Imola. Una trentina di persone, nate in Italia o in altri luoghi, ieri pomeriggio sul ponte delle Acque a Imola. Immobili, si sono mosse solamente per gettare alcuni fiori nelle acque del fiume. Il silenzio rotto da un sax e da un tamburo in sordina che affiancavano la voce di Marina Mazzolani la quale, al megafono, per quasi un'ora e mezzo ha elencato date e morti.
Si inizia il 22 settembre 1989: “A Chioggia trovato morto un ragazzo su una nave mercantile greca salpata da Casablanca”. E si finisce il 27 settembre 2011. Migliaia i morti che erano diretti alle coste italiane o faticosamente quasi arrivati e crepati lì alle porte del sogno; ancor più (17.856) le persone che hanno perso la vita sulle frontiere della “fortezza Europa” come la definisce il sito (da anni animato da Gabriele Del Grande) che tiene questo tragico conteggio.
Il volantino distribuito ieri dal Comitato 1marzo di Imola (ma analoghe iniziative si sono tenute in molte città) spiega che si tratta di un'azione simbolica per commemorare i migranti morti in mare ma anche per ricordare chi in Italia è vittima di torture e di ingiustificata prigionia nei centri di detenzione. Eccone un brano. “Fanno tutti a gara a contare quanti ne sbarcano, pronti a gridare all'invasore. Ma quanti quelli che non sono arrivati? Muoiono giorno dopo giorno. Anno dopo anno. E i loro corpi finiscono nell'oblio delle coscienze, seppelliti in fondo al cimitero Mediterraneo. Mangiati dai pesci e accatastati sopra le tubature dei gasdotti che sembrano a volte l'unico ponte rimasto tra le due rive. Dal 1988 sono morte lungo le frontiere dell'Europa almeno 17.856 persone. Di cui 2.049 dall'inizio del 2011. Il dato si basa sulle notizie censite negli archivi della stampa internazionale degli ultimi 23 anni. Il dato reale potrebbe essere molto più grande. Nessuno sa quanti siano i naufragi di cui non abbiamo mai avuto notizia. Lo sanno soltanto le famiglie dei dispersi, che dal Marocco allo Sri Lanka, si chiedono da anni che fine abbiano fatto i loro figli  partiti per l'Europa e mai più tornati. Un giorno a Lampedusa e a Zuwarah, a Evros e a Samos, a Las Palmas e a Motril saranno eretti sacrari con i nomi delle vittime di questi anni di repressione della libertà di movimento. E ai nostri nipoti non potremo dire che non lo sapevamo (Fonte: Fortresse Europe)”.
Le persone presenti hanno lasciato una frase su un quaderno, lì sul parapetto del ponte; a loro si sono aggiunte alcune passate per caso ma che hanno deciso di fermarsi almeno un attimo, impressionate dal volantino o dalla voce di Marina che continuava quel terribile elenco.
A bassa voce c'era chi ricordava i morti italiani nelle migrazioni: “Conosci la canzone sul naufragio del Sirio?” oppure “Sai che durante il fascismo era vietato ai giornali raccontare degli emigrati italiani morti ma anche di quelli che ‘disonoravano’ la patria”. E c'è chi, forse non solo con un tragico paradosso, ha sussurrato a un amico: “Sai perché vorrei che gli immigrati fossero ben trattati in Italia? Non solo perché è giusto ma perché il vento della storia cambia e magari fra 20 anni torneremo noi a migrare, magari verso la Cina”. Un'altra persona ha portato un romanzo, “Undici” di Savina Dolores Massa, per consigliarlo, per invitare magari gli studenti di qualche scuola a leggerlo: 11 ragazzi senegalesi, morti in mare, affidano alla kora (una sorta di chitarra) le loro storie perché non vadano perdute.  
Ci si dà appuntamento a sabato 5 novembre mattina, sul prato della rocca, per un breve corteo-spettacolo, contro tutte le discriminazioni. Ci si dà appuntamento al 18 dicembre, giornata di mobilitazione globale per i diritti dei migranti.
2 novembre, giorno dei morti ma nel Mediterraneo, ai confini della fortezza Europa, ora è sempre 2 novembre. Dipende anche da noi, si è detto ieri, far tornare questo mare un ponte, un passaggio invece che un grande cimitero. (Daniele Barbieri)