Imola. E’ difficile definire Antonio Castronuovo. Scrittore, giornalista, saggista e critico. L’unica cosa certa è che scrivere è la sua passione. E questa passione l’ha riempita di tante opere, di tante collaborazioni con riviste importanti della letteratura italiana, con la direzione in prima persona de La Piê (edita da La Mandragora di Imola http://www.editricelamandragora.it), storica rivista di cultura romagnola. Non arriva allora a caso questo Premio Guidarello (che quest’anno festeggia i suoi 40 anni di vita) per il “Giornalismo d’autore” sezione Romagna-Società. Non arriva a caso perché rappresenta una sorta di riconoscimento ufficiale di ciò che si era guadagnato sul campo grazie al rilievo dei suoi lavori, alle sue capacità di analisi della realtà culturale regionale e non solo, fino a diventare, tra le altre cose, il massimo studioso del futurismo emiliano-romagnolo.
“Francamente non me lo aspettavo, per un semplice motivo – ci racconta Castronuovo -. Il Guidarello viene assegnato al giornalismo d’autore, e io, pur avendo in tasca un tesserino da pubblicista, non mi sento un vero giornalista. Però andando a leggere la storia del premio capisco che viene riconosciuto un lavoro nella sua compiutezza e non un singolo articolo, il percorso di una persona che secondo loro in questi ultimi anni ha rappresentato qualcosa all’interno della società culturale romagnola. E ciò, ovviamente, è per me motivo di soddisfazione”.
Alle interviste, si capisce, Castronuovo preferisce la scrittura e la meditazione, che lo hanno portato alla pubblicazione di molto libri e alla collaborazione con molte riviste culturali di rilievo nazionale, ricordiamo tra queste la prestigiosa “Belfagor”, bimestrale fondato nel 1946 da Luigi Russo, o “L’Indice”, fondato molti anni fa a Torino da  Cesare Cases, fino alla costante collaborazione, negli ultimi anni, col “Caffè Illustrato” di Walter Pedullà. “In questo mio percorso si è inserito negli ultimi dieci anni un impegno verso la cultura regionale, concretizzato con l’invito a dirigere la storica rivista La Piê, alla quale collaboravo da tempo. L’avventura è cominciata nel 2004. E oggi giunge questo premio, forse anche per la linea che ho voluto dare alla rivista, una linea culturale solida, utile a sminuire un’immagine, emersa a volte nel passato, della rivista come qualcosa di folklorico o come strumento di difesa localistica. Io ho cercato di ricondurre la rivista a quella che era l’idea umanistica e letteraria del suo fondatore Aldo Spallicci. Ricordo la sua figura come quella di un grande repubblicano di Romagna, senatore in alcune  legislature dei primi anni ’50. E La Piê non poteva che nascere, nel 1920, con una forte e solida impronta repubblicana. Mi è sembrato naturale in questi anni cercare di farne uno strumento di espressione storica e demo-antropologica con basi solide, invitando a collaborare ottime firme dell’intellettualità romagnola, certamente di area laica, nel rispetto della sua tradizione repubblicana e  mazziniana”.
Infatti fin dalle sue origini La Piê “conteneva contributi di veri e propri letterati (tra cui gli altri fondatori: Antonio Beltramelli e Francesco Balilla Pratella) che guardavano alla Romagna con uno sguardo poetico e narrativo; forse credevano di produrre uno strumento popolare, ma in realtà erano uomini della piccola e media borghesia che cercavano di parlare a quegli intellettuali, scrittori, giornalisti, che in un certo senso avevano nel loro corredo genetico una radicata formazione sulla cultura di Romagna”.
Quindi uno strumento popolare così per dire, che, forse, “si credeva tale perché si tendeva e si tende tuttora ad abbinare il suo nome alla ‘vecchia’ piadina romagnola. Invece la sua origine è di altro tenore. Infatti, quando nel tardo 1919 i fondatori si trovarono nella villa di Beltramelli a Borgo Sisa (Forlì) decisero quel nome in omaggio al poemetto pascoliano del 1908, La Piê, scritto in lingua italiana e che canta l’antico pane azzimo romagnolo in modo poetico e malinconico. Una scelta quindi che ha alla sua radice la poesia”.
Castronuovo e La Piê, un “amore” sbocciato in tempi non sospetti: “Ho iniziato a collaborare negli anni Novanta, ma l’apprezzo da sempre tanto da esserne un collezionista, anche un po’ fanatico. Infatti possiedo quasi tutti i numeri, a parte alcuni che ancora sto cercando, tra mercatini e anziani”.
