Milano. 12 dicembre 1969, ORE 16.37, nella sede della Banca Nazionale dell'Agricoltura in piazza Fontana scoppia una bomba che causa la morte di 17 persone e il ferimento di altre 88. Nella stessa ora a Roma scoppiano altre bombe. Infine, nella Banca Commerciale di Milano viene trovata una borsa contenente una bomba che in tutta fretta, viene fatta esplodere eliminando una prova preziosa per le indagini. Immediatamente, a dimostrazione di un disegno già preordinato, le indagini senza alcun indizio seguono la pista anarchica. Il commissario Luigi Calabresi già alle 19.30 (3 ore dopo la strage) ferma alcuni anarchici davanti al circolo di via Scaldasole.
Nella notte del 12 dicembre 1969 sono illegalmente fermate circa 84 persone quasi tutte anarchiche, tra cui Giuseppe Pinelli. lunedì 15 dicembre viene arrestato con l'accusa di strage Pietro Valpreda, anarchico. Dopo più di tre anni di galera, innocente, sarà completamente assolto. I giornali partono con una campagna stampa di calunnia e denigrazioni sposando le tesi della questura.
La sera del 15 dopo 3 giorni di continui interrogatori muore, volando dal 4° piano della questura, Giuseppe Pinelli. Il giornalista dell’Unità, Aldo Palumbo, mentre cammina sul piazzale della questura sente un tonfo poi altri due ed è un corpo che cade dall'alto, che batte sul primo cornicione del muro, rimbalza su quello sottostante e infine si schianta al suolo per metà sul selciato del cortile per metà sulla terra soffice dell'aiuola.
Nella stanza del commissario Calabresi sono presenti i brigadieri Panessa, Mucilli, Mainardi, Caracutta e il tenente dei carabinieri Lograno che saranno tutti elevati di grado per “meriti”. Il questore, Marcello Guida, nel 1942 uomo di fiducia di Benito Mussolini e direttore del confino politico di Ventotene, già 20 minuti dopo, dichiara ai giornalisti che Pinelli si è suicidato e che il suicidio è una ammissione di colpevolezza perché “l'alibi era crollato”.
Nel primo mese vengono fornite 3 versioni contrastanti di come sarebbe venuto il suicidio. Gli anarchici accusano subito la polizia di assassinio, i fascisti e lo Stato di essere gli autori delle stragi. Parte una campagna di controinformazione con assemblee, cortei, libri, fino ad arrivare ad un processo allo Stato.
Una serie di “incongruenze” fanno della morte di Pinelli, il caso Pinelli. Si scopre che a mezzanotte meno due secondi (2 minuti e 2 secondi prima della caduta di Pinelli) venne chiamata l'autoambulanza. La stanza dell'interrogatorio larga 3,56×4,40 metri, contenente vari armadi, una scrivania e la presenza di 6 persone rende impossibile uno scatto di Pinelli verso la finestra. Inoltre le finestre e le imposte erano chiuse. Pinelli cade scivolando lungo i cornicioni. Non si è dato quindi nessuno slancio. Cade senza un grido e senza portare le mani a protezione della testa, come se fosse già inanimato.
Pinelli inoltre viene caricato sull’autoambulanza che respira ancora. Quando entrerà in sala operatoria, al Fatebenefratelli, dentro la sala c’è un uomo dei servizi segreti. Uno degli agenti presenti dentro l’ufficio di Calabresi afferma che ha cercato di trattenere Pinelli, mentre si lanciava, e gli sarebbe rimasta una sua scarpa in mano. Ma Pinelli aveva entrambe le scarpe ai piedi quando venne portato sull’ambulanza. Infine, quando Pinelli precipitò fuori dalla finestra dell’ufficio del commissario Luigi Calabresi, il commissario era uscito in corridoio.
Il caso Pinelli resta ancora oggi uno specchio di come vivessero in quel periodo i militanti e gli appartenenti ai movimenti antagonisti. Una storia che non si è chiusa. (Giuliano Bugani)