A)“Ho spesso sentito in Francia uomini che io rispetto, ma non approvo giudicare disdicevole il fatto che si brucino i raccolti, che si svuotino i silos e che ci si impadronisca di uomini disarmati, di donne e bambini. Si tratta, a mio parere, di necessità incresciose, ma alle quali ogni popolo che voglia combattere gli arabi sarà costretto a sottomettersi” (Si parla, qui, della brutale conquista imperialista francese dell'Algeria. Ndr). Alexis de Tocqueville “Travail sur l'Algerie”. 1841. Oeuvres complètes”, Parigi, Gallimard, Pléiade, 1991, pp. 704-705.

B)“Io credo che il diritto di guerra ci autorizzi a devastare il paese e che dobbiamo farlo distruggendo le messi al momento del raccolto oppure in ogni momento facendo rapide incursioni che si chiamano razzie e il cui scopo è di impadronirsi degli uomini o delle greggi”. Alexis de Tocqueville “Travail… ecc. 1841 ( op.cit. pp. 704-705).
 
C) “Abd el- Kader si sposta in continuazione nel paese con l'appoggio di numerose tribù che gli procurano uomini, armi e cibo; occorre braccare senza tregua il primo e, soprattutto, distruggere le strutture economiche e sociali delle seconde, per colpire le basi del potere di questo capo e fare crollare il suo prestigio. (Abd el-Kader era il capo della resistenza algerina all'imperialismo francese. Ndr.) Olivier Le Cour Grandmaison Le Monde Diplomatique , Giugno 2001 pag. 14 (“Quando Tocqueville legittimava i massacri”. Da questa pagina e dal testo dell'articolo sono state prese parte delle altre citazioni).

D) ”Le grandi spedizioni mi sembrano di quando in quando necessarie: in primo luogo per continuare a mostrare e ai nostri soldati che nel paese (Algeria. Ndr) non ci sono ostacoli che possano fermarci; e poi per distruggere tutto quanto assomigli a una aggregazione permanete di popolazioni, o, in altri termini, a una città. Ritengo della più grande importanza, che non si lasci sussistere né costruire alcuna città nelle terre di Abd el-Kader”. Alexis de Tocqueville “Travail sur l'Algerie” 1841 op. cit. pag.706
 
E) “L'Esperienza non solo ci ha mostrato dov'è il teatro naturale della guerra, ci ha anche insegnato a farla. Ci ha mostrato la forza e la debolezza dei nostri avversari. Ci ha fatto conoscere i mezzi per batterli e, dopo averli battuti, per rimanerne padroni. Oggi (1847. Ndr) possiamo dire che la guerra d'Africa è una scienza di cui tutti conoscono le leggi, che ciascuno può applicare a colpo sicuro. Uno dei maggiori servizi resi dal maresciallo Bugeaud al proprio paese è di aver esteso e perfezionato questa nuova scienza e di averci sensibilizzato ad essa. (Questa “nuova scienza” relativa alla guerra d'Africa servirà anche per i secoli a venire? Ndr). Alexis de Tocqueville. “Rapport sur l'Algerie “1847 in “Oeuvres complétes”, op cit. pag. 806

F) “Far uccidere la gente gli è totalmente indifferente, solo il pretesto li preoccupa. La Cina, nazione orientale e ragionevole, tenta di evitare questi massacri matematici. La Francia, nazione occidentale e barbara, spinge alla guerra, la cerca, la desidera (…).Quando si parla di antropofagi, noi sorridiamo pieni di orgoglio, proclamando la nostra superiorità su questi selvaggi! Chi sono i selvaggi, i veri selvaggi? Coloro che si battono per mangiare i vinti o coloro che si battono solo per uccidere, solo per uccidere? Una città cinese ci fa voglia per prenderla, massacreremo cinquantamila cinesi e faremo sgozzare diecimila francesi. Questa città non ci servirà a nulla. E' soltanto una questione di onore nazionale (singolare onore!).che ci induce a prendere una città che non ci appartiene, l'onore nazionale che trae soddisfazione dal furto, dal furto di una città, sarà ancora più grande dopo la morte di cinquantamila cinesi e di diecimila francesi. Guy de Maupassant “Gil Blas”, 11.dic.1883

