Avellino. Era il 23 novembre del 1980 quando una scossa sismica elevatissima, 6.5 della scala Richter, con epicentro in alcune località dell’Irpinia, Teora, Castelnuovo di Conza e Conza della Campania, fece crollare letteralmente interi paesi delle provincie di Caserta, Salerno e Avellino. I morti furono quasi tremila. Oltre 8.800 feriti. Quasi 300.000 gli sfollati. In alcune zone i soccorsi arrivarono solo cinque giorni dopo. Numerose vite che si sarebbero potute salvare, restarono giorni sotto le macerie. La ricostruzione, poi, fu un intreccio di inchieste giudiziarie che coinvolsero parlamentari, arricchiti con i fondi e i finanziamenti per la ricostruzione stessa. Interi comuni vennero poi abbandonati e ricostruiti interamente in zone diverse. Tuttora abbandonati sono sia i comuni fantasma, semidistrutti, sia i comuni ricostruiti, in quanto molte famiglie vivono ancora in prefabbricati divenuti nel tempo di proprietà. E non è un caso che gli scandali che sorreggono le inchieste sulle ricostruzioni dei terremoti in Italia siano una caratteristica tutta italiana. Anche il terremoto del 6 aprile del 2009, all’Aquila, è recintato da inchieste sulla ricostruzione. Ma il fatto nuovo rispetto al terremoto dell’Irpinia è che moltissimi cittadini aquilani sono stati denunciati per avere denunciato, in una manifestazione cittadina, l’abbandono della città per lasciare posto alle speculazioni. Molti avvisi di garanzia sono stati recapitati a cittadini aquilani senza casa per essere entrati nella cosiddetta Zona Rossa, nel centro storico aquilano, circa un anno fa. Le costruzioni che sono state assegnate nel 2010 si stanno decomponendo. L’Aquila è in stato di abbandono senza che nessuno ormai ne parli più.