Ferrara. Fra la fine della Grande Guerra e il 1930 molti artisti, i più geniali,  approdano a Parigi da tutto il mondo e danno vita ad una stagione di straordinaria sperimentazione artistica e creativa. In quegli anni, gli anni folli, Parigi, descritta da Heminguay come una “festa mobile”, diviene un laboratorio internazionale della creatività, non solo per l’arte ma anche per la letteratura, la poesia, la musica jazz, il teatro e il cinema. Ne deriva un caleidoscopio di stili nel quale, in sintonia con i sentimenti del dopoguerra oscillanti tra incertezza ed euforia , convivono la necessità di conquistare una nuova armonia per allontanare il ricordo del conflitto e la volontà di rompere con il passato e dar vita a un’arte completamente inedita.
In questo contesto si sviluppa il percorso espositivo della mostra “Gli anni folli. La Parigi di Modigliani, Picasso e Dalì, 1918-1933” curata da Simonetta Fraquelli, Susan Davidson (Guggenheim di New York), Maria Luisa Pacelli, che ha aperto i battenti l’11 settembre a Palazzo dei Diamanti di Ferrara e starà aperta fino all’8 gennaio 2012.
Un percorso di assoluto interesse che espone oltre 80 capolavori di alcuni dei più grandi artisti dell’arte moderna. Dipinti, sculture, costumi teatrali, fotografie, ready made e disegni interpretano quella polifonia di espressioni creative che ha segnato in modo indelebile la cultura del Novecento, prima che l’ascesa del Nazismo in Germania gettasse un’ombra sinistra sull’Europa modificandone profondamente il clima culturale.
Si inizia con Renoir e Monet ancora influenti in quegli anni. Renoir ispira la rivisitazione della cultura classica, Monet anticipa l’astrattismo con l’iridescente “Ponte giapponese”. Molti artisti, allora giovani emergenti,  ispirarono la loro ricerca creativa dando vita alla cosiddetta École de Paris, cosmopolita e bohémien in cui spiccarono Modigliani, Chagall, Kisling, Foujita, Soutin accomunati da uno stile figurativo fortemente personale. Il percorso prosegue con Matisse, Bonnard e Maillol interpreti dello splendore della costa mediterranea, dell’intensità della sua luce e della sua natura, mentre, gli esponenti del movimento cubista ricercano e si muovono verso una ricomposizione delle forme. Bellissime le nature morte di Picasso e Braque in cui sono rappresentati gli emblemi di una vita intellettuale mondana e conviviale: chitarre, calici, bottiglie e quotidiani. Limpide ed essenziali quelle di Legére, Ozenfant e le Corbusier che testimoniano l’emergente estetica delle macchine e in cui convivono la scomposizione e la composizione di architetture figurative. L’Art Decò  che caratterizza gli stessi anni, vede protagoniste le donne. La più nota, Tamara De Lempicka, nell’opera esposta unisce i tratti futuristi a citazioni rinascimentali.  I caffè e gli atélier di Montparnasse divengono i luoghi di aggregazione artistica per eccellenza. Piet Mondrian torna a Parigi nel 1919 dando alla luce le sue prime opere neoplastiche a griglie di colori puri attraverso il rapporto armonioso tra linee e piani di colore. Mondrian arredò lo studio secondo i principi del neoplasticismo componendo mobili e oggetti dipinti e disponendo cartoni colorati come fossero i piani dei suoi quadri. Diversi artisti rimasero colpiti da quello studio, fra questi l’americano Calder che avviò la svolta fondamentale da cui scaturì il linguaggio che lo rese celebre.
La fine della guerra segna l’inizio di una straordinaria stagione di rilancio e sperimentazione del teatro che vede nella danza e, in particolare nei balletti russi e svedesi la punta più avanzata. Artisti come De Chirico, Matisse, Legére, Larionov ne firmano le scenografie e i costumi in mostra in una sala dedicata di grande impatto e dall’allestimento suggestivo.
Un’affascinante sezione della mostra propone lavori della fotografia di avanguardia ispirati alla Torre Eiffel, simbolo per eccellenza di quegli anni, e firmati da maestri come Man Ray, Kertész, Atget, Bing e Krull. Una delle celebri Torri Eiffel di Delaunay dai vivaci contrasti cromatici, completa la sala.
La reazione all’esperienza del conflitto porta ad un’esigenza di armonia e di equilibrio che si esprime nel moderno classicismo degli anni Venti. Picasso, Derain, Severini, De Chirico la interpretano con originalità riscoprendo il mito e la commedia dell’arte, rivisitati alla luce di un’inquieta attualità. Nell’ambito del fermento artistico parigino, non mancano gli italiani, un gruppo eterogeneo che oltre agli artisti già citati, comprende De Pisis e Savinio con opere dal motivo metafisico.
Il percorso della mostra propone prima di concludere,  l’ironia dei dadaisti, critici verso il senso comune, il pensiero borghese e la spersonalizzazione delle relazioni umane dovuta all’esaltazione delle macchine. Le opere di Duchamp come l’ampolla contenente aria di Parigi o la perversione del ferro da stiro coi chiodi di Man Ray, o ancora i lavori  di Cadeau e Picabia sono la provocatoria espressione delle ultime sfide artistiche dei primi del Novecento. Conclude la mostra il nascente movimento surrealista nato a Parigi dalle ceneri di Dada.  Sono artisti accomunati dal progetto rivoluzionario di liberare il pensiero dal controllo della ragione con l’imperativo di vincere ogni inibizione e risvegliare il potere inconscio del desiderio e dell’immaginazione: Ernst, Mirò, Magritte, Giacometti con la sua “Donna cucchiaio” e infine Tanguy e Dalì che con i loro panorami metamorfici e allucinati sembrano prefigurare i foschi scenari politici che avrebbero dissolto l’atmosfera spensierata degli “anni folli”.
La mostra comprende “La città degli artisti”, un progetto didattico- educativo rivolto a tutte le età che prevede un ricco programma di laboratori, incontri, percorsi e una pubblicazione, “Quel vento magico a Parigi”con testi di Luigi Dal Cin e illustrazioni di Klaas Verplancke, riferimento per diverse delle attività in programma.

Orari della mostra: aperta tutti i giorni, feriali e festivi, lunedì incluso: 9-19 orario continuato (la biglietteria chiude 30 minuti prima). Aperta anche il 1º novembre, 8, 25 e 26 dicembre, 1 e 6 gennaio.