In un contesto di mercato altamente volatile, ritengo sia utile condividere alcune riflessioni.
Secondo il Financial Times, l'European Banking Authority avrebbe richiesto alle banche europee di produrre, entro la settimana, i dati relativi all'esposizione complessiva al debito governativo. Contemporaneamente, sempre secondo la stessa fonte, sarebbero in corso nuovi e più severi stress test sul patrimonio bancario che dovrebbero portare ad un innalzamento dei requisiti patrimoniali minimi: secondo Morgan Stanley le banche europee, per conseguire i requisiti richiesti, dovranno raccogliere fondi per circa 275 miliardi di euro.
La Banca Centrale Europea, che nel frattempo ha lasciato inalterati i tassi di interesse, ha comunicato che nel corso della settimana i depositi overnight (cioè quei fondi che le banche lasciano depositati a rendimenti quasi nulli presso la Bce piuttosto che prestarli ad altri istituti bancari) hanno raggiunto il massimo dal giugno scorso.
 
L'Unione Europea sta gradualmente spostando l'obiettivo del fondo salva stati creato in estate per fronteggiare la crisi dei paesi dell'area euro trasformandolo in fondo salva banche.
Questa notizia, unitamente al dato che porta il rendimento dei titoli di stato greci a un valore superiore al 100% annuo, lascia supporre che le autorità monetarie e politiche europee abbiano ormai rinunciato a insistere in un improbabile salvataggio della Grecia favorendone piuttosto un default più o meno controllato predisponendo, in anticipo, le opportune misure per tutelare il sistema bancario e prevenire il contagio alle altre economie dell'area.
 
Lo stesso governatore della Bce, Trichet, in uno degli ultimi interventi prima di lasciare il posto a Mario Draghi ha sottolineato il pericolo di una crisi sistemica e la necessità che la politica fornisca risposte concrete e tempestive alla crisi che rischia di diventare sistemica e trasformarsi in recessione, almeno in Europa. E' il tema della crescita economica globale  a preoccupare maggiormente in questo momento: lo stesso Fondo Monetario Internazionale nell'outlook di settembre ha rivisto al ribasso le stime di crescita rispetto a quanto formulato ad aprile, inoltre vi sono altri segnali che suggeriscono un deterioramento del ciclo economico come il tasso di disoccupazione che rimane elevato, il commercio mondiale stagnante nel corso del secondo trimestre del 2011, il calo dei prezzi delle materie prime e dei noli marittimi.
 
Gli analisti che concordano con l'ipotesi di una nuova recessione portano a sostegno delle loro tesi alcuni recenti studi che dimostrano come l'economia USA sia sempre entrata in recessione quando il tasso di crescita del PIL è risultato inferiore al 1,9% (come in questo caso) e che un rapporto debito/PIL superiore al 90% porti inevitabilmente ad un deterioramento della crescita economica (tra i paesi del G7 USA, Giappone e Italia superano largamente questa soglia).
Al contrario gli analisti che vedono come probabile uno scenario di rallentamento del ciclo prima di una prossima ripresa puntano sul fatto che le imprese hanno bilanci sostanzialmente sani e dispongono di ingenti liquidità (al contrario della crisi del 2008) mentre i paesi emergenti godono di una invidiabile solidità in termini di debito pubblico e crescita del Pil.
 
In questo contesto il mese di settembre ha registrato una tendenza negativa per tutte le classi di investimento rischiose. Tuttavia alcuni indicatori quantitativi lasciano intravvedere la possibilità di una ripresa delle quotazioni: questa ripresa, che ha parzialmente trovato spazio nel corso delle prime sedute del mese di ottobre e che potrebbe essere sostenuta da un flusso di notizie economiche migliori delle attese come suggerito dal Citigroup Economic Surprise Index.
In ultimo uno spunto che viene dalla finanzia comportamentale: il rapporto tra consulenti rialzisti e consulenti ribassisti ha raggiunto un valore che, storicamente, è coinciso con una reazione più o meno prolungata del mercato azionario.
 
In conclusione riporto, molto sinteticamente, quanto emerso nel corso di un recente incontro con gli analisti della casa di gestione JP Morgan:
– quello recessivo non è lo scenario più probabile se non per l'area euro; gli Usa dovrebbero vivere una fase di rallentamento intermedio di un ciclo espansivo dell'economia così come i paesi emergenti
– dovremmo assistere, nel corso dei prossimi mesi ad una fase di prolungata lateralità e volatilità sia sui mercati azionari che sui mercati valutari con un progressivo rientro dell'avversione al rischio e conseguente beneficio per quelle classi di investimento più penalizzate dalle vendite 'forzate' degli ultimi mesi
– in questo scenario sarebbero particolarmente favorite le obbligazioni societarie, in particolar modo ad alto rendimento, che presentano un rapporto rischio rendimento molto interessante; le obbligazioni dei paesi emergenti, denominate sia in dollari che in valuta locale, emesse da stati che godono di parametri di bilancio più solidi rispetto alle economie europee.
(Piero Patuelli – labottegadellaconsulenza.blogspot.com)