G) “Non è facile rappresentare l'avidità con cui gli americani si precipitarono verso l'immensa preda che offre la fortuna. Per ghermirla essi sfidano senza timore le frecce degli indiani e le malattie delle solitudini e non si lasciano commuovere dal silenzio delle foreste o impaurire dalla ferocia delle belve: una passione più forte dell'amore per la vita li pungola senza posa. Innanzi a loro si schiude un continente smisurato: e tuttavia si direbbe che ognuno, già timoroso di non trovar posto, si affretti per non giungere troppo tardi…”. Alexis de Tocqueville “La Democratie en Amerique” 1840 (I , parte seconda, capitolo nono). Il Mulino. Bologna giugno 1961.

Forse molti conoscono Alexis de Tocqueville solo come il politico e studioso che ha descritto ed esaltato la Democrazia in America. Dall'analisi molto articolata della struttura economica, sociale e amministrativa del paese, spesso confrontata con quella europea, discende una grande ammirazione per gli Stati Uniti. Un sincero democratico che sembra, talvolta, indicare ai propri connazionali un esempio da seguire. Una delle parole che più spesso appaiono nell'opera è: uguaglianza.
Irriconoscibile, quindi, incredibile, il Tocqueville teorico dell'imperialismo e dell'intervento militare francese in Algeria scatenato nell'ottocento come appare dalle poche citazioni qui sopra riprodotte (vedi A-B-D-E). Come spiegare questa contraddizione? Tanto più che gli scritti non appartengono a periodi tra loro lontani. Ho scorso nuovamente alcune pagine della “Democrazia in America”: niente che possa ricordare il brutale e inconcepibile odio razzista che erompe dalle citazioni tratte dal “Travail sur l'Algerie”. L'unico barlume di delucidazione che tento di darmi nel cercare un collegamento tra i due Tocqueville lo trovo nella citazione qui sopra segnata dalla lettera G. La nuova frontiera, la conquista del West, di nuove terre strappate agli indigeni, comporta il genocidio di popoli interi. Ma nella logica di Tocqueville questo non trova spazio. I cosiddetti “indiani” non vivono, non sono persone, non esistono come uomini. Esistono solo “le frecce degli indiani” che gli americani, mossi da avidità, non temono di sfidare. Frecce, come le malattie delle solitudini, come il silenzio delle foreste, come la ferocia delle belve, non uomini, non persone che difendono le proprie terre, le terre dove vivono da secoli. Ma che differenza comporta, in definitiva, il metodo con cui la Francia deve affrontare la conquista delle terre degli Arabi d'Algeria? Nessuna, a parte, forse, il fatto che la resistenza sarà più dura.
Allora si può, anzi si deve bruciare le messi, i raccolti, i silos degli Algerini. Si rapiscono le donne, i bambini, ci si impadronisce degli uomini (“ci si impadronisce degli uomini” si noti: la tanto citata uguaglianza è riservata a pochi, forse solo agli Europei, e poi non a tutti) e delle greggi. Uomini e greggi: animali. Ma non ci si deve meravigliare: pochi secoli prima i civilizzatori europei e perfino la Chiesa si chiedevano se in Sud America gli uomini, ovvero i bipedi che colà scorazzavano, avessero un anima. E quindi, per finire: “non si lasci sussistere né costruire nessuna città nelle terre di Abn el-Kader”, capo della resistenza algerina.
Quando ci vantiamo, talvolta anche giustamente, del nostro Occidente, ricordiamo, con modestia, anche queste cose. (Giorgio Marabini)