Dozza. “La mia Bandiera” è il titolo dell’ultimo lavoro di Giuliano Bugani e Salvo Lucchese, musiche originali di Gianluca Nuti e Modena City Ramblers. Il documentario sarà proiettato sabato 5 novembre 2011, ore 21, al teatro comunale di Dozza con la presentazione e introduzione a cura dell’autore.
“Questo documentario – ci racconta Giuliano Bugani – nasce da un’idea di performance teatrale che doveva raccontare la storia di Irma Bandiera, partigiana bolognese, medaglia d’ora al valor militare. Resomi conti che era impossibile trovare materiale su di lei per fare un monologo, il progetto si è trasformato in un racconto visivo di partigiane, dove Irma Bandiera era una di loro. Si è così sviluppato un lavoro collegiale a più voci di partigiane (10 in totale) da Piacenza a Rimini”. Il documentario si snoda sul filo della memoria, ma con una forte capacità di attualizzare le testimonianze e le immagini. “Ho voluto fare questo lavoro per mettere in sicurezza la memoria per permettere a chi si avvicina a questi temi di guardare con distanza certi revisionismi che vengono da destra e qualche volta da una sinistra ipocrita”.
Ma cosa significa mettere in sicurezza la memoria?
“Significa fornire un prodotto che può essere gestito dai movimenti antagonisti, dagli istituti storici, da studenti, università, non tanto per salvare un periodo storico, ma per combattere quei i revisionismi, sempre in agguato, che tendono ad offuscare le verità storiche. Con la realizzazione dei documentari noi forniamo uno strumento di lettura, poi dipende dalla volontà delle persone il tipo di utilizzo. Da parte nostra siamo anche in contatto con  canali di distribuzione per rendere visibili in rete i lavori, onde evitare il rischio che non vengano divulgati”.
Giuliano Bugani, operaio fin da giovanissimo, cresce come giornalista collaborando con il settimanale imolese “sabato sera”. Ma il suo eclettismo non si ferma alla scrivere sul giornale, poeta, narratore, autore di testi teatrali… e poi il mondo dell’immagine…
“Lo strumento del documentario è una nuova forma di comunicazione con la quale ho preso confidenza nel 2005 con il mio primo lavoro: ‘Liberate Silvia’, sul caso Baraldini. Lì ho capito che dopo 15 anni di giornalismo su carta stampata, il mezzo visivo, in particolare attraverso testimonianze dirette, è molto più efficace di una articolo giornalistico, poi è eterno. L’immagine ha un grande potere, è un grande strumento di comunicazione. Il documentario di denuncia è una droga, più denunci e più denunceresti, questa passione spalmata nel tempo diventa quasi un lavoro, così nascono tutta una serie di documentari anche su commissione”.
Ma torniamo a “La mia Bandiera”. Come pensate di promuoverlo per farlo diventare anche materia di studio?
“Il nostro obiettivo è quello di portarlo dentro alle scuole. Intanto però i primi risultati ci sono: verrà trasmesso da Rainews 24, poi abbiamo un invito della televisione di Stato di San Marino. Inoltre siamo stati invitati in molte città dell’Emilia Romagna, grazie anche all’Anpi. Siamo stati intervistati da radio private prima ancora che il documentario venisse presentato. Insomma c’è stato fin da subito un gran interesse per questo lavoro, anche perché prende in esame la Resistenza da un punto di vista diverso dal solito, comunque non usuale, quello delle partigiane. Quasi sempre quando si parla di Resistenza si fa riferimento ai partigiani, alle figure maschili. Invece il supporto femminile è stato determinante perché hanno permesso la sopravvivenza e hanno segnato il destino positivo della lotta contro il nazifascismo e il suo sbocco finale nella liberazione”.
Come si sviluppa il documentario?
“Le partigiane raccontano le loro esperienze, non tralasciando nulla. Abbiamo così scoperto il dramma delle torture, un argomento che molte donne torturate non hanno reso pubblico per pudore, a volte per vergogna. Molte di queste drammatiche storie sono state scoperte per puro caso. Nel documentario se ne parla. Come il documentario ricorda le partigiane uccise dalla violenza fascista. Su Irma Bandiera voglio solo ricordare un cartello che riporta le parole di Dino Cipollani, medico chirurgo del Malpighi, comandante partigiano di Castel Maggiore: Irma Bandiera resistette alle torture oltre ogni limite umano. Se avesse parlato, lei che conosceva tutti i segreti, i nomi e cognomi, i documenti della resistenza emiliana, forse l’esito sarebbe stato diverso. Venne torturata all’inverosimile e poi portata nuda al Meloncello, uccisa e poi il suo corpo fu lasciato esposto, nudo, nella strada per diversi giorni”.
E poi ancora altre storie…
“Altra partigiana ricordata è Gabriella degli Esposti, che arrestata dai nazisti, fu portata sul fiume Panaro nel modenese. Per cercare di farla parlare le tolsero gli occhi, le amputarono il seno e le squarciarono il ventre. Poi Iris Versari che, ferita al ginocchio, per lasciare fuggire il suo compagno, Silvio Corbari, si suicidò. Ci sono partigiane ancora vive a cui abbiamo chiesto se alla luce della situazione attuale avrebbero rifatto tutto, e tutte hanno risposto di sì, anzi forse di più…”.
Fare documentari e farli bene costa, come affrontate questo problema?
“Le difficoltà sono tante. Prima dei finanziamenti c’è anche la scelta dei compagni di lavoro, che devono condivide non solo l’argomento, ma anche la necessità di fare un buon prodotto. Perché i finanziamenti li trovi a lavoro finito, capovolgendo un po’ i canoni tradizionali che un lavoro si fa solo se ci sono le risoprse. Io all’inizio mi autoproduco, investo del mio. Per fare il lavoro su Silvia Baraldini ho venduto il mio motorino d’epoca, un moto Morini del ’73, il Corsarino 4 tempi, al quale capite ero fortemente legato. Oggi ho capito che se il lavoro è fatto bene, possa poi trovare risorse. Fare documentari per me è diventata una sorta di lotta militante, dove rischi le tue risorse e il tuo tempo. Fino ad ora però le soddisfazioni non sono mancate, ho vinto molti premi e sono sempre riuscito a trovare le risorse per pagarmi l’investimento. Quando possibile partecipiamo a bandi pubblici, ad esempio per quest’ultimo lavoro, alla Film Commission Emilia Romagna. Non ce l’abbiamo fatta, mentre siamo arrivati primi ad un bando della Carisbo”.

