Le immagini angoscianti delle distruzioni portate dall’acqua e dall’incuria umana in Liguria e Toscana sono difficilmente cancellabili dalla memoria. Purtroppo non sono altro che l’ultima pagina di un libro che ormai leggiamo da tempo nel nostro paese. L’anno scorso in Veneto, qualche giorno fa a Roma e ancora prima in Sicilia, in Campania e la lista potrebbe andare avanti a lungo.

Le cause
Parlare delle cause di queste tragedie è piuttosto facile. Nessuno si occupa più di curare il nostro territorio che, non bisogna mai scordarselo, ormai da secoli ha veramente poco di naturale. Il nostro paese, il Belpaese, è il frutto del lavoro attento e meticoloso di tutte quelle persone che nei secoli hanno disegnato il nostro paesaggio. Il nostro quindi è un territorio culturale, non un territorio naturale. E nel momento in cui questa cultura del territorio viene meno, le conseguenze si palesano in tutta la loro gravità. Non è giusto quindi attribuire le responsabilità delle calamità alla Natura; la causa prima è la debolezza di quella cultura che determina l’equilibrio di un territorio. Questa debolezza nella cultura del territorio è ormai sotto gli occhi di tutti, se ne parla ampiamente nei bar e sui giornali tutte le volte che si aggiungono nuove persone alla lunga lista delle morti che potevano e dovevano essere evitate.

I cambiamenti cliamtici
Quello di cui invece non si parla, o di cui forse si parla troppo poco, ha un nome che in tanti hanno paura di pronunciare: Cambiamenti Climatici. I fenomeni metereologici eccezionali a cui assistiamo sono sempre più imprevedibili e soprattutto sono sempre più vicini alle nostre case e ai nostri affetti. Troppi credono ancora che questi cambiamenti climatici siano globali, quindi lontani da noi. In realtà non sono mai stati locali come ora. In Emilia Romagna ad esempio, gli effetti sono già evidenti, studiati, mappati, certificati. Questi dati sono stati pubblicati dall’Arpa regionale nel 2010 in un Rapporto dal titolo “Atlante idroclimatico dell’Emilia Romagna 1961-2008”. Dati che non lasciano molto spazio ai dubbi degli scettici.
Nel ventennio 1991-2008 la temperatura massima estiva e invernale dell’Emilia Romagna è aumentata in media di 1,5° C. Nello stesso periodo la temperatura media estiva è aumentata mediamente di circa 2°C. Molto significativi i dati sulle variazioni nel regime delle precipitazioni. Prendendo sempre come riferimento i ventenni sopra riportati, si è registrata una riduzione delle precipitazioni medie annue di circa 155 mm, con picchi nelle aree montane regionali di circa -450mm. Tutti questi fenomeni sono ampiamente documentati anche per il territorio imolese e della Valle del Santerno. Il flusso medio annuo del Santerno ad esempio, si è notevolmente ridotto negli ultimi decenni. Questi dati magari possono non dire molto. Basti sapere che tutti i principali studi internazionali sono concordi su un fatto: un cambiamento nelle temperature superiore a 2°C cambierà definitivamente il mondo nel quale siamo nati e cresciuti. I dati sopra riportati evidenziano come non siamo poi così lontani da questo tetto massimo. Questo non vuol dire essere catastrofisti. Vuol dire essere realisti.

Agire localmente
I cambiamenti climatici pertanto sono in atto, e poiché sono la conseguenza di azioni che abbiamo già compiuto sono assolutamente inevitabili. Al massimo quindi possiamo intervenire per ridurne l’intensità, adottando politiche globali che al momento ancora mancano. Bisogna allora prepararsi a reagire localmente, preparare il proprio territorio a rispondere alle sfide di un clima che cambia. Per far questo bisogna adattarsi, parola di cui purtroppo si sente poco parlare quando ci si riferisce ai cambiamenti climatici.
Nei mezzi di informazione e negli uffici della politica nazionale ed europea, si parla sempre di mitigazione, ossia di riduzione delle emissioni di CO2 nell’atmosfera. Questo certo è importante, ma non è la totalità della risposta al clima che cambia. Potremmo anche essere bravissimi a ridurre le emissioni di CO2 a livello locale, ma questo non ci aiuterà nel rispondere alle estati sempre più calde e con problemi crescenti nella gestione delle risorse idriche. Né ci aiuterà negli autunni e inverni con eventi metereologici eccezionali sempre più frequenti che ogni volta mettono in ginocchio una parte diversa d’Italia.

Resilienza e adattamento
Questa volta è toccata alla Liguria e alla Toscana, la prossima volta potrebbe essere il nostro turno. I cambiamenti climatici nel nostro territorio sono più che mai presenti e in atto. È giunto quindi il momento di chiedere a chi ci governa non solo un maggior ricorso alle rinnovabili (che rientrano nelle politiche di mitigazione dei cambiamenti climatici) ma anche misure per creare un territorio maggiormente “resiliente”, ossia in grado di rispondere positivamente agli impatti del clima che cambia. Una parola, quella di Resilienza, che dovrebbe rapidamente raggiungere il vertice delle agende del mondo politico ed economico. Dovrebbe diventare un nuovo articolo della Costituzione italiana. Certo è un momento difficile per le finanze pubbliche, ma molte delle azioni necessarie per renderci resilienti possono essere attivate con spese contenute e ritorni economici futuri molto maggiori. Più di tutto si parla di salvare vite umane. E davanti a queste considerazioni ogni altra valutazione di natura economica non ha più ragion d’essere.
Resilienza e adattamento. I nuovi vocaboli guida per cancellare definitivamente quelle immagini di morte e distruzione connesse con la furia della natura. Immagini a cui ormai siamo troppo abituati e forse un po’ anche assuefatti. Il clima che cambia tuttavia è allo stesso tempo una minaccia ed un’opportunità. Il rilancio economico del nostro paese potrà e dovrà passare anche da una messa in sicurezza del nostro territorio e delle nostre vite. Adattamento e Resilienza diventeranno quindi sempre più sinonimo di Sicurezza e Crescita economica. (Denis Grasso)