Il Movimento per l’acqua pubblica ritorna sul sentiero di guerra denunciando il tentativo di affossare gli esiti del referendum “con l’alibi della crisi finanziaria e sotto l’egida della Banca Centrale Europea”. “Con questo decreto il governo viola il principio di cui all’articolo 75 della Costituzione, che riguarda la volontà referendaria – afferma Alberto Lucarelli, ordinario di diritto pubblico all’università Federico II e assessore ai Beni comuni della giunta de Magistris, nonché membro del Movimento per l’acqua pubblica e tra gli estensori dei quesiti del referendum di giugno -. Il voto ha avuto come oggetto non soltanto l’acqua, ma in generale i servizi pubblici locali, e il popolo sovrano si è espresso in maniera chiara e netta, rifiutando l’applicazione dei principi di concorrenza nella gestione dei beni comuni”.
Sotto accusa la manovra che si sta discutendo in questi giorni. “In generale questo decreto colpisce al cuore l’intero movimento dei beni comuni e tutta l’esperienza innovativa che anche a Napoli stiamo portando avanti. C’è poi un problema grave di costituzionalità, non solo all’articolo quattro. L’articolo tre, ad esempio, quando annuncia nuove norme da applicare ‘in attesa della riforma della Costituzione’, sovverte il principio gerarchico delle fonti. In sostanza cambia la Costituzione saltando tutte le procedure: con un semplice decreto legge si colpisce al cuore una norma chiave della Costituzione economica. E questa è la cosa più grave in assoluto”.
“Il Governo Berlusconi ha deciso una manovra da macelleria sociale basata sulle stesse politiche liberiste che hanno prodotto la crisi – rincara la dose Marco Bersani, altro esponente del Movimento e di Attac -. In particolare, ha deciso di considerare la vittoria referendaria dello scorso giugno come un banale incidente di percorso che, se impedisce (per il momento) ai poteri forti di allungare le mani sull’acqua, senz’altro permette la riproposizione dell’obbligo di privatizzazione per tutti i servizi pubblici locali ‘a rilevanza economica’. Fa da contraltare la cosiddetta opposizione del Pd, che si scaglia contro l’obbligo di privatizzazione, ma solo perché ne preferisce la libera scelta, fatta per piacere e senza imposizioni”.
Secondo Bersani la classe politica non ha ancora capito la portata del voto referendario del 12 e 13 giugno scorsi. “La maggioranza assoluta del popolo italiano ha deciso di ritirare due deleghe fino ad allora assegnate. La prima delega ritirata è stata quella al mercato, dopo oltre due decenni di ideologia liberista basata sul ‘privato è bello’ e sulla drastica riduzione del ruolo del pubblico: con il suo voto, il popolo italiano ha rivendicato la ripubblicizzazione del servizio idrico integrato, la sua gestione partecipativa e la difesa dei beni comuni. La seconda delega ritirata è stata quella alla politica istituzionale, dopo oltre due decenni di ipnosi sociale, basata sull’informazione verticale e unidirezionale dello strumento televisivo: con il suo voto, il popolo italiano ha preso atto della crisi, profonda e irreversibile, della democrazia rappresentativa, e ha rivendicato il diritto di poter decidere sui beni comuni che a tutti appartengono”.
E ora “riproporre con diktat autoritario le politiche di privatizzazione, come ha fatto il Governo Berlusconi, con la copertura politica di un’opposizione in stato comatoso, l’assenso delle cosiddette ‘parti sociali’ e la benedizione del Presidente della Repubblica, significa voler far finta di non capire ciò la straordinaria esperienza del movimento per l’acqua ha rappresentato: la fine di un ciclo politico e culturale e l’avvio di una inversione di rotta, dentro la quale il nuovo linguaggio dei beni comuni diventa, da mera costruzione teorica, pratica sociale e di conflitto”.
Quale allora la reazione che il Movimento intende mettere in campo? “Una reazione è possibile – afferma Alberto Lucarelli -. Sarà necessario affermare con forza che il popolo sovrano si è espresso su questi temi solo due mesi fa e in un modo inequivocabile. Ventisette milioni di italiani hanno respinto il modello neoliberista che ora il governo sta riproponendo con un decreto. Una cosa inaudita. Sul piano del diritto costituzionale non può essere riproposta la liberalizzazione e la privatizzazione dei servizi pubblici locali”. “La manovra impatta direttamente con quanto la maggioranza assoluta degli italiani ha deliberato con il voto referendario: per questo verrà impugnata, nelle forme e nei modi più opportuni, davanti alla Corte Costituzionale – aggiunge Bersani -. E, per quanto riguarda l’acqua, nessuno si illuda che basti un decreto che – bontà sua – la esenta dal nuovo tentativo di consegna forzata all’appropriazione privata: la doppia vittoria dei SI ai quesiti referendari ha detto chiaramente che l’acqua va sottratta al mercato e che la gestione del servizio idrico non dovrà prevedere profitti. Ciò significa che le tariffe vanno obbligatoriamente ridotte della quota relativa alla remunerazione del capitale investito e che, territorio per territorio, la gestione dell’acqua deve uscire dalla forma societaria della SpA ed essere affidata alla gestione partecipativa dei cittadini, dei lavoratori e delle comunità locali. Se questo non è ancora chiaro, sarà la mobilitazione dei movimenti per l’acqua, a livello nazionale e territoriale, ad esplicitarlo nei prossimi mesi. Senza sconti per nessuno e con la consapevolezza di essere i custodi del voto referendario e della diffusa domanda di democrazia. Sarà un autunno caldo quello che sta arrivando: servirà molta acqua per rinfrescare le lotte”.