno ci ha invidiato e ci vuole sostituire utilizzando metodi non propri di un'economia di mercato. L'Eni era di casa, qui, fin dal 1952, dai tempi di Mattei, ed era potenzialmente influente a tal punto che l'autorevole sottosegretario agli affari politici Usa, Mr William Burns, quando, recentemente, viene in Italia, inviato da una Amministrazione Usa preoccupata per le vicende libiche che si stanno aggravando, il primo cui si rivolge per chiedere il sostegno italiano nel coordinare una risposta europea è Scaroni, presidente dell'Eni: “Italia e Stati Uniti condividono una profonda preoccupazione per la situazione umanitaria in Libia e la necessità di un'immediata cessazione della violenza”. Solo dopo, pare di capire, Burns contatta il ministro degli Esteri Frattini. Non erano notizie riservate. Erano stampate a grandi lettere, in prima pagina, sul quotidiano “Il Sole 24 Ore” datato 26 febbraio 2011: “A Tripoli si spara casa per casa. Sottosegretario Usa Burns chiama Scaroni: Italia guidi risposta europea”. Un aiuto, un suggerimento autorevole di un alleato tuttora potente. Un'occasione da non perdere. Ma Scaroni non è un Mattei e, soprattutto, l'attuale nostro governo non era certamente all'altezza di potere esprimere una politica che, nel salvaguardare le posizioni italiane in Libia, avesse saputo rappresentare, con diplomazia e le dovute mediazioni, anche gli interessi dell'Unione Europea nella sua articolata unità. Il risultato è stato che l'iniziativa e la guida l'hanno presa altri. Purtroppo possiamo solo sperare che le scelte da costoro effettuate non ci danneggino economicamente e politicamente. In una importante relazione introduttiva tenuta a Bruxelles al convegno “Call to Europe” e riportata in gran parte da l'Unità del 30 giugno 2011, D'Alema ribadiva con forza la indispensabilità e la possibilità di “una vera ed efficace politica estera europea”, aggiungendo, però, con rammarico: “Purtroppo, invece, assistiamo oggi a segnali scoraggianti di regressione nazionale e di ridimensionamento delle ambizioni di politica estera, come mostrano chiaramente i recenti avvenimenti in Libia e l'accordo di difesa anglo- francese”. (Giorgio Marabini)