Lugo. Serge Latouche ha tenuto una conferenza in occasione della quindicesima edizione del convegno “Il delirio dell'economia”. Proprio questo titolo, per sua stessa ammissione, lo ha convinto “ad accettare l'invito a parlare ad un seminario in una cittadina che non riuscivo a trovare sulla mappa”. Da sempre estremamente critico dell'idea tutta occidentale di crescita economica illimitata, il famoso economista e filosofo francese, professore emerito all'Università di Parigi XI, ha illustrato le sue “vie della decrescita” ed ha risposto alle domande del pubblico che riempiva la sala del centro sociale “Il tondo” di Lugo.

“Ri-lance”
Latouche è partito dall'analisi del recente slogan anticrisi “ri-lance” coniato da Christine Lagarde, ministro dell'Economia del governo Sarkozy nonché nuova direttrice del Fondo monetario internazionale (Fmi), subentrata al dimissionario Strauss-Kahn. “Ri-lance” è un neologismo derivato dall'unione delle parole francesi “rigour” (rigore, austerità) e “relance” (rilancio). Latouche le boccia entrambe: l'austerità che raccomandano le grandi istituzioni economiche mondiali come il Fmi, la Banca centrale europea, l'Organizzazione mondiale del commercio, non significa altro che maggiori tagli agli investimenti e maggiore disoccupazione, un'austerità che colpisce solo la popolazione, non la finanza o i grandi operatori del mercato; il rilancio poi è il rilancio della speculazione, la stessa che ha portato alla crisi attuale. Proprio sui danni della speculazione, dell' ”economia da casinò”, del falso mito della crescita senza fine Latouche ha dedicato la maggior parte dei suoi studi e le sue critiche più dure: “non c'è niente di più falso del mito della continua crescita, ormai da trent'anni non c'è nessuna crescita. Dopo il periodo 1945-1975 che effettivamente ha portato un miglioramento delle condizioni di vita della classi lavoratrici, viviamo una crescita senza crescita, una situazione di schizofrenia delirante generalizzata”.

Crisi di civiltà
Spostando la discussione sulla crisi che occupa le prime pagine dei giornali di tutto il mondo, il professore ha sostenuto come non si stia in realtà di fronte ad una crisi solamente economica, ma ad “una vera e propria crisi di civiltà. Una crisi che è il prodotto di una serie di altre crisi, crisi economica, culturale, ecologica e sociale, che negli ultimi anni si sono sommate stratificandosi l'una sull'altra senza mai essere risolte. Qualcosa di paragonabile l'Europa l'ha vissuto in passato nel periodo che ha segnato il passaggio dalla fine dell'impero romano alla nascita del mondo cristiano”. Rispetto però ai tre secoli in cui si è svolta la precedente crisi di civiltà del mondo occidentale, questa che dobbiamo fronteggiare ora avrà tempi molto più brevi. “La scienza indica sempre più concordemente il 2050 come l'anno in cui le riserve di combustibili fossili saranno terminate ed il mondo come lo conosciamo dovrà necessariamente cambiare. Arrivare a quella data impreparati equivale né più né meno al suicidio dell'umanità”. Il futuro che quindi ci aspetta non sarà facile o indolore, citando Winston Churchill, Latouche ha fatto riferimento alle “lacrime e sangue” del famoso discorso, che comunque non devono spaventare, “sono ad ogni modo preferibili che cedere alla barbarie”. L'ottimismo incondizionato verso il futuro appare quindi assolutamente fuori luogo se non ci si affretta a cambiare radicalmente stile di vita: alla domanda di una persona del pubblico che chiedeva se una rivoluzione comporti necessariamente che il sangue scorra nelle strade la risposta è stata chiara: “è sempre auspicabile che questo non avvenga, ma non ricordo sia mai successo”.