Gianluca Nuti, 17 anni, ha composto gran parte della colonna sonora di “La mia Bandiera”. Ha cominciato a suonare il pianoforte quando aveva 12 anni.
Quando ti hanno chiesto di comporre le musiche per il documentario, cos’ ha pensato?
“Ho subito capito che si sarebbe trattato di un impegno al di sopra delle mie capacità ma ho voluto raccogliere la sfida, e provarci ugualmente”.
Che metodo hai utilizzato per comporre queste musiche?
“Ho improvvisato”.
Conoscevi il periodo storico del movimento partigiano?
“Si, lo conoscevo e comunque ho approfondito guardando le interviste raccolte dal regista”.
Cosa rappresenta e quanto è importante per te la musica?
“La musica per me è fondamentale, rappresenta sicuramente una parte importante del mio presente e futuro”.
Segui la musica moderna, il newmetal per esempio, o altri stili?
“Seguo prevalentemente quella pop ma il mio interesse principale è la musica classica”.
Hai altre esperienze di accompagnamento musicale?
“Beh, si non è la prima volta che collaboro con Bugani, ad esempio a dicembre dell’anno scorso ho accompagnato l’attrice Lella Costa nella lettura di un monologo teatrale dello stesso Bugani”.
Qual è il tuo sogno artistico?
“Riuscire a creare un bel connubio tra l’esperienza musicale e quella teatrale”.

Giuliano Bugani
È operaio metalmeccanico dal 1978. Inizia la sua esperienza di scrittura con la poesia. A 25 anni fonda il giornale del Pci di Ozzano Emilia, “Quaderni ozzanesi”. Agli inizi degli anni Novanta inizia la collaborazione con il settimanale “sabato sera” scrivendo articoli su Ozzano e dintorni, saltuarie collaborazioni con alcuni quotidiani nazionali e periodici. Parallelamente scrive testi per il teatro civile di denuncia. Il suo sogno è sempre stato quello di fare un televisione privata, così con un amico cineoperatore, nel 2004, si lancia nel suo primo documentario. Nasce “Liberate Silvia”.
Opere teatrali principali: “Radio Jesus”; “Donnarchika, o del perché le madri cercavano i figli”; “Marzabotto, Reggio, 2 agosto 1980”; “Apologia di una Resistenza”; “Maria Margotti”; “Morte accidentale di una fabbrica”; “Il processo di Dedalo”; “Situazione di emergenza”, rappresentato da Lella Costa; “La guerra di Dio”, sulle spese militari e armamenti.
Opere letterarie principali: “I cortili del Purgatorio”, poesie, con prefazione di Roberto Roversi; “Zannarchika”, poesie, con prefazione di Davide Argnani; “La pianure”, narrativa, con prefazione di Daniele Barbieri; “Fabbrike”, pubblicazione online di poesie, con prefazione di Enzo Acerenza, operaio della storica Innse.
Documentari: “Liberate Silvia”, sul caso Baraldini; “I ragazzi del Salvemini”, sulla strage dell’ Istituto G. Salvemini di Casalecchio, con Emilio Guizzetti; “Quella notte al Leoncavallo”, sui diritti umani, con Salvo Lucchese; “Anno 2018: verrà la morte”, sui lavoratori esposti all’amianto, con Salvo Lucchese; “Prigionieri del silenzio”, cortometraggio sui detenuti italiani all’estero, con Salvo Lucchese; “Il poeta dell’avanguardia”, intervista inedita a Edoardo Sanguineti; “Il falsopiano”, sulla cementificazione di san Lazzaro, con Pietro Annicchiarico; “La mia Bandiera”, sulle partigiane dell’Emilia Romagna, con Salvo Lucchese.

Salvo Lucchese
Nato a Messina nel 1982, laureato al Dams di Bologna, è autore di documentari e videoclip tra cui: “Acquabianca: Eritrea 2005” (documentario, 2005), “Il Teatro, la Piazza” (ha curato le riprese, 206), “Live in Panciu. Storia di un Concerto in Romania” (documentario, 2007) e Boloboogie (videoclip, 2008), “Anno 2018: Verrà la Morte” (ha curato regia, montaggio, fotografia, produzione, 2008), “La Colonna Senza Fine” (ha curato il montaggio, 2008).


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