Alcuni mesi fa la Sace, compagnia che assicura anche il rischio politico ha aggiornato alcune indicazioni utili per chi intendeva fare investimenti in aree geografiche in sviluppo. La Tunisia aveva appena inaugurato con la rivolta di dicembre 2010 la cosiddetta “primavera araba” suscitando speranze ed entusiasmi ma anche forti preoccupazioni di carattere economico e commerciale ricche di possibili conseguenze politiche. Il noto economista Nouriel Roubini, ad esempio, l'unico che aveva previsto la crisi dei “subprime” iniziata nel 2007, aveva scritto del rischio che gli eventi di Tunisia ed Egitto potessero sfociare in esiti più instabili e radicali.
La rivolta di Tunisi, infatti, scoppiata come protesta contro il carovita e la disoccupazione era passata a rivendicazioni politiche di carattere democratico fino alla cacciata del presidente e la costituzione di un nuovo governo provvisorio (Rivoluzione dei gelsomini, 14 gennaio 2011). I moti sembra abbiano comportato più di 200 morti, più di 500 feriti e quasi due miliardi di euro di danni, ma nessuna potenza straniera è intervenuta militarmente. I tunisini se la sono sbrigata da soli.
Il Sole 24Ore del 24 gennaio 2011 riportava un articolo sull'argomento dal titolo “Il mondo rischia nuove rivolte -. Dopo la Tunisia sono 18 i paesi dove l'instabilità politica è elevata”. I 18 paesi posti sotto osservazione dalla Sace erano Haiti, Venezuela, Tunisia, Algeria, Egitto. Nigeria, Costa d'Avorio, Giordania, Bielorussia, Iraq, Yemen, Sudan, Madagascar, Pakistan, Kirghizistan, Tajikistan, Sri Lanka, Thainlandia. Curiosamente, il redattore che pure aveva suggerito di aggiungere all'elenco l'Albania, dove pochi giorni prima era scoppiato un violento attacco, “un vero e proprio assalto” dell'opposizione al governo” non aveva citato la Libia. Evidentemente, allora, non era considerata a rischio di rivolte (perlomeno) endogene, anche alla luce degli indici riportati qui di seguito. .
L'aggiornamento della Sace sopra citato ha comportato la redazione, in collaborazione con il Sole 24Ore, di una “mappa” ancora più ampia dei paesi a rischio di sommossa studiata sulla base di un indice risultante dai seguenti otto elementi chiave:
1) peso della spesa alimentare (porzione di reddito dedicato all'alimentazione)
2) utilizzo di internet (veicolo di informazione che può facilitare le sommosse)
3) inflazione
4) tasso di disoccupazione giovanile
5) indice di sviluppo umano (misura l'accesso ai servizi sociali, sanità, cultura, ecc.)
6) indice di efficienza delle istituzioni e dei governi
7) tasso di corruzione
8) indice di violenza politica.
Personalmente, avrei aggiunto anche l'indice Gini, dato percentuale che misura la concentrazione di ricchezza.
Ogni singolo componente riceveva una valutazione sulla base di una scala da 1 a 10 dove 10 rappresenta il rischio massimo. Una opportuna ponderazione dei vari elementi portava ad un nuovo indice sempre a scala 1- 10 dove più alto è il numero, più possibili sono le rivolte. Tra i paesi citati il più a rischio di sommossa risulta essere la Nigeria con indice 9.7 seguito dal Pakistan con indice 7. A basso rischio, invece, appaiono la Giordania (4,5), la Thainlandia (4,3) e la Bulgaria (3.6). Nell'ormai lontano 12 febbraio 2011 Morya Longo a conclusione dell'articolo illustrante la suddetta mappa scriveva: “… in un mondo globalizzato, anche le conseguenze dei focolai sono globali… La crisi, nata tre (o quattro) anni fa dai mutui ‘subprime’ americani, continua a cambiare faccia e a contagiare in lungo e in largo il mondo”. Certamente questi pericoli di sommosse sono da monitorare ai fini di una valutazione delle possibilità di scambi e collaborazioni produttive ma sono anche importanti perché possono cambiare gli scenari e gli equilibri geopolitici.
Soprattutto quando altri soggetti, potenze estranee, cercano di inserirsi all'interno delle tensioni e lotte interne dei paesi in oggetto per indebolirli o per indirizzarli a proprio vantaggio con pretesti vari compresi quelli di carattere etico.
