La cultura del nostro territorio affonda le sue radici in un singolare intreccio di ritualità pagana e fede cristiana. Il 25 dicembre, un tempo scelto per festeggiare la nascita del sole dopo il solstizio invernale, dava l’avvio a un ciclo di 12 giorni dedicati a pratiche propiziatorie e divinatorie. Fin dai tempi più remoti si conoscono tradizioni collegate alla rinascita del sole che, dopo essere apparso nei giorni precedenti nel punto del massimo declino nella sua fase più debole per luce e calore, dal 22 al 24 dicembre sembra fermarsi in cielo (“solstitium” significa sole fermo) per riprendere subito dopo il suo cammino verso l’alto, ogni giorno di più, fino al solstizio d’estate dove invece si verifica il fenomeno inverso. A questa festività era legato anche il rito del ceppo natalizio, ceppo che doveva essere preferibilmente di quercia, legno propiziatorio, che doveva bruciare nelle case per 12 giorni consecutivi – fino a Capodanno – e da come bruciava si presagiva come sarebbe stato l’anno futuro. Alla vigilia di Natale in Romagna, se non si digiunava – per scelta o per necessità – si cenava con il pesce. Solitamente pesci d’acqua dolce e salata, lessati in umido col prezzemolo o arrosto sulla brace. La cena comprendeva anche tortelloni ripieni di ricotta e prezzemolo e cavoli in umido. Poi si aspettava la messa giocando a carte e mangiando “marroni castrati” (castagne) cotti sotto la cenere calda, “brustoline” (semi di zucca) oppure i lupini salati (qualcuno li ricorda leggermente bagnati con il vino). Il pane, per quei giorni, era quello buono. Bianco, profumato e abbondante perché “se mancava a Natale voleva dire che mancava tutto l’anno”. Il pane era associato sempre al vino, Sangiovese e Albana, spillato dalla botte più buona, conservata per la festa perché il “bere” non poteva mancare. Alla vigilia si faceva anche il vin brulé, Sangiovese condito con zucchero, cannella, chiodi di garofano e scorza di limone e il paiolo veniva messo a bollire per tempo così da poterlo bere dopo la messa, per scaldarsi un po’: alla funzione si andava a piedi o – chi l’aveva – in bicicletta. Nelle famiglie poi era d’obbligo indossare un indumento nuovo, nella notte o nel giorno del 25 dicembre. Ricordo bene questo uso anche in casa, mia madre mi faceva sempre indossare un qualsiasi capo nuovo. Mantengo questo abitudine ancora oggi, come rito un poco propiziatorio, un poco scaramantico, ma anche a ricordo dei genitori, lo ritengo comunque un simbolo del rinnovarsi del tempo. Nelle nostre campagne la vigilia era molto sentita, molti adulti affrancati dal lavoro nei campi digiunavano, mentre ai bambini era concesso mangiare qualcosa, ma senza esagerare. Intanto le “arzdòre” preparavano la tavola. La notte di Natale era una notte magica, di mistero e di fede, non di regali come oggi. Quelli erano destinati al giorno dell’Epifania (anche la mia generazione può ancora ricordare l’importanza delle “Befane” rispetto a Babbo Natale). Tutto ruotava attorno alla cucina, autentica dimora dello spirito del Natale, oggi disperso nelle cittadelle dello shopping. Nel pranzo di Natale non poteva mancare il brodo di cappone o manzo per i “caplétt” (i cappelletti) che, come i garganelli, nascono rigorosamente in brodo, e poi il cotechino e lo zampone con il passato di patate ed eventualmente le verdure lessate già usate per insaporire il brodo. Come dolce, dove c’era “abbondanza”, latte alla portoghese o brulé, zuppa inglese (che di inglese ha solo il nome), l’immancabile ciambella e, in alcune famiglie molto benestanti, il Panspeziale.  Nelle famiglie più povere invece, se non si potevano fare i cappelletti, si rimediava in qualche modo con un po’ di manzo per fare il brodo in cui cuocere o gli “inganna poveretti” (cappelletti vuoti) o i “tajadlìn” (tagliatelline di sfoglia sottilissima). I cappelletti solitamente avevano con ripieno a base di ricotta, formaggio secco grattato, uova e noce moscata. In casa dei signori si potevano trovare, al posto della ricotta, carne di vitello, maiale (lonza e mortadella) e tacchino rosolati al burro facendoli così assomigliare di più, nel contenuto e non nella forma, ai tortellini emiliani. I “passadê” (passatelli) di solito erano riservati per la sera o per il cenone di Capodanno. (Pierangelo Raffini)