Imola. Si è parlato di lotta alla mafia e di antiracket nella giornata conclusiva dell'Imola Film Festival 2011. Evento speciale della diciottesima edizione della rassegna è stata la tavola rotonda sul tema “Il futuro dell'antiracket in Italia” a cui è preceduta la proiezione del documentario “L'antiracket” (2011, 50') della regista Maria Martinelli e dal giornalista e scrittore Vincenzo Vasile. Nel film sono state raccontate le lotte e i successi di diverse associazioni antiracket italiane, da Palermo, dove i volontari lavorano quotidianamente nelle strade della città sensibilizzando i cittadini ed offrendo sostegno ai commercianti, e dove recentemente è stato avviato il tentativo di coinvolgere nella lotta la categoria dei professionisti, che nei fenomeni di estorsione è coinvolta a vario titolo anche più dei commercianti; a Napoli, dove le estorsioni sono gestite da molti clan ma anche da criminali comuni, e nonostante ciò molte zone sono state liberate dal pizzo e diversi quartieri sono stati dichiarati “quartieri derackettizzati”; da Lamezia Terme (CZ) che, nella regione dove a detta degli stessi protagonisti in assoluto il lavoro dell'antiracket è più difficile, c'è un'associazione che deve limitare il numero degli iscritti poiché le cosche stesse potrebbero voler lasciarvi entrare commercianti, che in realtà il pizzo lo pagano ancora, per godere della certificazione “pizzofree”; a Capo d'Orlando (ME), che fino a vent'anni fa era ancora libera dalla mafia e per questo considerata la “Svizzera della Sicilia”.

Alcuni dei protagonisti dei fatti narrati hanno preso parte al dibattito che è seguito alla proiezione, tra questi Tano Grasso, fondatore e presidente onorario della Fai, la Federazione delle associazioni antiracket e antiusura italiane, che da vent'anni si impegna in prima persona nella lotta all'estorsione e alla mafia; Enrico Colajanni, fondatore e presidente di “Libero futuro – associazione antiracket di Palermo”; Maria Teresa Morano, presidente nazionale della Fai; Daniele Marannano, responsabile di “Addio pizzo” di Palermo; Armando Caputo, presidente dell'”Associazione antiracket Lamezia” ed Enrico Bini, presidente della Camera di Commercio di Reggio Emilia.

Lotta alla mafia, lotta allo stereotipo
Le associazioni antiracket combattono la mafia sul terreno della quotidianità, dell'ordinario, contribuendo a sconfiggere lo stereotipo del suo potere “straordinario”. “Nonostante tra tutte le attività criminali chiedere il pizzo sia la meno appariscente, – spiega Tano Grasso – quella che raramente finisce sui giornali se scoperta, è in realtà l'attività che più di ogni altra rappresenta l'essenza del fenomeno mafioso, perché è quella che conferisce ai clan la sovranità sul territorio”.

La mafia che offre protezione, che opprime, è uno stereotipo del passato, nella realtà non esiste praticamente più: la mafia oggi fornisce legittimazione. “Pagare il pizzo molto spesso diventa simile a pagare una tassa d'iscrizione, come entrare al Rotary. – ha ammesso Vincenzo Vasile – Si paga per entrare a fare parte del giro, in questo modo si ottengono lavori, si fanno consulenze. Questo tipo di collusione è il più diffuso, ed è evidente come così si distrugga il mercato: non c'è concorrenza, le professioni non sono più 'libere'”. Anche Grasso è dello stesso parere: “La mafia non opprime, è invece un fenomeno culturale intrinseco al sistema economico, alla gestione del potere. Occorre comprendere che il referente principale del mafioso è l'imprenditore, il politico viene dopo. Quello che fanno le associazioni criminali è dare la possibilità di essere sul mercato. Ecco perché dopo 21 anni di lavoro e di successi, la proporzione di chi si ribella al pizzo resta ancora di 1 a 100 in troppe zone, ecco perché dobbiamo ancora convincere i commerciati uno ad uno per fargli sporgere denuncia.”

Associarsi e denunciare
Due sono le parole vincenti nella lotta al racket: associarsi e denunciare. “In 21 anni di impegno – spiega Grasso – mai nessuno dei nostri associati ha perso la vita, qualche sabotaggio alle proprietà c'è stato ma mai nulla di più. Chi denuncia non muore, questa è la verità, una verità rivoluzionaria”. La denuncia da sola non basta però, occorre al tempo stesso associarsi, non restare soli di fronte alla criminalità organizzata ma organizzarsi di rimando avendo le istituzioni dalla propria parte. “La mafia colpisce chi è solo, questo è quello che è successo – continua Grasso – Dal canto nostro, nonostante per ovvie ragioni rifuggiamo la visibilità e teniamo un basso profilo, possiamo ammettere che molti di noi vivono una vita normale, non certo da segregati”.

La rappresentazione della mafia come organizzazione medievale va combattuta, vedere la mafia come male assoluto contro cui si oppone il bene assoluto impersonato da un eroe solitario è sbagliato perché pone la questione su di un piano irreale che fa il gioco del nemico. Un male assoluto è un male che per sua natura è invincibile e un eroe solitario è più facilmente sconfitto. “L'eroe solitario – continua Grasso – deve essere sostituito da un movimento di massa e per fare questo occorre rendere la denuncia conveniente in termini di sicurezza personale e di futuro dell'impresa, altrimenti si resta un'avanguardia virtuosa ma che non riesce ad incidere alla radice del fenomeno”.

Il pizzo al nord
A parlare della situazione in Emilia-Romagna è stato Enrico Bini, presidente della Camera di Commercio di Reggio Emilia, che ha ricordato come molto spesso al nord l'atteggiamento prevalente sia quello di non voler vedere. “La magistratura spesso non indaga, dovrebbe invece farsi insospettire da certi personaggi e da certi atteggiamenti – ha dichiarato Bini – tutte le indagini che hanno portato ad arresti sono partire dal sud”. La mafia al nord rinuncia ai suoi atteggiamenti aggressivi optando per una strategia più nascosta. “Inizialmente compra immobili, compra ad esempio una discoteca per vendere droga, – continua Bini – si aggiudica appalti, lavora e fa lavorare. Le autorità, ma anche i privati cittadini, gli imprenditori e i professionisti in primis, dovrebbero lasciarsi insospettire da quelle ditte che offrono lavori alla metà del prezzo di mercato, o che hanno una disponibilità di mezzi enorme a prezzi più che concorrenziali. Sarebbero inoltre molto utili controlli su chi si aggiudica lavori con il sistema delle aste al massimo ribasso, un sistema diffuso che per le associazioni mafiose funziona come un'autostrada per il loro inserimento. Come Camera di Commercio di Reggio Emilia stiamo portando avanti una proposta per istituire una rete informativa tra le Camere di Commercio di tutta Italia affinché un imprenditore possa conoscere con chi sta per lavorare”. Ammonisce Grasso: “Un più alto senso civico non è sufficiente a debellare la diffusione delle cosche, al nord ci sono sicuramente anticorpi, ma sono anticorpi che non immunizzano”. (Leonardo Bettocchi)