La Costituzione pone al centro dell’Italia democratica il Lavoro, senza lasciare molto spazio al fraintendimento di quale sia la pietra angolare su cui tutto il paese deve essere costruito. L’Articolo 1 è noto a tutti, “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” e anche l’Articolo 4 recita “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro”. Il Lavoro come attività che nobilita e rafforza non solo la persona, ma l’esistenza stessa della Democrazia. Si direbbe quasi che i padri costituenti abbiano voluto dire fra le righe che non è possibile alcuna Democrazia, alcuna forma civile di convivenza senza la possibilità di ciascuna persona di accedere ad un lavoro adeguato alle sue aspettative e alle sue capacità.
Questo pensiero latente dei primi quattro articoli della Costituzione, trova la sua massima espressione nella seconda parte dell’Articolo 3, che pur non parlando direttamente di Lavoro, credo incarni alla perfezione l’essenza delle aspirazioni lavorative della cosiddetta “generazione invisibile”, “generazione sfruttata”, i giovani laureati di oggi insomma. Recita l’Articolo 3 “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese”. Che c’entra questo con i giovani laureati e le loro aspirazioni?

Ostacoli e precarietà
Si parla in prima luogo di ostacoli, ostacoli da rimuovere. Ma chi può e deve rimuoverli? Certo le giovani generazioni di tutti i tempi ne hanno conosciuti numerosi di ostacoli, hanno dovuto ingegnarsi e lottare per superarli o rimuoverli. I giovani del dopoguerra hanno dovuto ricostruire un paese distrutto, quelli degli anni ’60 e ’70 hanno dovuto combattere (o almeno hanno creduto di farlo) contro un ordine cristallizzato difficile da scardinare. Tutti quindi hanno dovuto fare sacrifici, sopportare umiliazioni e difficoltà per potercela farcela. Anche noi giovani di oggi siamo chiamati a fare altrettanto. Ed è giusto che sia così. Ma gli strumenti che si avevano un tempo per aggirare o distruggere questi ostacoli erano numerosi, difficili da attuare certo, ma realizzabili. Pur nelle difficoltà si aveva una grande speranza che con il proprio agire si potessero cambiare le cose. E dove non arrivavano i singoli spesso arrivava lo Stato, che pur con tutti i limiti e i difetti, invece che di intercettazioni e processi brevi si occupava anche di giovani e di lavoro.  
Oggi questi strumenti e questa politica non le abbiamo più. Non abbiamo più, ad esempio, lo strumento dello sciopero che oggi lascia tutto il mondo politico e in parte anche quello economico nel più totale disinteresse. Un tempo poi non era così accentuata quella “guerra tra poveri” che caratterizza il mondo del lavoro contemporaneo a tutti i livelli. Io, singolo individuo, sono libero di protestare qualora vi sia qualcosa che non va sul posto di lavoro. Mai stati liberi come oggi! Ma “poco male – penserà il datore di lavoro – troverò senza dubbio un altro disperato disposto a prendere il tuo posto” (magari disposto anche a guadagnare meno pur di lavorare), secondo quella logica magistralmente descritta da John Steinbeck nel suo libro capolavoro “Furore”. Su tutto poi, domina l’arma di distruzione di massa, ciò che è in grado di far tremare anche i polsi più saldi: la precarietà, da molti chiamata (per non sporcarsi le mani) Flessibilità. Il Dio flessibilità. Unica vera guida del mondo del lavoro odierno.