La decrescita come antidoto alla crisi
La ricetta per uscire dalla situazione attuale comporta l'infrazione di due veri e propri tabù, due misure scomode, avversate dagli economisti tradizionali sia di destra che di sinistra: l'inflazione e il protezionismo. Un'inflazione controllata, attestabile sul 5% annuo, e misure protezionistiche per i mercati nazionali, riducendo la produzione e spingendo a produrre localmente, sarebbero per Latouche il giusto viatico per risollevarci dalla crisi, avviando nuovi processi economici sulla strada della decrescita. Fondamentale è poi ridurre la disoccupazione: anzitutto rilocalizzando, cioè delocalizzando al contrario e riportando indietro le produzioni che negli ultimi decenni sono state trasferite in capo al mondo. Si avrebbe più lavoro, si accorcerebbe la filiera produttiva, si risparmierebbero inutili costi di trasporto, costi economici ma anche costi ambientali. Proprio nell'autonomia del locale, nell'autarchia, Latouche ha indicato la direzione privilegiata: autonomia alimentare ed energetica, riapproprirsi di un rapporto vero e diretto con il territorio che si vive. A tal proposito ha ricordato un libro recentemente pubblicato da Marino Ruzzenenti intitolato “Autarchia verde” che ripercorre la storia dell'Italia fascista, costretta all'autarchia delle misure internazionali, che dovette perciò fare a meno dei combustibili fossili ed improvvisare una green economy ante litteram forzata dalle circostanze, usando le risorse naturali disponibili: principalmente l'agricoltura ed il sole. Anche la riconversione dei settori parassitari dell'economia, come ad esempio la pubblicità, colpevole di non generare niente se non frustrazione e desideri inutili nei consumatori, o dell'industria militare, sarebbe un buon modo per combattere la disoccupazione.
Sempre in ambito di rivincita del locale Latouche arriva a proporre un abbandono generalizzato dell'euro da parte dei paesi membri, primi fra tutti quelli più in difficoltà, come la Grecia e l'Italia. Ricordandosi dei sacrifici fatti per entrare nella moneta unica la platea ha cominciato a rumoreggiare, qualcuno ha poi chiesto se con la nostra classe dirigente, senza il controllo in campo economico della UE, non saremmo già falliti e la risposta non è stata tenera: un male non scaccia l'altro, una brutta classe dirigente non può giustificare l'avere una brutta moneta. Esiste un diritto dei popoli di decidere le loro sorti e quindi anche le sorti delle loro monete che “possono essere ottimi servitori ma mai possono essere ottimi padroni”. Citando esempi di monete create dal basso si è parlato dell'Argentina e dei suoi “patacones” che durante la crisi del paese sudamericano circolavano assieme al pesos e da lì il discorso è passato al debito pubblico che, per quanto esorbitante possa essere, si può decidere di non pagare. Sentire queste parole ha lasciato letteralmente a bocca aperta molti dei presenti, immaginarsi senza debito pubblico sulle spalle è per molti italiani come immaginare un cielo senza sole  “gli esempi anche recenti ci sono eccome – si è affrettato a spiegare il professore –  l'Argentina ne ha pagato circa la metà restando insolvente per il resto, più recentemente l'Islanda, coinvolta nelle speculazioni internazionali e a rischio di fallimento si è rifiutata di pagarlo. Vedrete che alla fine anche la Grecia non lo pagherà, o non lo pagherà per intero”.

La frugalità contro il consumismo
“Ciò che ognuno di noi può fare è imparare a disintossicarsi. Come i grandi trafficanti di droga ricavano enormi profitti dalla loro attività, incuranti dei danni che provocano ai loro clienti, ed i tossicodipendenti, pur sapendo di compromettere la propria salute, si convincono di non poter fare a meno della droga, così noi consumatori letteralmente drogati di pubblicità abbiamo fiducia nel mercato mondiale nonostante quest'ultimo ci porti a desiderare merci inutili incuranti di quello che ciò comporta per le nostre vite”. Con questa metafora forte e di sicuro effetto ha voluto mettere l'accento sui comportamenti individuali che possono risultare utili alla decrescita, e cioè “decolonizzare l'immaginario”, come recita il titolo di un suo libro. Ma Latouche ha voluto parlare anche di un altro libro, “Le vie dell'austerità”, la riedizione di alcuni discorsi di Enrico Berlinguer del 1977, che già allora proponeva una critica al sistema consumistico imperante che risulta ora di estrema attualità. Basta sostituire la parola austerità, compromessa dai piani del Fmi e della Bce, e sostituirla con “frugalità” e si è trovata una ottima guida per i nostri giorni. (Leonardo Bettocchi)