L'aria nelle scuole è pessima. Ma in questo caso la Gelmini c'entra solo in parte. Sono proprio gli edifici a essere malati e dunque patogeni. Spesso in classe si respira peggio che fuori; e almeno per chi abita nelle città inquinate questa è una notizia quasi raccapricciante. Non c'è solo, come in moltissimi spazi chiusi, la nota Sbs (Sick building sindrome, sindrome dell'edificio malato) ma una specifica situazione italiana di degrado scolastico.
“Inadeguata ventilazione dei locali e presenza di inquinanti chimici emessi da adesivi, rivestimenti, mobilio, prodotti per la pulizia, pesticidi” alcune ragioni – ma ve ne sono altre, meno ovvie – per le quali le scuole si ammalano e con esse chi vi sta dentro. Così Rita Dalla Rosa in “Aria pulita a scuola” (Terre di mezzo editore: 106 pagine per 12 euri).
Un libro che sembra fatto su misura per quei pochi genitori che a inizio anno verificano se nell'aula dei loro figli c'è il maniglione anti-panico e se nel corridoio c'è qualche estintore. Ma dovrebbe esser letto anche dalla maggioranza dei “distratti”: la preoccupazione quasi esagerata con la quale tanti genitori si precipitano a prendere ragazze/i in auto alla prima goccia di pioggia (facendo loro respirare un po' più di gas di scarico del solito) contrasta con il totale disinteresse verso la “mal aria” che respirano a scuola e che li fa ammalare.
Il sotto-titolo spiega “Come difendere i nostri figli (e gli insegnanti) dall'inquinamento dentro le aule”: dimenticare il personale non docente mi pare poco carino ma è forse l'unico difetto di questo libro pratico e chiaro anche se non sempre pignolissimo (segnalo per esempio a pagina 51 che la Sardegna non può avere contemporaneamente sia il 15 che il 10 per cento di ragazzini con tosse) e con una copertina enigmatica: quella mela sulla testa della biondina rimanda al noto proverbio, a Guglielmo Tell, alle merende irraggiungibili o a cosa?
Rita Dalla Rosa ha curato una guida pratica e dunque ricca di informazioni, consigli e purtroppo allarmi quanto povera di lamentele e prediche le quali, si sa, lasciano il tempo (ma soprattutto l'inquinamento) che trovano.
L'asma è al primo posto in Italia fra i motivi di assenza scolastica dalle aule e un alunno ogni quattro soffre di malattie allergiche e respiratorie. Certo non aiuta i ragazzi passare il tempo in aule “povere di ossigeno e ricche di anidride carbonica” che oltretutto sono “l'ideale per favorire torpore, stanchezza e astenia”, tutto il contrario di quel che servirebbe a scuola.
Poi c'è la sporcizia. Eliminabile è ovvio, ma la circolare 9537 del 2009 (qui la Gelmini c'entra) riduce del 25 per cento “le spese per il personale addetto alle pulizie e alla manutenzione”.
E c'è il sovraffollamento (anche qui la Gelmini ha dato il suo attivo contributo): infatti una delle prime “class action” in Italia è stata avviata contro il Miur, sigla del pomposo quanto cadente ministero della Istruzione, università e ricerca.
Fra le informazioni più preoccupanti quella che “in un dossier riservato del Miur” si parlerebbe di “almeno 2400 scuole” con amianto.
Molte le cattive notizie e ogni regione purtroppo può cercare le sue (neanche l'Emilia-Romagna si salva) ma fra i record negativi della Sicilia c'è avere il 20% – contro il 6 della media nazionale – di scuole nate in abitazioni. Spesso al drammatico si accompagna il tragicomico e così ecco il caso di Pantelleria dove l'elementare “è stata provvisoramente (cioè da due anni) spostata” in un aeroporto militare dove i genitori – ovviamente? – non possono entrare “per ragioni di sicurezza”.
Se la Sicilia piange la Lombardia ride zero. E' al terzo posto (nella classifica dei peggiori) per la tosse – almeno un 16 per cento di bambine/i si ammalano in classe – e al quarto (13%) per la tosse notturna, “ma va considerato che nella ricerca mancano scuole di Milano o di altri centri molto trafficati”. Dunque potrebbe andar peggio. Infatti “secondo un recentissimo studio del Policlinico milanese, i bambini che vivono nel capoluogo lombardo si ammalano di disturbi del sistema respiratorio fino a tre volte al mese, circa il 35% in più che al Centro-Sud”.
Nella seconda parte del libro si passa alle buone notizie cioè ai consigli per sanare gli edifici scolastici “malati”.
Cosa si può fare, a esempio, se in una scuola si pulisce con l'ammoniaca o altre sostanze pericolose? Bisogna chiedere ai responsabili della sicurezza una verifica delle “schede di sicurezza” (obbligatorie dal 1991) ed esigere che siano rispettate le regole.
Scopriamo anche che, nel settembre 2010, la Regione Liguria ha emanato un suo schema di contratto – migliore di quello in uso – per le pulizie scolastiche. Dunque si può fare qualcosa in più del quasi zero gelminiano.
L'autrice ci ricorda che esistono molti “piccoli accorgimenti per respirare meglio” a scuola. Più in generale abbiamo buone leggi e linee-guida (addirittura dal 1955) per prevenire i rischi della cattiva aria scolastica e Rita Della Rosa le riepiloga in coda al libro. A volte basta che pochi genitori e/o insegnanti si impuntino a fare rispettare la legge per ottenere significativi miglioramenti. Un linguista – o forse solo un tedesco – noterebbe che il verbo “impuntare” seguito da “fare rispettare la legge” suona un po' assurdo: in teoria sì ma nella pratica italiana non tanto.
La buona notizia più sorprendente è che un aiuto arriva dallo spazio o meglio dalla Nasa (l'ente spaziale statunitense): 12 piante testate nelle stazioni orbitali intorno alla terra filtrano “formaldeide, benzene e altre sostanze pericolose”. Se le adottassimo anche noi, come le scuole degli Usa, ne ricaveremmo un beneficio. Quelle “più a portata di mano” sono gerbere, crisantemi, clorofiti, piante mangiafumo, sanseveria, filodendri, pothos e dracene. “Tutte facilmente reperibili e costano poco”, aggiunge l'autrice, dunque ideali per combattere i dannosi Voc ovvero i Composti organici volatili.
Ci sarebbero poi materiali fotocalitici cioè in grado di trasformare le sostanze nocive. Ma in una scuola smembrata da Gelmini (come dai suoi predecessori) è dubbio che si edifichi o ricostruisca con il biossido di titanio. Però i pur pochi soldi potrebbero essere spesi meglio. Per non parlare di schifezze tipo Adro, si potrebbe ricordare, come fa Rita Dalla Rosa, che acquistare (per circa 20 milioni) 8mila “lavagne” Lim – ovvero elettroniche interattive multimediali – non era forse prioritario come migliorare la preoccupante igiene delle scuole.