Giovani laureati e mondo del lavoro
Flessibilità/precarietà si abbattono violente sulle teste dei più giovani. Vorrei raccontare in poche righe, a chi ha avuto la fortuna di non avere un figlio laureato, quale sia l’ingresso nel “Mondo che conta” di un giovane bamboccione quando esce dai cinque anni di università. Come prima cosa bisogna superare il disprezzo delle molte persone che già lavorano e pensano che in quei cinque anni tu non abbia fatto nulla se non far spendere soldi ai tuoi genitori, approfittando del loro infinito buon cuore. Cosa conta se la tua mente si è aperta, se sei in grado di analizzare la realtà con un senso critico tale da farti intuire scenari futuri e possibili alternative di crescita per un’impresa o un gruppo sociale in difficoltà. Cosa conta se riesci a smascherare le infinite cazzate che senti nei telegiornali e leggi sui giornali. Hai passato cinque anni sui libri, non puoi avere ambizioni di conoscere il Mondo e magari addirittura provare a cambiarlo. Zitto e guarda come i vecchi meccanismi (ormai impolverati) di macchine e società civile lavorano. Se provi a dire la tua sei immediatamente etichettato come un presuntuoso, uno pericoloso, bene che ti vada ti daranno del comunista (parola ormai vuota, usata solo come offesa).
Così ti accingi al mondo del lavoro intorno ai 23, 24 anni e cosa ti propongono? Tirocinio non retribuito per sei mesi, poi si vedrà. Ed è un si vedrà che non finisce mai! Dopo il primo tirocinio ti verrà proposto un altro tirocinio, magari con un piccolo contributo spese perché nei primi sei mesi sei stato bravo, effettivamente hai contribuito ad accrescere gli utili della Società per cui lavori. Ma, ti dirà il capo, “l’azienda non ha grandi risorse, c’è la crisi, accontentati di 200 euro per il momento, poi si vedrà”. “Va bene – pensa lo studente – tutti hanno dovuto fare dei sacrifici per entrare nel mondo del lavoro, li farò anche io, o meglio li farò fare ai miei genitori. Non vorrei gravare ulteriormente sul loro portafoglio dopo i sacrifici che già hanno dovuto sopportare per farmi studiare e darmi un futuro (forse) migliore ma che alternative ho?”. Così la maggior parte dei giovani neolaureati, con un lacerante senso di colpa che li rode dall’interno, comincia a tagliare sui divertimenti, sui pasti fuori casa, taglia qua e taglia là e comincia a cercarsi un secondo lavoro alla sera in un bar o in un ristorante per racimolare quel tanto per vivere e placare il proprio senso di colpa. Passa così un anno dal giorno della laurea.
“Bene – pensa il non più tanto giovane neolaureato – un anno di esperienza, cinque di studio sono pronto ormai per i primi piccoli riconoscimenti economici e professionali”. Niente da fare! Arrivano i contratti Co.Co.Co, Co.Co.Pro e chi più ne ha più ne metta. Cosa sono questi contratti? 800-900 euro al mese per lavorare dieci ore al giorno quando va bene, senza che ti vengano riconosciute malattie, straordinari, ferie ed eventuali maternità. Nulla. Ed essendo quel contratto tutto quello che hai, ci metti tutto il tuo impegno, non ti tiri mai indietro, fai anche di più di quello che ti sarebbe richiesto di fare. Produci, crei ricchezza, vedi passare sotto le tue mani favolose ricchezze senza che mai queste ti tocchino. Passa così un altro anno, due dal giorno della laurea e tu ormai ti senti sempre più adulto, con sempre più voglia di crearti una tua famiglia. Ma non si può, soprattutto se sei una donna. Un figlio e puoi scordarti il posto di lavoro.
Ormai sei un adulto, hai una certa esperienza nel tuo settore, pensi “è venuto il tempo di un contratto un po’ più serio, magari non subito uno a tempo indeterminato ma uno che ti dia stabilità almeno per qualche anno”. Ma c’è ancora lei, la crisi, una crisi che si può combattere solo con “maggiore flessibilità” secondo Confindustria. Per l’ormai ex neo-laureato, si prospetta la firma di un altro contratto a progetto a 1000 euro al mese. E dopo quello ti aspetta un contratto a partita Iva. Se non ti va bene “peccato – ti dirà l’azienda a cui hai dato tutto te stesso – noi crediamo tanto in te ma non abbiamo risorse sufficienti per assumerti”.