Molto si è scritto e, forse alcuni hanno sperato, che la “rivoluzione dei gelsomini” e “la primavera araba” potessero rappresentare un esempio attraente per paesi attualmente non amici o comunque indipendenti tale da attrarli nell'alveo della tradizione occidentale dotata dei nostri sistemi politici ed istituzionali . Si arriva a sperare, ad esempio, anche “nell'inflazione globale e nell'aumento del prezzo del grano” che potrebbero “esportare le rivolte del pane anche a Tehran”. (Obama, Il Sole 24Ore del 16 febbraio 2011): “L'Iran segua l'Egitto. I manifestanti abbiano il coraggio di continuare.“ Una molto criticata (in Russia, anche dalla presidenza) intervista di Gorbaciov a Nezavisimaja Gazeta, quotidiano in cui vanta una partecipazione, faceva intravvedere per il proprio paese una possibile rivolta stile Egitto (notizia ripresa con grande rilievo da “Wall Street Journal”. Si spera anche che la “rivoluzione dei gelsomini” unitamente all'inflazione globale arrivi in Cina. Il titolo di un articolo di prima pagina de Il Sole 24Ore (13.02.2011) recita: “Ieri al Cairo, domani in Cina?”, ancora il 14.02.2011: “Dal Cairo una lezione per Pechino”. Ma il quotidiano cinese “People's daily” del 10.03.2011 risponde con un lungo argomentato articolo dal risoluto titolo “China is definitely not Middle East” (“Di certo la Cina non è Medio Oriente”). A Pechino, in una strada molto frequentata e meta per acquisti su cui sorge anche un Mac Donald's, era sta indetta una manifestazione di protesta contro il governo nel febbraio scorso. Luca Vinciguerra sotto il titolo “Pechino teme il contagio africano” (Il Sole 24Ore) scrive: “… la ‘rivoluzione dei gelsomini’ ha contagiato la Cina. Per ora assai lievemente, come dimostra il totale fallimento della giornata di protesta anti-regime convocata domenica scorsa in una decina di città”. Tra i pochi convenuti è stato notato e fotografato l'ambasciatore americano in Cina Mr. John Hunstman prossimo candidato repubblicano alle presidenziali che, come scrive “la Repubblica” del 02.03.2011: c'era “per caso” (virgolette nel testo). Il quotidiano cinese “People daily”, invece, in un lungo articolo che vuol dimostrare quanto il popolo cinese ama il proprio paese e quanto è grande la sicurezza in Cina, ecc., pubblica addirittura alcune foto, con il Mac Donald's sullo sfondo, dell'ambasciatore sospettato di essere venuto a sostenere i pochi manifestanti sperando forse di poter inviare – dice il quotidiano – qualche rapporto su di una sperata repressione antidemocratica (che, però, non c'è stata). Non è un po' avvilente, anche per noi, il fatto che un importante ambasciatore della potenza leader dell'Occidente si faccia prendere così in castagna? L'articolo lo fa notare: “Qualsiasi ambasciatore in Cina o in qualunque altro paese dovrebbe far onore al proprio ruolo di ambasciatore, in qualunque nazione ospitante, quale esempio in grado di palesare la propria buona volontà (Goodwill) e il mutuo rispetto”.
Ma puntare su inflazione, guerre e rivolte a casa degli altri può essere pericoloso per la pace che è il bene supremo. D'altra parte chi può dare la certezza che le sommosse (i riots) non possano avvenire anche a casa propria? Le povertà, i disagi sociali le differenze tra ricchi e indigenti crescono anche da noi. Un amaro, per noi occidentali, articolo sul quotidiano cinese “People's daily”dell'8 agosto 2011 dal titolo “Il vento della rivoluzione spira anche su Londra ?” si chiede: se la rivolta di Londra “fosse avvenuta da qualche altra parte. Al caos sarebbe forse stato dato un nome tipo ‘rivoluzione dei crisantemi’. (Così sono state definite in Occidente manifestazioni di protesta in Cina avvenute in periodo invernale. I crisantemi, in molti paesi, non sono considerati fiori dei morti come da noi, ndr.). In altre parole, probabilmente, si sarebbe voluto rendere una rivolta all'estero, in determinati paesi, più “simpatica”, promettente di sviluppi vantaggiosi. Invece, la rivolta di Londra “è stata descritta sui media locali come una notte di violenza seguita da saccheggio”. “… Violenze simili a quelle vissute da Londra nel week end in questione possono essere trovate in tanti altri luoghi, dall'Africa all'Asia”. Non sperate di guadagnare da quelle nostre, sembra dire l'articolo, e non demonizzate le vostre. Esaminatene le cause politiche risolvibili internamente anche con un “rispettoso” comportamento della polizia per sedare la situazione e proteggere il pubblico e le proprietà. Queste non sono rivoluzioni e a Londra “non potrebbe mai essercene una”.
“I mezzi di comunicazione di massa britannici – conclude People's daily – forse sono eccessivamente preoccupati per ciò che avviene fuori dalla Gran Bretagna” e, forse (ci sembra di capire il sottinteso), meno attenti alle ragioni di ciò che avviene in patria). (Giorgio Marabini)