Ma Castronuovo non è solo La Piê e sentendo il racconto ritroviamo quei tratti salienti del suo carattere descritti sopra. “A me piacciono molto le persone che lavorano nel silenzio, in modo serio, concreto, solido e poi, sempre in silenzio, traggono delle conclusioni. In altre parole: mi piace chi prima agisce e poi parla. Guardando alla realtà di Imola, penso ad esempio a un Alen Loreti, che un giorno, senza aver fatto nessun rumore, salta fuori curando due Meridiani della Mondadori su Tiziano Terzani. In lui vedo un po’ il mio stesso modo di lavorare: discrezione, umiltà e prodotti concreti. Scrivo dagli ultimi anni Settanta, poi ho cominciato a pubblicare, nel primi anni Novanta, piccole cose, molte delle quali, come tutti coloro che scrivono, non esito a rinnegare e se potessi vorrei anche bruciare. Ho cestinato molta carta, altra è rimasta nei miei cassetti. Chi mi osserva vede in me interessi ampi; capisco i malpensanti che possono darmi del ‘tuttologo’, diciamo che preferisco vedermi come un eclettico, anche se questo salva la capra ma non i cavoli. Credo che in fondo ci sia un filo rosso comune che incardina il mio lavoro: amo quelle figure, quelle situazioni, quegli eventi che battezzerei in modo generico ‘sorti per essere contro’. Tutti quegli accadimenti che in un certo modo emergono dalla linearità della storia, come qualcosa di pungente, capaci di creare un piccolo momento di causticità”.
Tutto questo spiega la sua ricerca sul futurismo. “Già, è così. Il futurismo contiene in sé quegli elementi ‘contro’ che tanto mi piacciono. Sono il primo a osservare che il futurismo può sembrare qualcosa di legnoso, e che è anche condannabile per le sciagurate scelte ideologiche che ha compiuto, ma ciò non toglie, e qui emerge quel filo rosso di cui parlavo, che quel movimento sia stato una splendida frattura, un momento di rottura nella quiete giolittiana delle città italiane. Al di là dei suoi difettacci, lo vedo come un momento importante nella storia delle idee estetiche, sociali e politiche di questo paese”.
Un filo rosso che annoda però tutto il suo lavoro, dalle ricerche sul territorio romagnolo fino alla saggistica di valore nazionale: “Anche nella piccola pubblicistica locale non mi piace indagare la bonaccia, ma l’onda schiumosa. Questo mi può attirare definizioni non simpatiche, ma ognuno nasce fatto alla propria maniera. E tutto questo certamente si riflette sulla mia produzione saggistica. Ti faccio solo questi esempi: ho pubblicato La vedova allegra, storia della ghigliottina e Alfabeto Camus, lessico della rivolta perché rappresentano momenti evidenti di rottura nel flusso delle culture europee”.
Ma anche chi fa cultura deve fare i conti con il difficile momento che attraversa il Paese e con una classe dirigente che non ha certo tra le sue priorità la crescita culturale. “La cultura è il mio pane e il lavoro è il companatico, la cultura per me è una fetta di salame che metto nel panino del mio lavoro, per insaporirlo. La cultura per me è quel momento estetico che ciascuno cerca a una certa ora della sua giornata. Poi, dove e come si trova quel momento fa parte del ventaglio di opzioni possibili, c’è chi accende la televisione, c’è chi va al cinema, c’è chi legge un libro o un giornale. Comunque sia, la cultura è un momento indispensabile nella giornata del singolo, fa parte del suo percorso vitale ed educativo. Detto questo, non posso che dolermi al cospetto del crollo di qualità dell’offerta culturale avvenuto negli ultimi trent’anni, perché è venuto meno non solo un importante flusso formativo, ma anche la possibilità del piacere estetico che è comunque un fattore di crescita individuale. Ci sono del colpevoli? Lo siamo un po’ tutti, perché abbiamo accettato a cuor sereno la banalizzazione: è più facile accettarla, è più facile essere soggetti passivi che solo minimamente attivi. Credo che la cultura abbia questi due volti: è offerta, ma anche momento fruitivo. Se colui che fruisce molla l’osso, se lascia la presa e non è disponibile a quel minimo sacrifico che la cultura richiede, allora siamo tutti perdenti. E bada che non mi riferisco solo alla cultura medio-alta, ma a tutti i livelli. Mi piacerebbe insomma che l’offerta culturale non fosse mai semplicistica (semplice sì, ma non semplicistica) e mai banale”.