Sì, credono così tanto in te che, se te ne vai, dopo una settimana hanno già messo sotto un altro tirocinante appena uscito dall’università, sicuramente uno molto bravo perché, non dimentichiamoci, gli universitari che escono dalle università italiane vengono accolti a braccia aperte all’estero perché sono tra i più preparati in Europa. Le Società specializzate possono andare aventi nell’accrescere i loro utili ricorrendo a questi perversi meccanismi proprio per questo, perché i giovani tirocinanti sono già preparatissimi, pochi mesi di formazione e sono già in grado di fare lavori altamente specializzati. Questo perché l’università non è stata una perdita di tempo, ma un’incredibile e straordinaria palestra di vita e di professionalità.

Una questione di sacrifici
Torniamo così all’Articolo 3 della Costituzione. Si parla di pieno sviluppo della persona umana e di effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese. Ma questo, ci ricordano sempre i padri costituenti che dimostrano di saperla lunga sul funzionamento di una società giusta ed equilibrata, è possibile solo se c’è libertà e uguaglianza. Una libertà e un’uguaglianza che, riprendendo quanto esposto in apertura, è possibile solo con condizioni di lavoro degne di essere chiamate tali per tutte le persone, soprattutto per quei giovani che dovrebbero essere il futuro del paese.
Può forse definirsi libero un ragazzo che a trent’anni deve ancora chiedere ai suoi genitori di mettere la propria firma per aprire il mutuo per l’acquisto della prima casa? C’è forse uguaglianza tra giovani lavoratori che vivono di espedienti per arrivare a fine mese e signori che da oltre quarant’anni siedono sulla stessa poltrona? C’è dignità nel non vedersi premiati in modo adeguato sul posto di quel lavoro al quale ci si dedica con tutto sé stessi? E soprattutto basta con quella storia trita e ritrita che noi giovani non siamo in grado di fare sacrifici. Certo non ci manca da mangiare e non dobbiamo fare 20 chilometri in bici per andare a lavorare, che tanto un autobus, un treno o un passaggio lo troviamo sempre. Ma i sacrifici che facciamo sono decine, ogni giorno. Diversi magari da quelli che si facevano trent’anni fa ma sempre sacrifici. Non sono forse tutti sacrifici quelli di cui ho fatto una rapida rassegna in questo articolo? Non è forse un sacrificio non reagire al disprezzo che ci circonda, decidendo di dimostrare il proprio valore con i fatti più che con le parole?  Non è un sacrificio decidere comunque di lavorare pur senza avere alcuna prospettiva futura? Non è forse un sacrificio rimanere nel proprio paese che tanto si ama quando all’estero le tue possibilità si moltiplicherebbero a dismisura?

Il nuovo vento della Speranza
La marea sta montando, la si comincia a sentire, la generazione invisibile chiede di poter ritornare protagonista. Protagonista nella Società. Protagonista nell’Economia. Protagonista nella Politica. Altro non chiede che quello che è stato scritto dai padri costituenti nell’Articolo 3 della Costituzione italiana. Niente di più e niente di meno che i propri diritti, senza rinunciare ai doveri connessi. Se la mia generazione ha veramente qualcosa da dire e da dimostrare sarà il tempo a dirlo. Lasciateci spazio per metterci in gioco! Voi, vecchie generazioni, avete perso, irrimediabilmente perso. Ci avete lasciato un paese distrutto, sull’orlo di un pericoloso abisso e avete scaricato buona parte del peso di questa crisi su noi giovani, senza un minimo di orgoglio nell’assumersi le responsabilità dei propri errori.
È giunta l’ora di voltare pagina, di riprendere in mano la Costituzione e ricostruire dalle fondamenta un paese che non è più in grado di appagare i sogni dei suoi futuri abitanti, non è più in grado di suscitare speranze in un futuro migliore. Un paese che non è più in grado di far sognare e scaldare il cuore. Ma, senza speranza, non c’è futuro e quindi non c’è neanche Democrazia. Se nessuno sarà in grado di restituirci questa speranza, sarà nostro compito far tutto quello che è nelle nostre forze per riprendercela, per tornare a farsi trasportare da quel vento della speranza che in ogni epoca ha portato avanti le giovani generazioni. Il nostro tempo è adesso. (Denis Grasso)