Nelle scorse sedute i mercati finanziari europei, e soprattutto italiani, hanno vissuto momenti di elevata volatilità. L'attenzione degli investitori europei è concentrata soprattutto sulla crisi del debito pubblico greco e sul pacchetto di misure varato dall'Eurogruppo a sostegno del paese. L'atteggiamento favorevole con cui i mercati hanno accolti i primi dettagli del piano si è via via raffreddato fino ad arrivare al recente abbassamento del rating della Grecia a un livello che ne sancisce, di fatto l'insolvenza. Moody’s mette in guardia sul fatto che le implicazioni del salvataggio potrebbero determinare nuovi downgrade dei rating dei paesi europei meno virtuosi, ovveri quelli che non hanno rating AAA (soprattutto Spagna e Italia). L’agenzia sta anche valutando nuovi dongrade delle banche greche. A soffrire di più dei downgrade sono state le banche oggetto di pesanti vendite sui mercati.
Il pacchetto di 160 miliardi di Euro di salvataggio della Grecia, varato la scorsa settimana, include il coinvolgimento dei privati per circa 50 miliardi di euro. Di questi, 37 miliardi di euro sono costituiti da scambi obbligazionari su base volontaria  (sostituzione di vecchi bond con nuovi strumenti con tassi inferiori e più lunghe scadenze). I restanti 13 Milardi di Euro sono costituiti da un buy back da realizzare nel periodo 2011-14. Questo scenario si configura come default selettivo che era uno delle implicazioni già note del piano. In sostanza i detentori di titoli di stato greci potrebbero essere chiamati a sostituire i titoli in proprio possesso con altri titoli di debito con scadenze notevolmente più lunghe, allo stesso tasso delle emissioni di paesi più virtuosi (Germania) e soprattutto accettando una perdita sul valore nominale ancora da definire.
Sull'altra sponda dell'Atlantico invece sembra che in extremis democratici e repubblicani abbiano raggiunto un accordo che consenta di innalzare il tetto legale dell'indebitamento statunitense. Questo consentirà all'amministrazione Obama di onorare gli interessi sul debito pubblico in pagamento a metà agosto e a continuare ad erogare stipendi e pensioni ai lavoratori pubblici. In realtà i mercati non anno mai smesso di dubitare della solidità e solvibilità del governo americano. Infatti, a differenza dei paesi europei in difficoltà che hanno visto aumentare i rendimenti del proprio debito pubblico, indice che gli investitori richiedono rendimenti più alti per investire in strumenti che ritengono più rischiosi, i titoli di stato americani hanno continuato a trovare compratori e i rendimenti sono ai minimi degli ultimi sei mesi.
L’interrogativo è se ciò basterà a impedire alle agenzie di rating di ridurre il merito di credito tripla A degli Stati Uniti. A tal fine, l’amministrazione americana dovrà annunciare un pacchetto fiscale credibile, capace di dissipare i timori delle agenzie. In particolare, bisognerà osservare la reazione di Standard & Poor’s (S&P) che, a quando si dice, richiederebbe un programma di riduzione del disavanzo di almeno 4000 miliardi di dollari per il prossimo decennio. La scorsa settimana i vertici di S&P hanno ridimensionato l’importanza specifica di tale importo, ma è chiaro che affinché il paese mantenga il rating tripla A è necessaria una considerevole correzione fiscale. La preoccupazione degli investitori è che il contesto politico non favorisce iniziative audaci, in particolare in questa fase del ciclo elettorale.
Il nodo che rimane da sciogliere ora è quello della crescita economica globale che molti indicatori vedono in rallentamento sia nella zona euro, dove anche la Germania sembra segnare il passo, sia negli Stati Uniti dove continuano a mancare segnali positivi dall'occupazione e dai consumi. Alla luce degli ultimi dati il recente aumento del tasso ufficiale da parte della Banca Centrale Europea potrebbe essersi rivelato un errore.
La Federal Reserve americana, per voce del proprio presidente Bernanke, ha annunciato che si manterrà disponibile a promuovere politiche a sostegno della crescita economica.
La buona notizia viene dagli annunci degli utili trimestrali che molte aziende hanno rivisto al rialzo. Sui mercati finanziari tutto questo si è trasformato in evidenti tensioni. I mercati azionari globali hanno archiviato il mese di luglio con il segno negativo; l'indice Msci World è sceso nuovamente sotto a 900 punti vicino ai minimi dell'anno.
L'analisi grafica e quantitativa ci parlano di un mercato decisamente fragile e deteriorato sotto l'aspetto della partecipazione. E' inutile sottolineare come, in queste fasi, sia preferibile un approccio conservativo non esponendosi in maniera eccessiva al rischio azionario e soprattutto selezionando le aree in cui investire: Stati Uniti e Germania tra i mercati sviluppati; Asia, e in particolar modo Korea e Indonesia, tra i mercati emergenti.
A livello obbligazionario governativo i rendimenti sono piuttosto bassi e poco attraenti a meno che non si voglia assumere rischi paese che in questo momento non consiglio. Suggerisco invece di mantenere una esposizione sul settore corporate, da effettuare preferibilmente tramite fondi o etf in maniera di diversificare il rischio emittente.
Il mercato valutario ci offre invece un interessante spunto: se da un lato registriamo i massimi storici per il franco svizzero (che sembra diventato la nuova valuta rifugio) e lo yen, dall'altro registriamo una impennata delle valute legate alla produzione di materie prime: dollaro canadese, dollaro australiano e dollaro neozelandese che potrebbero preludere ad una ripresa delle quotazioni delle commodities.
Sempre in tema di materie prime l'oro ha registrato nuovi massimi storici e quota intorno a 1.600 dollari l'oncia: negli ultimi mesi l'oro è stato oggetto i importanti acquisti da parte delle banche centrali di molte economie emergenti (Russia e India in testa) che stanno diversificando le proprie riserve valutarie. (Piero Patuelli – labottegadellaconsulenza.blogspot.com)