Una riflessione che automaticamente si sposta sul livello locale: “Anche a livello delle singole comunità, se davvero ci sta a cuore la libertà e la formazione della persona, chi gestisce la cultura deve comunque creare un’offerta che preveda il coinvolgimento attivo, propriamente mentale, di colui che fruisce. Il grande errore, purtroppo già precedente all’era Berlusconi, forse in atto già dagli anni Ottanta del secolo scorso, è stato quello di credere che la spettacolarizzazione della cultura, il coagularla in ‘eventi’ potesse essere la risposta giusta all’appetito culturale di ognuno di noi. Se vogliamo salvarci dobbiamo cominciare a pensare alla cultura come a una brezza quotidiana, non come all’elemento di consumo del fine settimana”.
Una cultura in qualche modo da conquistare… “Credo sia necessario mettere a disposizione nella maniera più ampia possibile tutte quelle cose che richiedano da parte della gente almeno un atto di pensiero. Ciò secondo me può avvenire – e in questo sono certamente un conservatore – solo continuando a difendere, in una sorta di lotta di ‘resistenza’, gli strumenti tradizionali della cultura: libri, riviste, stampa, cinema, teatro, e anche una certa televisione con la vocazione della cultura. E non solo: sarà importante che ognuno di noi cominci a manifestare una dose di sana ribellione. Vuoi un esempio? Eccolo: invece di lamentarci ogni santo giorno della tivvù spazzatura, tentiamo di spegnere quella tivvù e basta. Questo sarebbe già un gesto di sana ribellione”.
Non sarà certo facile incidere su anni di abitudini consolidate. “Oggi non siamo più nell’epoca in cui la cultura guidava la società; oggi essa è al traino. Il grande fiume della globalizzazione, che nessuno sa contrastare, si tira appresso la cultura. Un qualche cambiamento, se ci sarà, dovrà avvenire con un mutamento di rotta delle idee a livello mondiale. Se vogliamo avere una speranza di salvezza su questa piccola barca con il fondo bucato, dobbiamo sperare che cambi il vento generale, in modo che possa forse sorgere un nuovo modo di fare cultura. Capisco bene che queste idee peccano di pessimismo e di una dose di utopia, ma a pensarla così sono in larga e buona compagnia. E sono certo che, per il cambiamento, ci vorranno forze meno estenuate rispetto a quelle degli intellettuali odierni, me compreso. Tu certamente pensi che un po’ sto sognando, ma, all’interno del sogno, concedimi una speranza”.

Premio Guidarello

Statuto Guidarello

Antonio Castronuovo (1954) coltiva interessi letterari e storici, con particolare attenzione per la cultura francese. In ambito regionale dirige “La Piê”, la più antica rivista di cultura romagnola (fondata da Aldo Spallicci nel 1920). Esperto di futurismo romagnolo, ha pubblicato studi sulla presenza del movimento a Imola, Lugo, Ravenna e Rimini. È tra gli organizzatori delle mostre Romagna futurista (San Marino e Riccione, 2006), Futurismi a Ravenna (Ravenna, 2009) e Note futuriste: Pratella e il cenacolo artistico lughese (Lugo, 2010).
Tra i suoi saggi, editi da Stampa Alternativa: Libri da ridere: la vita e i libri di Angelo Fortunato Formìggini (2005), Macchine fantastiche (2007), Ladro di biciclette: cent’anni di Alfred Jarry (2008), La vedova allegra: storia della ghigliottina (2009), Alfabeto Camus (2011). Ha curato vari libri, tra cui: Nebbia di Miguel de Unamuno (Rizzoli BUR 2008), Il rosso e il nero di Stendhal (Rusconi-Barbèra 2009), La commedia dei filosofi di Albert Camus (Via del Vento 2010), Commentario per la costruzione della macchina del tempo di Alfred Jarry (La Mandragora 2011).
Ha tradotto scritti di Apollinaire, Jarry, Gide, Cendrars, Bousquet, Simone Weil e Irène Némirovsky. Per il suo lavoro di ricerca e traduzione su Alfred Jarry è stato insignito del titolo di “Reggente di Patafisica Generale” nel Collage de ’Pataphysique.
Collabora con molte riviste, tra cui “Il Caffè illustrato”, “Belfagor”, “Il Lettore di provincia”, “Il Ponte”, “L’Indice”, “Il Lettore di provincia”, “Cortocircuito”, “Technè”. È presidente onorario della società di ispirazione olivettiana “Città dell’uomo”.