Stati Uniti d’ America. La Corte di Giustizia americana ha sospeso definitivamente la condanna a morte dell’ex Black Panter, Mumya Abu Jamal. I comitati che si sono sempre battuti per la sua innocenza e liberazione, hanno vinto la prima battaglia. Ora attendono la liberazione e non l’ergastolo come previsto. In Italia i comitati in suo favore sono sostenuti e portati avanti da numerosissime interviste e serate tenute da Silvia Baraldini, la cittadina italiana che nel 1981 venne arrestata negli Usa e condannata a 45 anni di carcere. La Baraldini venne rimpatriata in Italia nel 1999 e nel 2003 ottenne gli arresti domiciliari. Il 26 settembre 2006 è stata definitivamente liberata.

La storia di Mumia Abu Yamal
Mumia Abu Jamal nasce a Philadelfia nel 1954. Nel 1968 viene arrestato per la prima volta per avere protestato contro un meeting del Partito Democratico e la candidatura del segregazionista Gorge Wallace. La Fbi lo scheda come “persona da sorvegliare e internare in caso di allerta nazionale”. Il programma di controspionaggio e infiltrazione, cosiddetto Cointelpro, lo individua come obiettivo da colpire in quanto appartenente alle Black Panter. Nel 1980, Mumia diventa presidente della “Black journalist association”, e sostenitore dell’associazione Move. Inizia anche una collaborazione giornalistica radiofonica dando voce ai poveri e gli viene dato il soprannome “voce dei senzavoce”. Comincia de enunciare la corruzione all’interno della polizia e dei dirigenti politici locali. La storia drammatica della sua vicenda però comincia forse nel 1978, a Powelton Villane, a Philadelfia, quando la polizia comandata da Frank Rizzo, aggredisce con violenza la comunità nera. Mumia denuncia i fatti e tre anni dopo la polizia attacca di nuovo la comunità con bombardamenti da elicotteri, uccidendo undici persone, tra i quali donne e bambini. A seguito delle denunce giornalistiche, Mumia viene licenziato dalla radio, e per vivere comincia a fare il taxista. La mattina del 9 dicembre 1981, il fatto. Mumia vede suo fratello Billy che viene picchiato dall’ufficiale di polizia Daniel Faulkner. Jamal scende dal suo taxi, ma viene colpito da un proiettile all’addome. Altri spari echeggiano, ma sono rivolti all’agente, che viene ucciso. Dell’omicidio si presenterà come reoconfesso un sicario, Arnold Beverly. Ma a questa confessione nessuno crederà mai. Il giudice del processo a Mumia, è tenuto da Albert Sabo, ex sceriffo e molto vicino al capo della polizia Frank Rizzo. Nell’ambiente, il giudice Sabo viene soprannominato “capestro”, per avere inflitto ben 32 condanne a morte. Il 2 luglio 1982, Mumia viene condannato a morte. Una serie di prove a suo favore non vengono tenute in considerazione. Intanto le date della sua esecuzione vengono di volta in volta rinviate. E solo il 27 marzo 2008, a seguito di una rivisitazione del processo, la condanna a morte è stata tramutata in ergastolo. Per Mumia Abu Jamala, però, in tutti questi decenni di prigionia, si sono mobilitati un infinità di attivisti, politici, artisti. Il gruppo musicale “Rage against the machine” si è battuto moltissimo per la sua liberazione e ha scritto due canzoni in due diversi Cd, “Freedom” e “Voice of the voiceless”. Il rapper di New York, Krs-One, gli ha dedicato “Free Mumia”. Nel 2003, Mumia è stato nominato Cittadino onorario di Parigi dal sindaco Bertrand Delanoè. Nel 2005 la città di Saint Denis gli ha dedicato una via. Nel 2007, il regista e produttore Colin Firth ha presentato al Festival Internazionale del Cinema di Roma il film denuncia “In prigione la mia intera vita”.
(Giuliano Bugani)