Imola. Restare vittima del sistema giudiziario e delle lungaggini della burocrazia. Questo è quello che sta succedendo a G.G., un imolese di 35 anni affetto da disturbi psichici e per questo ritenuto invalido al 75%, che si trova da dieci mesi nell'Ospedale psichiatrico giudiziario (Opg) di Reggio Emilia e che là non dovrebbe essere. Almeno secondo gli avvocati Enrico Caliendo e Antonio Mancino che hanno tenuto una conferenza stampa per rendere noto il caso di questo loro assistito. L'apello che lanciano è rivolto al sindaco di Imola e all'Ausl affinché la sua situazione venga risolta al più presto. “Una pratica burocratica formalmente ineccepibile, – affermano i deu avvocati – ma nella sostanza ci sarebbe parecchio da eccepire”.

La vicenda che lo coinvolge è lunga e complessa. L'origine della psicopatologia è da far risalire ai primissimi anni '90 quando durante la missione Onu in Somalia “Restore hope” assiste alla morte di un commilitone per lo scoppio di una granata. Tornato in Italia ha cominciato a seguire una terapia presso il Dipartimento di salute mentale (Dsm) di Imola ma ha poi preso a sostituire i medicinali con cannabinoidi. Nel 2009 trovato in possesso di 200 gr di hashish, è stato condannato a 2 anni e 8 mesi per spaccio di sostanze stupefacenti, in base alla legge del 2005 che equipara le droghe leggere a quelle pesanti e che sopra la dose minima considera ogni quantitativo di sostanza illecita “a fini di spaccio”. La sentenza è stata confermata in appello e non esistono strumenti per chiedere una revisione del processo.

G.G. è stato giudicato come se non gli fosse stata riconosciuta alcuna invalidità perché l'avvocato d'ufficio che lo ha difeso non era a conoscenza dei suoi problemi psichici e quindi non ha fornito documentazione in merito, a ciò va aggiunto che il giudice che lo ha condannato non si è ricordato di averlo precedentemente prosciolto nel 2008, senza applicare misure di sicurezza, da accuse mossegli in seguito ad una lite, riconoscendogli appunto l'infermità mentale e la non pericolosità.

In conseguenza della condanna G.G., paziente definito in gergo medico-giudiziario con “doppia diagnosi”, che necessita cioè sia di cure psichiche che per la tossicodipendenza, è stato condotto in una comunità per il recupero di tossicodipendenti in provincia di Parma dove però la sua psicopatologia non è stata curata. Dopo 8 mesi senza cure si è allontanato dalla comunità facendo ritorno a Imola a piedi, un viaggio di qualche giorno, all'addiaccio e senza cibo, al termine del quale si è presentato sulla porta dello studio degli avvocati Caliendo e Mancino che gli hanno consigliato di costituirsi. In seguito a ciò, per quello che gli avvocati considerano una “vera beffa”, la Procura di Parma ha avviato un procedimento per evasione ed il nostro è stato tradotto in carcere. Alla Dozza dopo pochi giorni è stato picchiato dai compagni di cella, che lo hanno ridotto piuttosto male se l'avvocato Caliendo ha affermato: “Forse la scena più drammatica vista in carcere in 17 anni di lavoro”. Tutto questo avveniva un anno fa, a novembre 2010, dal gennaio 2011 G.G. si trova all'Ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia.

“Gli Opg – ha dichiarato l'avvocato Mancino – sono luoghi per internati e non detenuti come il nostro assistito che deve comunque scontare una condanna. Sono luoghi in cui si entra e da cui è poi difficile uscire, ogni 5 anni viene rifatta agli internati la prognosi di pericolosità sociale: si rischia il cosiddetto “ergastolo bianco”. E' attivo infatti un movimento di opinione (www.stopopg.it) ed in Parlamento c'è una proposta di legge firmata dal senatore Marino (Pd) per la soppressione di questi 6 centri presenti sul territorio nazionale”.

Quello a cui puntano gli avvocati con il loro appello è che si sblocchi l'impasse burocratica per cui una persona incompatibile con la detenzione sia detenuta da dieci mesi in un luogo che non le compete. Chiedono che il loro assistito venga preso in carico dal Dsm di Imola, che già lo conosce poiché l'aveva in cura dal suo ritorno dalla Somalia, e che gli venga fornito, sempre dal Dsm, un progetto terapeutico che gli consenta di essere trasferito in un centro qualificato per la “doppia diagnosi”, come ad esempio il centro Casa Zacchera di Sadurano presso Castrocaro Terme che si è dichiarato disponibile ad accoglierlo già da maggio 2011. G.G. terminerà di scontare la sua pena a marzo 2012, ed il magistrato di sorveglianza della Procura di Reggio Emilia ha concesso fino a fine ottobre 2011 al Dsm di Imola per preparare il progetto terapeutico. “Quanto tempo ci vuole a fare un progetto terapeutico ad una persona già conosciuta?” chiedono i suoi avvocati. (Leonardo Bettocchi)